I "lazzari" dimenticati
Giuseppe Aragno - 06-09-2003
LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI






Nell'immaginario collettivo le quattro giornate di Napoli non rappresentano la lotta vittoriosa della prima città che si libera con le sue forze dall'occupazione tedesca e avvia la rivolta antinazista dei popoli d'Europa.
Esse rimandano soprattutto ad una insurrezione spontanea, un moto istintivo di difesa contro l'insostenibile violenza nazista o - se si vuole - ad un disperato tentativo di rompere il cerchio d'una paura che attanaglia e aumenta col crescere dell'incertezza sull'immediato futuro.


Mancano - si è detto più volte - direttive ed obiettivi precisi, un piano concreto, collegamenti tra gli insorti, un comando unico. E tutto rischia di risolversi con la solita rivolta della fame. In realtà, ha osservato De Jaco, ciò che è mancato davvero è stato soprattutto la capacità di recuperare - e trasformare in coscienza comune - una "analisi approfondita dei caratteri della 'città napoletana', vuoi ai tempi ormai antichi del colonnello Scholl che ne fu travolto, vuoi al tempo d'oggi, alla fine del regno dei Gava e al ritorno, dopo Valenzi, a un nuovo sindaco di estrazione comunista.
Per i più, Napoli era e rimane una sorta di nebulosa dai tratti immutabili. Borbonica quasi per vocazione, con la borghesia mai nata e la plebe sempre viscerale, è la città del malcostume politico e dell'eterno ricatto clientelare, invischiata in una ideologia subalterna che fa di tutti i ceti un popolo indifferenziato. Una palude in cui sprofondano le isolate avanguardie giacobine, annegate nel sangue dei "lazzari" della santa Fede, come le pattuglie proletarie, risospinte nel limbo dell'economia del vicolo dal binomio fame - disoccupazione.


Talvolta, è vero, qualcosa sembra muoversi e punte avanzate si distinguono persino tra i 100.000 selvaggi e i 20.000 accattoni di Pendino, Porto, Mercato e Sanità ingenerosamente consegnati alla storia da Arturo Labriola. Ma è solo un palpito, un tremito, poi tutto s'acqueta, in un popolo che resta indistinto ed in cui il confine che separa i gruppi segue anzitutto le dimensioni di un'antica sofferenza: miseria e disperazione.In questo quadro ecco le "quattro giornate" ed ecco, puntuale, la definizione riduttiva: esplosione improvvisa e momentanea d'una gente condotta allo stremo. Stavolta però i conti non tornano; stavolta la fame, la miseria e la disperazione non sono, infatti, l'elemento separante, ma costituiscono il filo rosso, il tramite -o se si vuole il fremito - che corre trasversalmente tra le classi sociali e fa da collante. Questa volta è vero, è storicamente provato: tutti sono praticamente dalla stessa parte, borghesi, proletari e sottoproletari, contro i tedeschi occupanti e contro un manipolo di fascisti traditori. Tutti sono dalla stessa parte e tengono banco sulla scena della storia. E la storia, che a Napoli si è offerta sempre ad una lettura ambigua, appare chiara. Per una volta, la Napoli di Viviani recita da protagonista con quella di Eduardo.


Ed è questo "incontro" che caratterizza le giornate di settembre del '43 e spiega le diverse motivazioni che si esprimono nella rivolta armata. Una rivolta che per alcuni nasce e muore come un moto istintivo di difesa da un pericolo immediato, dalla reazione alla violenza nazista; per altri si fa ben presto lotta per la libertà contro l'oppressione; e infine, per una minoranza consapevole e capace di porsi e concretizzare obiettivi rivoluzionari, essa chiude in maniera singolarmente coerente anni durissimi di opposizione al fascismo.
Su tutto incombe - e senza di essa non ci sarebbe mai stata rivolta - la lucida pazzia nazista, che si svolge senza freno contro la vita umana, più feroce, quanto più deboli e innocenti sono le vittime; più cieca, quanto più s'abbatte contro la storia e la cultura d'una "razza inferiore". Su tutto incombono i rastrellamenti, la violenza su donne, vecchi e bambini, l'incendio dell'Università, lo scempio delle carte d'Archivio.
Lo scoppio delle mine che devastano le fabbriche, il porto, l'acquedotto. Un fiume di sangue, un fumo acre che prende alla gola. Una follia che in pochi giorni concentra tutta la sua furia sulla città da punire e, fatalmente, aggrega la popolazione nei diversi quartieri sin dall'otto settembre. E più la furia cresce, più tenace si fa la resistenza.


È vero, ha ragione lo storico Claudio Pavone: "le quattro giornate di Napoli, che in tutte le storie della Resistenza vengono ricordate come il glorioso e spontaneo episodio aurorale, hanno un significato davvero esemplare dal punto di vista della lotta "pro aris et focis". Meno vero è invece che in quella lotta "era la prima volta che i 'lazzari' si trovavano nella storia dalla parte giusta": nelle giornate della rivolta antipoliziesca e antistituzionale del 1893, in quelle del maggio 1898, contro l'indiscriminata repressione delle organizzazioni dei lavoratori e, per finire, in quelle tragiche della Settimana Rossa. Una lunga sequela di 'lazzari' dimenticati, come impone il cliché della "città di plebe", in cui tutto avviene per caso, senza che un avvenimento si colleghi all'altro, affondi le sue radici nel passato, si intrecci col presente o abbia prospettive nel futuro.


Una città in cui tutto avviene in una dimensione "astorica" e, quindi, apolitica, in cui la concretezza e la crudezza degli avvenimenti, la stessa consapevolezza dei protagonisti, assumono i contorni sfumati di non so che eterna leggenda. Una leggenda che, nel caso delle quattro giornate, trova il suo simbolo nello scugnizzo che lancia la sua bomba a mano contro il grande carro armato nazista, con la sigaretta tra le labbra e l'improbabile elmetto sui grandi occhi scuri.
Non è un caso del resto che molti conoscano l'acerba fine del piccolo e spericolato Gennaro Capuozzo e pochi ricordino il consapevole sacrificio del diciannovenne antifascista Adolfo Pansini, passato per la prigione del regime e caduto alla masseria Pezzalonga col volto dolorosamente trapassato dal piombo tedesco. Sicché la fila dei 'lazzari' dimenticati rischia di allungarsi.







Tratto da :
Storia Fotografica di Napoli
1943 - 44
la città in guerra e le quattro giornate
ed. Intra Moenia - Napoli
(1998)

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