Lettere d'amore
Marino Bocchi - 14-02-2001
WILSON

«Caro Wilson
ti scriviamo perché ti vogliamo tanto bene e vogliamo scambiare ancora due parole con te. Il braciere che si accendeva in noi quando ci facevi un sorriso si è spento.
Dove andiamo ci manchi! Quando ci incontriamo con la Quinta Beta ci manchi! Quando andiamo a mensa ci manchi. Ci manchi sempre! Non sei con noi, ma ci pensi? Come stai? Come trascorri la tua giornata? Ti annoi a Santo Domingo o puoi giocare con gli amici? C’è qualcuno che ti fa del male? Scrivici di te, siamo ansiosi! E’ vero che affitti biciclette? Tu ti annoi e fatichi perché il lavoro è duro e pesante per un bambino di 11 anni come te! Quando giochiamo a pallone ti pensiamo: sarebbe più bello con te! Ci sembravi il fuoriclasse dell’Inter Ronaldo, te la cavavi molto bene a calcio!! Quando correvi sembravi un leopardo che attaccava la preda o un topolino che scappava con il formaggio. Quando hai cercato di buttarti (dalla finestra ndr) hai messo tanta paura a tutti; ti vedevamo a cavallo sulla ringhiera, le maestre che correvano da te. Tutti noi compagni, intorno, ti guardavamo e speravamo che non ti buttassi; poi, alla fine, hai scelto sempre di stare con noi. Avevamo paura di te, perché credevamo che tu davi calci e pugni. Invece, pian piano, ti sei dimostrato sempre più responsabile e così hai avuto molti amici e amiche. Ti ricordi quando giocavamo insieme? Quelli erano bei momenti. Scusa di tutte le prese in giro, oppure quando ti scaricavamo tutte le colpe addosso. Ci ricordiamo il gioco del pallone sul piazzale della casa di Lorenzo. Ti arrampicavi anche sul tetto! Che divertimento!! A scuola ballavi come un ballerino. Un po’ alla volta abbiamo scoperto la tua anima e il tuo cuore. Vorremmo che ritornassi insieme a noi. Sei stato un vero amico. Rimarrai nel nostro cuore per sempre, ti vorremmo ancora per settimane, mesi e anni. Noi amichetti ti vogliamo tanto bene, anche tu ci vorrai bene, e anche le maestre ti vogliono bene. Speriamo che hai visto l’eclissi; se è così, è come un biglietto d’auguri che ci siamo scambiati guardandola. Wilson, ti abbiamo scritto per dirti che rimarrai nei nostri cuori e sarai sempre il nostro amico Speciale!!»
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Amelia (Terni) - La storia ha per protagonista un bambino che fino a poco tempo fa si poteva veder correre in bicicletta ai giardini, giocare a pallone all’oratorio dopo il catechismo, a spasso per Amelia con la sorellina.
Alcuni anni fa Wilson, che ora ha 11 anni e dovrebbe frequentare la quinta, giunse ad Amelia con la mamma, che sposò un italiano. Della sua vita precedente a Santo Domingo poco si sa: di certo ha da subito mostrato i segni tristi e malcelati di un vissuto all’insegna della sofferenza, forse non solo morale.
Non ci sono notizie certe su di lui, ma tutti sanno come vivono e cosa rischiano di subire i bambini di strada nell’America Latina.
Ad Amelia, Wilson ha vissuto fino a pochi mesi fa una vita normale, con la sua famiglia, serena, Ma tutto questo è cessato all’improvviso e drammaticamente.
La mamma ha lasciato il marito italiano e si è trasferita in un’altra città con il figlio e la figlioletta che da qualche tempo l’ha raggiunta. La settimana scorsa è tornata ad Amelia e ha comunicato alle ex maestre che Wilson è stato rispedito a Santo Domingo. E i compagni della Quinta Alfa a tempo pieno ora scrivono una lettera al loro amico.

Fabrizio Perotti, Il Messaggero, 14 febbraio




MONICA E ROBERTO

Perché lo hai fatto? Non è giusto! Aveva una vita davanti!
Marco

Sono un ragazzo di 22 anni, per niente incredulo di fronte a questa notizia. La tragedia consumatasi a Sesto non è altro che uno degli innumerevoli casi che circondano una società in cui i valori sono dettati dall'apparire e non dall'essere. Non bisogna chiedersi i perché dopo che accadono le tragedie, bisogna aiutare i ragazzi a riflettere nel modo corretto, far loro capire che essere forti e apparire forti non sono la stessa cosa. Fino a che discorsi del genere non saranno affrontati ci troveremo a commentare fatti del genere quotidianamente.
Francesco Simone Roberti

Ciao, mi chiamo Ilaria e ho 13 anni. Appena ho appreso la notizia sono rimasta molto dispiaciuta anche se io Monica non l'ho mai conosciuta ! Porgo le mie condoglianze alla famiglia di Monica.
Ilaria

Mi dispiace per Roberto, destinato a essere dilaniato dal dolore e rovinato a vita, per la sua famiglia ormai distrutta. E per Monica...
Luca

Il sentimento della morte è nell'idea che ce ne facciamo, e il povero ragno, che noi calpestiamo, nella sofferenza fisica ha lo stesso strazio che sente un gigante.
A. Mazzanti

Ciao Monica, la follia di un istante ha portato via i tuoi sogni e la tua voglia di vivere, ma forse ora che sei lassù hai potuto già perdonare chi ti ha fatto questo. Ora noi dibattiamo sul perché sia successo e si alzano le voci ipocrite di chi crede di conoscere il mondo di noi ragazzi, le nostre angosce, i nostri silenzi...
Gianpi80

Voglio salutare Monica, non la conoscevo, ma abitiamo nella stessa città, Sesto. Una periferia «in evoluzione», ma pur sempre una periferia. Non saprei cosa dire del fidanzato che mi sembra solo un poveretto, che non sa cosa ha fatto, perché l'ha fatto, e adesso comunque ha finito di vivere anche lui. Mi spiace per lui. C'è chi è debole, e non riesce a capire dove va il mondo. E lo capisce ancora meno se si prova a imporgli la verità con le parole degli altri, con il loro modo di vedere.
ubu.re

Cosa c'è di giusto in una sedicenne morta e in un diciassettenne rovinato?
Pablo

Lettere al Corriere della sera, 14 febbraio

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Sesto San Giovanni (Milano) - L’assurda tragedia di Monica e Roberto, 16 e 17 anni, due fidanzatini carini, regolari, bravi a scuola, di famiglie normalissime e per bene, si consuma in meno di un minuto, durante l’intervallo, in una bella mattina di febbraio con un sole quasi primaverile. La loro storia d’amore è finita. Sono stati insieme fino a un mese e mezzo fa. Ma Roberto non riesce a farsene una ragione. E improvvisamente nella sua testa scatta la follia, il furore per l’indifferenza della ragazza, la volontà di fargliela pagare. Che lo porta ad accoltellare con ferocia, alla gola, con un coltellino svizzero, sotto gli occhi dei compagni, l’oggetto tanto desiderato del suo disperato, rifiutato, amore adolescenziale.

Carlo Brambilla, La Repubblica, 13 febbraio


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