I figli del tiranno
Giuseppe Aragno - 28-07-2003
Calgaco, capo dei Caledoni che si levano in armi contro i Romani aggressori, parlando ai compagni in procinto di battersi, così urla il suo sdegno:

" Vi batterete, uomini, contro i Romani, rapinatori dell’Orbe, alla cui arroganza si cercherebbe invano di sottrarsi con l’ossequio e la sottomissione. I Romani, che tutto mettono a ferro e fuoco e se il nemico è ricco, rivelano la loro avidità, se è povero, aprono il campo alla loro brama di dominare; non l’Oriente, non l’Occidente li ha potuti saziare: soli fra tutti bramano con uguale avidità mettere le mani sulle ricchezze e sulla povertà. Rubare, trucidare, strappar via: ecco ciò che essi con nome ingannatore chiamano impero; dove fanno il deserto gli danno nome di pace."



E’ Tacito a porre sulle labbra del barbaro le parole durissime che scolpiscono nei secoli la condanna della sua gente degenerata e dell’imperialismo di ogni tempo. Tacito che lo ha capito: quando la sete di potere acceca un popolo e gli strappa l’innocenza della sua tradizione e la purezza originaria dei suoi costumi, il ciclo si chiude: orde di Caledoni prima o poi correranno l’Impero.



Qui si ferma l’antico storico, precorrendo Rousseau e domandandosi – senza darsi risposta – se davvero potere e menzogna, potere e corruzione, potere ed infelicità, non siano la legge ineluttabile che regola la parabola storica di ogni impero, destinato fatalmente a cadere sotto i colpi della primitiva e incorrotta furia dei barbari..
Molte carte da poker, vendute a peso d’oro, potranno cadere sotto il fuoco dei conquistatori e molti vermi potranno strisciare ai piedi degli assassini per conquistarne la momentanea compiacenza. Ne abbiamo tanti in questa nostra miserabile contea.
Noi però conosciamo la risposta della storia alla domanda dell’antico studioso: l’Impero cadrà.

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