Grazia in offerta speciale
Vincenzo Andraous - 22-07-2003
SULLA VICENDA SOFRI C'E' VOGLIA DI GIOCARE AL GATTO CON IL TOPO,

PURTROPPO CI SONO GLI UOMINI A OSSERVARE L'AGONIA DEGLI ANIMALI,

ALLORA NESSUNO PUO' SENTIRSI ESCLUSO DAL FARE I CONTI CON LA PROPRIA COSCIENZA.





Avevo già scritto in merito a questa vicenda, ma, nonostante tante cose siano cambiate, siamo ancora al punto di partenza.
Da una parte il Ministro Castelli, la destra, la sinistra, il centro.
Dall’altra parte Sofri, Ciampi, la Chiesa, i detenuti e le vittime.
Arbitro è Dio…………………………………………. inascoltato.
Purtroppo la partita non è delle più belle, continuano a mancare i goals d’autore, mentre gli autogol da usura intellettuale imperversano.
Leggo di tanti uomini che scambiano il bisogno di allontanarsi da qualcosa di negativo, con il desiderio di andare verso qualcosa di nuovo offrendo il fianco per una causa nobile e giusta, e indipendentemente dalla strumentalizzazione che il caso Sofri alimenta, questa marmellata di parole e pronunciamenti, non è di oggi, ma dell’altro ieri.
Per questa “grazia” in verità mai richiesta, perché Sofri si dichiara innocente, poco o nulla s’è fatto, anche se molto se ne è parlato, proprio come adesso, che al Governo c’è la destra e in Parlamento c’è pure la sinistra, tenendo ben presente che ribaltando i soggetti di cui sopra, abbiamo il film proiettato qualche tempo addietro.
E allora perché questo Governo dovrebbe accettare un’eredità imposta e non condivisa? Perché dovrebbe risolvere un nodo storico che non le appartiene, e slegare una zavorra che la sua antitesi politica non ha voluto impegnarsi a sciogliere?
Si potrà obiettare che impedimenti di ordine tecnico e giuridico hanno fatto sì che tale argomento restasse a mezz’aria.
Sta di fatto che ora il fardello è rimpallato alla destra, senza alcun gioco di sponda né di buca, ma in maniera diretta e frontale.
Penso che nessuno abbia ragione da solo e nessuno si salvi da solo, occorreva ieri, e a maggior ragione occorre oggi, più coraggio per ciò in cui si crede, e avere più coscienza di sé, come consapevolezza dei propri limiti, delle proprie capacità, delle proprie emozioni-sentimenti, e soprattutto percepire sulle proprie spalle la responsabilità del comunicare a chi ci osserva, in particolar modo quando costui è più giovane o in una situazione di sofferenza.
Grazia, amnistia, indultino e pena certa che per molti detenuti ormai dura da trent’anni, ma mai come in questo momento vale il detto: smuovo tutto, chiedo tutto, per non spostare né concedere niente.
Grazia per Sofri, per gli uomini che cambiano (colpevoli e innocenti ), perché l’uomo della pena non è più l’uomo della condanna: ciò, nonostante il carcere mantenga perversamente il suo meccanismo di deresponsabilizzazione e infantilizzazione, di maggior riproduttore di sottocultura.
In questa condanna alla condanna, ci sono attimi che attraversano l’esistenza dell’uomo detenuto, e proprio nel sapere, nella ricerca della propria dignità, nasce l’esigenza di un’autoliberazione possibile e non più prorogabile.
Anche all’interno di una prigione, la vita può riservare incontri con se stesso e con gli altri, che disotturano le intercapedini dell’anima: le visioni unidimensionali, gli assoluti, i vicoli ciechi si sgretolano, nei disvalori che sono sempre stati.
Allora l’uomo che convive con la propria pena, coglie il senso di ciò che si porta dentro, il peso del dramma, quel bagaglio personale maledetto come non è possibile immaginare.
Può un uomo redimersi? Potrà il crimine essere cancellato attraverso la pena espiata? E qual’è la pena che può rendere giustizia agli innocenti umiliati?
Sono domande che non consentono risposte certe, ma dieci, venti, trent’anni di carcere demoliscono certezze e ideologie, rendono l’uomo invisibile a tal punto da risultare difficile dialogare con un’identità scomposta, che occorre ritrovare e ricostruire, insieme agli altri.
Chi sbaglia e paga il proprio debito con decenni di carcere, attraversa davvero tempi e contesti di un lungo viaggio di ritorno, lento e sottocarico, fino a far scomparire l’uomo sconosciuto a se stesso, in uomini nuovi che tentano di riparare al male fatto, con una dignità ritrovata, accorciando le distanze tra una giusta e doverosa esigenza di giustizia per chi è stato offeso, e quella società che è tale perché offre, a chi è protagonista della propria rinascita, opportunità di riscatto e di riparazione.
Si parla oggi come si è parlato ieri del caso Sofri, ritengo sia un atto coraggioso, oltre che giusto, non solo per l’uomo che tutt’ora si dichiara innocente, ma anche e soprattutto per la ricerca di una Giustizia giusta ed equa, una Giustizia che è anche perdono, come ebbe a sottolineare il Papa, e che comprenda un granello di pietà, perché la pietà non è un atto di debolezza per i tanti uomini che in un carcere sopravvivono a se stessi, inchiodati alle loro storie anonime, blindate, dimenticate.
Sono convinto che non esiste amnistia, indulto, sanatoria d’accatto, per il detenuto, non esistono slanci in avanti utopisti, esistono solamente uomini sconfitti, perché in un carcere non sopravvivono miti vincenti, ma esistenze sconfitte dal tempo e dalle miserie che ci portiamo addosso.
Mi chiedo se è possibile perdonare, nella difficoltà di affrontare la lettura evangelica del sentimento del perdono, per non parlare della necessità di salvaguardare la collettività, ormai improntata alla sola risposta penale, al solo deterrente carcerario.
Ma occorre riconoscere il bisogno di un tragitto umano ( non solo cristiano ) nella condivisione e nella reciprocità, quindi nella accettazione di una possibile trasformazione e cambiamento di mentalità.
In conclusione che dire ancora, se non che occorre guardare alle decine o centinaia di Sofri, ai loro silenzi assordanti, con il coraggio di scegliere fra tanti dubbi, un percorso significativo su cui giocarsi un pezzo di vita, per il bene di tutti, società libera e detenuta.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf