IL MANIFESTO DI VENTOTENE
Grazia Perrone - 14-07-2003
E' stato scritto – in prima stesura - nel giugno del 1941 e di nuovo redatto nell'agosto dello stesso anno in una seconda forma nella quale non vi furono variazioni di sostanza, ma solo una migliore disposizione della materia e quelle modifiche dettate dalla necessità di tener conto dell'ingresso dell'U.R.S.S. in guerra a fianco delle forze Alleate.


Il documento (noto come manifesto di Ventotene) non poté avere, sotto il regime fascista, una grande diffusione. Diede tuttavia luogo a discussioni, a polemiche e a studi che presentano tuttora un certo interesse poiché l’analisi di fondo dell’intero documento si basava sulla consapevolezza che i due grandi conflitti mondiali erano stati, in primo luogo, "guerre civili europee" alimentate dai contrapposti “egoismi” nazionali. Ragione per la quale la prospettiva di un avvenire pacifico dipendeva – in ultima analisi – dal superamento del concetto di “nazione” in un’ottica non solo della stipulazione di accordi commerciali e doganali ma anche politici e militari.


La fine della guerra e la, successiva, suddivisione del mondo in due blocchi ideologicamente contrapposti portò alla ridefinizione del concetto di Europa immaginato da Spinelli, Rossi e dagli altri compagni confinati a Ventotene.
Non tanto o, meglio, non solo da un punto di vista geografico (era da tempo accettato da tutti che l’Europa si estende dall’Atlantico agli Urali) quanto dalla sottintesa considerazione dell’esistenza - entro quest’area – di un’omogeneità culturale almeno a livello intellettuale e di classi dominanti.


L’inclusione dell’Unione Sovietica in quest’area era controversa, essendo ad essa ricorrentemente attribuiti tratti “asiatici”, che ne spiegherebbero le diversità e, soprattutto, le caratteristiche negative del suo sviluppo storico. La Rivoluzione d’ottobre, ma più ancora il fallimento dei tentativi rivoluzionari al di fuori della Russia, avevano determinato una prima frattura. La guerra fredda e la divisione in blocchi ne procurò una ancor più grande.
Coerentemente con gli assunti dell’atlantismo (che insisteva sulla presunta comunanza di radici storiche e politiche e sull’identità culturale fra Europa occidentale e Nordamerica anglosassone) l’Europa post bellica venne identificata “sic et simpliciter” con la sua sola parte occidentale e i confini dell’occidente europeo furono posti sull’Elba. Ad est di quell’ipotetica linea (che Churchilll - nel suo celebre discorso del 5 marzo 1946 al Westminster College di Fulton - definì la “cortina di ferro”) che va dal Mar Baltico agli Urali si formò (dopo la guerra) un blocco di Paesi i quali – partendo da condizioni iniziali diverse – hanno sviluppato una fisionomia complessivamente omogenea mutuandola da quella dell’Unione Sovietica di Stalin.
Le idee federaliste, dunque, attecchirono e si concretizzarono solo ad ovest e furono promosse da leader di ispirazione democristiana (il francese Schumann, il tedesco Adenauer, l’italiano De Gasperi) con il sostegno di liberali e liberaldemocratici
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