I nostri principi
Fabio Greco - 29-11-2001
LETTERA AL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE, UNIVERSITA’ E RICERCA
DEI DOCENTI DEL LICEO SCIENTIFICO “A. VALLISNERI” DI LUCCA


Ci auguriamo che l’invito al confronto da Lei recentemente rivolto agli insegnanti italiani sia serio e sincero. E naturalmente ci attendiamo conferme della Sua buona fede più sul piano dei fatti e delle scelte politiche, che su quello delle parole. Intanto, come contributo a quel confronto, vorremmo proporLe alcune convinzioni, alcuni punti di principio che ci sembra di non poter eludere né appannare, a meno di non venir meno al nostro impegno stesso di insegnanti.

1. Il primo terreno su cui ci rassicurerebbe una sintonia con il Ministero dell’Istruzione riguarda la funzione da attribuire alla scuola nella società della comunicazione.
Noi continuiamo a pensare che la scuola non sia una agenzia formativa tra le altre, ma svolga una funzione che nessun’altra istituzione o mezzo di informazione può assolvere. Solo nella scuola i giovani trovano la possibilità di confrontarsi con i fondamenti istituzionali dei vari saperi: il che sostanzialmente significa acquisire strumenti (logici, psicologici, etici, storici) che permettano di fare ordine nella stessa congerie di sollecitazioni ed informazioni del mondo presente, che di per sé è disordinata, disgregata e potenzialmente disgregante. In ciò sta essenzialmente il valore formativo della scuola. E anche il suo valore democratico; la sua funzione di preparazione alla vita e alla cittadinanza.
La scuola dunque – per definizione, potremmo dire – non può appiattirsi sulle priorità e le contingenze del quotidiano, oltretutto rapidamente obsolete, ma deve offrire orizzonti personali più ampi del quotidiano. Non si insegna la matematica solo perché domani uno possa fare il calcolo degli interessi d’un mutuo. Da queste convinzioni di principio scaturiscono alcuni corollari che hanno una loro particolare attualità:
- non sembrano accettabili scelte di riforma del sistema scolastico che si ispirino alla infelice parola d’ordine delle tre “I” (Inglese, Informatica, Impresa), di cui a suo tempo si è teorizzato nella Sua stessa parte politica e che è negatrice di ogni valore formativo della scuola stessa;
- va respinta ogni ipotesi di riforma che reintroduca la canalizzazione precoce di una parte dei ragazzi verso l’avviamento professionale (comunque si voglia chiamarlo): si tratterebbe, in realtà, di un vero e proprio arretramento in democrazia e in civiltà, che condannerebbe larghe fasce di giovani a rischi di analfabetismo culturale e sociale;
- bisognerà difendere appassionatamente- ove necessario - la libertà e la laicità della scuola, di cui è condizione la sua autonomia (pur nella necessaria interazione dialettica) rispetto al variegato sistema delle istituzioni e dei poteri (dalla azienda alla chiesa alla famiglia stessa).

2. Una seconda questione di principio riguarda le responsabilità dello Stato nel garantire la massima generalizzazione e la massima qualità dell’istituzione scuola. Uno Stato democratico ha un interesse prioritario a che l’educazione delle giovani generazioni si configuri come educazione al confronto e all’esercizio critico: come educazione alla libertà. Solo la scuola pubblica è oggi, nella concreta realtà del nostro paese, in grado di offrire agli studenti un ambiente libero, dove si confrontino idee, stili di vita, esperienze diverse e dove si rispetti il loro diritto alla ricerca e alla scelta.. Basta del resto considerare le alternative che in Italia si sono storicamente determinate alla scuola pubblica: da una parte una scuola confessionale che, proprio per definizione, ci risulta difficile considerare un luogo di libera crescita e libera ricerca, dall’altra parte un sistema di istituti cresciuto sull’offerta di diplomi a pagamento, privo spesso – con eccezioni assolutamente ininfluenti in termini quantitativi – delle condizioni minime per poter parlare di processi educativi. Se dunque deve essere riconosciuto alle famiglie il diritto di avvalersi di percorsi educativi alternativi alla scuola pubblica, non si può tacere che queste scelte si configurano come una riduzione di opportunità per i ragazzi, e dunque non possono essere viste con compiacimento né tantomeno incentivate da parte dello Stato democratico. E’ questo, del resto, lo spirito che informa il dettato costituzionale, che per noi continua a costituire un punto di riferimento non contrattabile.
Rispetto a queste nostre convinzioni risulterebbe naturalmente contraddittorio ogni provvedimento che mirasse a far gravare sui bilanci statali i costi dell’istruzione privata e che favorisse il dirottamento di studenti dalla scuola pubblica alla scuola privata. Ma non meno discutibili sono alcune scelte recentemente da Lei assunte - dalla riduzione degli esami di Stato a procedure del tutto interne ai Consigli di classe ai provvedimenti che autorizzano l’assunzione di personale non abilitato nelle scuole paritarie - che determinano l’allentamento di un indispensabile sistema di controllo sugli standard formativi delle scuole private, traducendosi in un’oggettiva lesione del diritto dei giovani al sapere.

3. Solo da parte di un governo che faccia propri i principi di politica scolastica indicati ai primi due punti ci si può realisticamente attendere che faccia le scelte utili ad un riscatto – non solo economico – della funzione docente. Oggi si fa un gran parlare di professionalità dei docenti, ma una loro effettiva valorizzazione professionale non può affermarsi se non all’interno di una cultura della ricerca, di una pratica dell’autonomia che si traduca in progettualità. La sola via per coniugare l’esigenza irrinunciabile d’una scuola per tutti con quella d’una scuola di qualità è quella d’una forte progettualità interna alla scuola, che garantisca la ricchezza delle opportunità, riequilibri le condizioni di svantaggio, sostenga gli studenti nell’affrontare le difficoltà, interagisca con la realtà sociale del territorio. Ci si allontana da questa direzione se si accetta
- che il lavoro dei docenti venga identificato esclusivamente con la lezione frontale;
- che per ridefinire gli organici delle scuole si assuma come criterio quasi esclusivo l’orario settimanale di lezione dei docenti;
- che, per rispondere a necessità di risparmio economico, si lascino cadere, considerandole uno spreco, le ipotesi di organico funzionale che sono state largamente sperimentate negli ultimi anni e che sono indispensabili alla ricerca/progettazione dei docenti.
Quanto al riconoscimento economico del lavoro docente e della sua natura specifica, ci pare francamente inaccettabile che esso venga subordinato ai risparmi di gestione e al possibile taglio degli organici. Pur non escludendo che si possano fare economie a certi livelli, il diritto dei docenti italiani a stipendi di livello europeo non può essere subordinato ad altro se non al riconoscimento che essi hanno responsabilità, titoli, funzioni che non si differenziano da quelli di altri sistemi scolastici. In passato un trattamento economico penalizzante è stato giustificato con certi “privilegi”, frutto di connivenze della stessa amministrazione (si pensi alle baby-pensioni), che ad oggi sono stati superati. Siamo comunque disponibili a discutere e a trattare su qualunque istituto che, alla luce di modelli professionali dell’Europa, possa, più o meno pretestuosamente, essere presentato come privilegio ingiustificato. Siamo perfino pronti a farci carico di un rapporto insegnanti/alunni in Italia più alto che altrove (per motivi, peraltro, in buona parte legati a peculiarità storiche, sociali, geografiche e culturali del nostro paese). Ma è comunque ormai maturo il tempo che venga drasticamente ridotta una sperequazione che, specialmente in questa fase di unificazione economica e monetaria dell’Europa, è fonte di scandalo, oltre che di frustrazione e, a lungo andare, di demotivazione per tutta la nostra categoria.

Queste sono dunque le indicazioni di principio cui ci sentiamo legati. In esse sta una buona parte dei fondamenti etici del nostro stesso essere insegnanti. Attenerci ad esse ci sembra irrinunciabile, in nome del rispetto che dobbiamo a noi stessi, ai nostri studenti, al nostro paese.

QUESTO DOCUMENTO È STATO SOTTOSCRITTO
DA UNA LARGA MAGGIORANZA DI DOCENTI DEL LICEO SCIENTIFICO “VALLISNERI” DI LUCCA


Lucca, novembre 2001

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Corrada Cardini    - 29-11-2001
Chiara, coerente e completa l'esposizione delle ragioni che chiedono alla ministra M. di lasciare perdere le letterine e i discorsini accattivanti, e di cominciare a darsi da fare per crearsi, e non lei sola, delle competenze specifiche nel campo della ricerca più avanzata (e sto parlando di quella europea e statunitense) nel campo dell'istruzione, dei sistemi educativi e della formazione scolastica.
Chi parla di sistema educativo ispirato alla libertà, ancora una volta, si lascia rapire da un sogno, e confonde il sogno con la realtà. Purtroppo la parola LIBERTA' si presta, come altre, a suggesioni che ben poco hanno a che fare con le reali e complesse implicazioni dei fatti. Una parola piena di vento.
Si critica, magari con fondamento, l'eccessiva liberalità con cui si rilasciano titoli di studio, e i limiti di certi percorsi formativi,.. e si dimentica che dall'altra parte c'è il mercato del lavoro, che cerca gente da usare e buttare, in nome del profitto: al feticcio dello Stato si oppone quello dell'Impresa.
Sono la prima a vedere i limiti di un certo modo, involuto, rigido, ripetitivo di fare scuola, ma la soluzione sta davanti a noi, nella ricerca di nuovi equilibri, di maggior dinamismo, di maggior laicità, di maggiori legami col mondo del lavoro, e anche con quello dell'impresa, ma da posizioni FORTI e realmente autonome, che solo uno Stato che crede nella PUBBLICA ISTRUZIONE può garantire.
Una Scuola in balia di interessi di classe, corporativi, economici, e magari confessionali,sarà sempre e comunque una scuola illiberale e antidemocratica.