Il tempo che avRai!
Cristina Zoppa - 24-06-2003
Sono una ventinovenne “coordinata e continuativa” (sicuramente più coordinata che continuativa soprattutto negli affetti): laureanda da una vita (cinque anni) lavoro in RAI anzi a RADIORAI da tre anni.
Ok, ho già sentito il vostro OHHHH…ma non è oro tutto quel che...insomma avete capito no….
Per carità un lavoro interessantissimo e in più, altro stupore immagino da parte vostra, sono arrivata in RAI grazie all’Università. Dopo un periodo di letargo, dovute alla profonda delusione che le strutture universitarie mi davano, ho iniziato a frequentare e a fare tutte le attività che l’Università mette a disposizione al di là delle lezioni, come seminari, gruppi di ricerca, stage.
In più avevo alle spalle tre anni di lavoro “volontario” (solo una volta mi hanno pagato: 56.000 lire) nel fine settimana in una radio locale: un’esperienza però enorme che oggi posso rivendermi bene.
Lo stage universitario invece mi ha portato a lavorare in una casa editrice scolastica per un paio di mesi: 10 ore di lavoro al giorno per un misero contratto di formazione.
Durante i due mesi sono stata anche alla Fiera del Libro di Torino: bellissima esperienza ma subito dopo ho lasciato il lavoro perché temevo, a ragion veduta, di non riuscire a finire l’Università.
Dopo 15 giorni da questa pur “dolorosa decisione” Mamma Rai chiama: avevo organizzato per la mia Facoltà, Scienze della Comunicazione, un seminario sul Festival di Sanremo insieme ad una compagna che avevo conosciuto in un gruppo di ricerca sul varietà sempre dell’Università e che stava facendo uno stage in RaiEri.


Dovevamo presentare un libro di Dario Salvatori sul Festival di Sanremo: ecco è lui che ci ha portato qualche mese dopo in RAI. Aveva percepito la nostra passione smodata per la musica e soprattutto aveva apprezzato tanta dedizione e fatica nell’organizzare un seminario a titolo gratuito.
Ecco quando si dice la famosa gavetta: soldi zero, passione e competenza moltissima.

Oggi però il senso del lavoro e del tempo stanno cambiando e a ventinove anni, dopo il vero e proprio stordimento iniziale dato dalla realizzazione di quella che in fondo soltanto tre anni fa avrei definito una “favola”, sento la profonda esigenza di trovare una strada alternativa a quella che sto percorrendo.
Sì lo so, sono una privilegiata: solo l’altra mattina sono entrata a lavoro e mi ha retto la porta dell’ingresso molto gentilmente Fiorello che tornava in Rai da neo sposo; sono uscita alle 8 di sera e di corsa sono andata a comprare il pane e nel negozio sotto l’ufficio c’era Stefano Accorsi (non capita tutti i giorni, ma quasi).
Insomma stelle e strisce e, soprattutto, un lavoro culturalmente stimolante: il progetto al quale partecipo si chiama Radioscrigno e si occupa della valorizzazione dell’Archivio Storico della Discoteca Rai nonché della Nastroregistroteca Rai.
Il tutto si traduce in un sito radioscrigno, un programma radiofonico su RadioUno (dal lunedì al venerdì dalle 12.30 alle 13.00) e tante altre attività tra cui collaborazioni con Teatri e Università.
Il materiale che trattiamo infatti è di varia natura : dal discorso di Grazia Deledda subito dopo aver ricevuto il premio Nobel alla prima intervista di Mina o Celentano al borsino dei dischi dei Deep Purple.


Non a caso parliamo di “scrigno” e tutto ciò che imparo stando a lavoro è veramente oro: non si può dire però altrettanto del trattamento economico ma soprattutto contrattuale. Essere un CO.CO.CO in Rai vuol dire praticamente poco o niente : basta pensare che non abbiamo diritto neanche alla mensa. Ma soprattutto non c’è nessun tipo di garanzia per il futuro: e qui veniamo all’idea del Tempo, speso bene per carità per la qualità dei contenuti del mio lavoro ma con poco investimento per il futuro.
Anzi farei una distinzione per le tre grandi aree temporali:
il passato è forse visto con soddisfazione ma anche con delusione perché dopo tre anni non ho in realtà acquistato nessun diritto, a meno che non affronti una causa del lavoro con la Rai che sicuramente potrei vincere ma che pagherei con l’assoluto ostracismo dell’Azienda…e non conviene.
Il presente ha invece due facce: si può decidere di dedicare il minimo indispensabile al lavoro, visto che non ci sono obblighi di orario, ma lo sconsiglio vivamente perché si perde facilmente il polso della situazione e questo è pericoloso in tutti i campi perché può annullare il tuo potere decisionale, oppure dare tutto al lavoro, come nel mio caso, il che dà più soddisfazione ma rimane un senso costante di “sfruttamento senza giusta causa” (e non è una sensazione piacevole).
Il futuro vede invece una progettualità pari allo zero tanto da non arrivare a fare neanche l’abbonamento annuale per l’autobus (e quanto questo influisca sulla sfera privata anche in termini di volersi costruire una famiglia propria è facile ad immaginarsi).
Insomma lo “scrigno” per me è mezzo pieno e mezzo vuoto. Non so a cosa porterà questa riforma del lavoro ma lo immagino e tremo. E mi fermo qui : lascio a voi ogni tipo di considerazione.
Mi chiedo soltanto, e lo faccio con voi, dove ci porterà questo modo di lavorare vissuto attimo per attimo, passo dopo passo e con nessuna certezza : l’unica forza è seguire almeno, quando si può, le proprie aspirazioni e le proprie passioni…in tasca rimarrà ben poco ma avrete collezionato almeno ottimi ricordi (Fiorello e Accorsi compresi)
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 Davide Rossi    - 01-09-2003
Cristina Cristina,
chissà se leggerai mai questo commento, a tre mesi dal tuo articolo...
Io sono Davide, tuo ex ex concittadino nonché conoscente...(e da qualche anno "piccolo" fan)
Mi ha fatto piacere leggerti, per quello che dici e per come lo dici. La precarietà del lavoro, l'assenza di garanzie, l'impossibilità di guardare al futuro con tranquillità economica (e soprattutto previdenziale, per noi praticamente una chimera da splendidi novantenni) rende questo sistema e questo mondo ancora più angusto, scomodo, ingiusto e fottutamente più egoistico di quanto forse lo sia mai stato.
Io spero che tu possa continuare a crescere nel tuo lavoro, comunque, perché ti sento "bene" quando sfreccio sulle strade o quando mi riposo a casa.
In questo mondo che non mi piace ho scelto di privarmi di alcune cose. Non ho TV da tre anni.
In compenso a casa si vive di radio, ovviamente RAI, nonostante tutto RAI...
Un abbraccio


 un estimatore    - 23-10-2003
Ciao cara Cristina, è molto probabile che tu non avrai mai modo di leggere questo mio saluto quindi invisibile ma allo stesso modo necessario. poco importa. l'esistenza è come l'acqua: incolore, inodore, insapore...ma vitale. l'esistenza non è necessariamente presenza. è coltivazione di uno spazio. questo è uno spazio. io esisto. chissà se ti amo.