Il piccolo antiamericano
Piero Graglia - 21-06-2003
Consideriamo la giornata di un agiato borghese francese dell'800: la mattina M. Durand si lava con un sapone (fabbricato con olio di arachidi del Congo) e si asciuga con un asciugamano (fatto di cotone della Lousiana). Poi si veste: la sua camicia è fatta di lino di Russia, i suoi pantaloni e il redingote sono fatti di lana del Capo e dell'Australia; la sua cravatta è di seta giapponese; la suola delle sue scarpe proviene da un bue argentino, trattato con prodotti chimici tedeschi. La sera, dopo avere mangiato in ristorante con cucina caucasica, e ballato al suono di un orchestrina jazz americana, lui e sua moglie tornano a casa. M. Durand si addormenta sotto il suo piumone (piume di oca norvegese) sognando che decisamente la Francia è un grande paese, bastante a sé stesso, e che non ha bisogno di nessuno.
Questa sensazione di onnipotenza dei paesi europei, la negazione pratica dell'interdipendenza economica ha poi portato a quello che noi tutti sappiamo: protezionismo economico, nazionalismo, totalitarismo, tentativi egemonici.
Oggi la situazione è simile, anche se spostata su un versante sbilanciato più sul piano culturale - nessuno nega più l'interdipendenza economica.
Tutto quello che usiamo, dal più semplice oggetto al discorso filosofico più elaborato, ha riferimenti con gli Stati Uniti. Non si può essere antiamericani perché gli Stati Uniti dominano, dal 1945 in poi, ogni modello di comportamento, dal divertimento al lavoro in fabbrica. Siamo tutti cresciuti sulla base di modelli provenienti d'oltre oceano, e più o meno inconsapevolmente li abbiamo assimilati, aderiti e, ovviamente sottoposti a giudizio. Ma criticare qualcosa non significa essere "anti-" in maniera radicale e assoluta, integralista. E' esercitare quell'elementare diritto di opporsi a scelte che non si considerano giuste per gli abitanti del proprio condominio, del proprio paese, del proprio mondo. E farlo come persone piccole e insignificanti, che acquistano un valore ed un peso solo se diventano migliaia e milioni e fanno sentire la propria voce.
Posso sentirmi lontano mille miglia dall'idea teocratica del Giappone imperiale o dall'animismo, ma non mi sentirò mai troppo lontano dal liberalismo anglosassone o dalla socialdemocrazia europea. E' il mio mondo, il mio mondo di valori di riferimento, e se vedo che qualcuno in quel sistema di valori viola un principio da tutti riconosciuto valido (o finanche un documento internazionale sottoscritto da tutti i paesi europei e atlantici, come la Convenzione di Helsinki), ebbene, perché devo stare zitto e ingollare e se parlo essere definito antiamericano? Lenin e Wilson combattevano la stessa battaglia nel 1919, ma non si sono mai incontrati.
Oggi consideriamo Wilson un grande presidente e Lenin un grande rivoluzionario, ma i sistemi da essi creati si sono rispettivamente allontanati dalle intenzioni originarie.
Gli USA hanno difeso l'Europa per cinquanta anni, permettendole di diventare il paradiso post-moderno che è oggi: luogo del diritto, della comprensione, del politically correct, dell'integrazione e del rispetto delle culture e delle diversità. Bellissimo. Intanto gli USA, rinchiusi nel loro guscio di modernità tecnologica e armata, hanno fatto la maggior parte del "lavoro sporco", dalla Corea al Guatemala, dal Vietnam al Cile, dal Golfo alla Bosnia-Erzegovina, dal Kosovo al Golfo II. Alcuni di questi interventi vanno letti in prospettiva storica, altri sono giustificati moralmente e sul piano del diritto internazionale, altri sono delle pure avventure delinquenziali. Se plaudo a uno nessuno se ne accorge, se ne critico altri tutti mi danno dell'antiamericano. E' totalmente schizofrenico, soprattutto da parte di quelli che stanno attenti con le orecchie e gli occhi spalancati a cogliere il minimo accenno di quello che è "l'antiamericanismo" codificato:
a)" Giovani americani hanno dato la vita per la salvezza dell'Europa, non dimentichiamolo". E chi se lo dimentica, ma a parte il fatto che molti più legionari dell'impero romano sono morti per portare la lex romana in tutta Europa e poi per difendere l'impero dalle invasioni barbariche (e che dire dei Franchi di Carlomagno?), non vedo perché il sacrifico dei marines in Normandia, in Sicilia, in Provenza debba diventare un lasciapassare che annulla ogni capacità di giudizio negli europei.
b) "Gli USA hanno aiutato l'Europa col Piano Marshall, e hanno favorito la ripresa del continente". Vero, ma tutto faceva parte di un disegno complessivo fondato sulla creazione di uno spazio economico liberista, necessario alla ripresa dei commerci, e se dico che Nixon nel 1971, annullando la convertibilità del dollaro in oro intendeva scaricare una parte del peso della guerra nel Vietnam sulle spalle degli alleati riottosi, distruggendo il sistema di Bretton Woods, faccio un discorso antiamericano o dico una verità economica?
c) "Gli Usa sono una grande democrazia". Ma gli USA hanno anche il sistema penitenziario e giudiziario più repressivo e più cruento tra tutti i paesi occidentali. Il crimine non si abbassa e la pena di morte non serve come deterrente. I minori vengono giustiziati, insieme ai ritardati mentali. Se dico che mi sembrano segni di inciviltà sono antiamericano o esercito un sacrosanto diritto di critica verso un paese che riconosco come una delle nazioni più ricche e benestanti dell'Occidente?
Di solito, poi, chi critica gli "antiamericani", chi li individua e li segnala al pubblico ludibrio, fa parte di uno schieramento ben preciso nella politica italiana (meno in Europa, poiché anche i gollisti sono "antiamericani" nel senso sopra rappresentato, e anche la SPD tedesca).
Queste persone si indignano per ogni supposta offesa agli USA, ma non dicono una parola sui mezzi che l'Europa può avere per far valere la sua attuale superiorità (economica, morale, di qualità della vita globale) rispetto agli USA. Accettano, di solito passivamente, una condizione di subalternità del continente, sono quelli che De Gaulle definiva "la legione straniera degli americani in Europa". Ebbene a questi signori, pronti a indicare il piccolo antiamericano tra noi, chiedo di avere anche la sensibilità per indicare non solo in senso negativo, ma anche in positivo, le vie che si aprono al continente per giocare un ruolo di "civiltà" in senso lato sullo scenario internazionale. Se questo poi li porterà a criticare parzialmente Washington, non si preoccupino, li capiamo benissimo.


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