E invece bisogna abolirlo
Alberto Biuso - 27-11-2001
Già nel luglio scorso la redazione della rivista il Voltaire si era fatta promotrice di una raccolta di firme per l’abolizione dell’Esame di Stato. Le motivazioni erano le seguenti:
1. Così come sono congegnati, tali esami costituiscono un’autentica farsa. Indulgenze eccessive e comportamenti illeciti non possono che avere una ricaduta diseducativa sui giovani, i quali dall'esame imparano che nella vita è più utile essere furbi che onesti. In un modo o nell’altro la promozione è di fatto garantita. Di conseguenza si vanifica il valore della prova.
2. La promozione generalizzata è a sua volta funzionale a mostrare un’efficacia del tutto apparente. Se, infatti, la qualità di un sistema scolastico e il livello culturale di una società fossero davvero misurabili con il numero dei promossi e dei diplomati, basterebbe offrire a ogni neonato un titolo di studio.
3. Un’altra importante ragione per abolire gli esami, soprattutto in un regime di autonomia, sta nell’evitare che l’intero lavoro didattico venga piegato verso la prova finale, la quale assume un peso sproporzionato rispetto all’intero curricolo e alle finalità dell’insegnamento.
4. Tali esami risultano quindi una spesa inutile.

La riforma dell’Eds prevista dall’articolo 13 della finanziaria 2002 prevede che i commissari siano tutti membri del Consiglio di classe, con il solo presidente esterno. La proposta sta suscitando un certo numero di reazioni negative. Tuttavia, si tratta della stessa idea iniziale del Ministro Berlinguer, partendo dalla quale si arrivò poi alla divisione dei commissari in metà interni e metà esterni. Di più: per anni molti docenti e studenti l'hanno sostenuta con la motivazione che in tal modo a esaminare i ragazzi sarebbero stati gli insegnanti che meglio li conoscono.
Personalmente, condivido la proposta per le stesse ragioni che mi hanno fatto firmare la richiesta di abolizione degli esami. Spero, infatti, che con una commissione tutta interna, i diplomi che le scuole rilasciano siano ormai valutati per quello che sono: certificati cartacei privi di valore. A questo, infatti, la demagogia scolastica tuttora imperante li ha ridotti. Bisognerebbe quindi invertire rotta o togliendo valore legale ai titoli di studio o prendendo finalmente sul serio e attuando l’art. 34 della Costituzione: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Ma la Costituzione non immaginava certo la riduzione della scuola a parcheggio sociale, a intrattenimento ludico, a baby sitter di massa.
Il valore legale dei titoli va radicalmente posto in questione. Nessuna riforma della scuola potrà migliorare davvero la qualità dell’insegnamento se non si sgombera il terreno dall’equivoco giuridico che fa coincidere l’apprendimento con un attestato dal valore legale. Le ragioni per cui proporre l’abolizione di questo valore sono ormai urgenti e significative. Sul tema ho scritto un saggio che sarà pubblicato su una rivista di pedagogia. In esso ho cercato di delineare una breve storia della questione e le possibili alternative al valore legale. Per Fuoriregistro posso solo limitarmi a elencare alcune delle ragioni contro il valore legale dei titoli di studio.

- Nell’ambito dell’educazione, un aspetto assai negativo è rappresentato dall’ipocrisia e i titoli concessi dalle scuole italiane si sono ormai da troppo tempo ridotti a una finzione alla quale nessuno crede più, né le istituzioni che li rilasciano né le aziende che assumono diplomati e laureati.

- Una scuola trasformata da spazio di trasmissione dei saperi e delle competenze culturali e professionali a un luogo di semplice socializzazione non ha più la legittimità -epistemologica e giuridica- di rilasciare diplomi dal valore legale. Alla prevedibile obiezione che in questo caso sarebbe sufficiente riqualificare dall’alto la scuola per mantenere quindi il valore legale dei diplomi, rispondo con franchezza che in Italia sulla reale qualità degli studi siamo arrivati a un punto di non ritorno.

- Il principio dell’autonomia delle scuole, al quale pure tanta enfasi è stata data, è dal punto di vista logico e giuridico incompatibile con il valore legale dei titoli.

- Un’autonomia che non voglia essere soltanto nominale deve, infatti, liberare le singole istituzioni educative dalla uniformità didattica e culturale che è ovviamente implicita nel valore legale dei titoli.

- La libertà di insegnamento dei singoli docenti e delle scuole implica la libertà nella scelta dei contenuti, delle metodologie, dei tempi di svolgimento, dei testi, dei problemi da affrontare ogni giorno con gli studenti nelle classi. Anche questa libertà risulta incompatibile col valore legale dei diplomi.

- Tale valore è quindi una prova del prevalere dello Stato sulla società civile. Restituire a quest’ultima il primato significa ampliare gli spazi di concreta libertà dei cittadini chiedendo allo Stato unicamente di verificare le capacità di chi si candida all’esercizio di una professione e non anche i modi con cui si è acquisita tale capacità (libera scelta di questo o quel percorso formativo o anche studio da autodidatta).

- Fra le libertà della società civile rientra l’affrancare l’attività di insegnamento da imposizioni amministrative, gerarchiche e collettivistiche per legarla invece alla comunità scientifica di appartenenza, garanzia di qualità del sapere e di costante rinnovamento didattico. Il docente, in altri termini, dovrà sentirsi vincolato non alla statuto giuridico della disciplina che insegna ma al livello delle acquisizioni culturali della comunità che svolge su di essa attività di ricerca.

- L’abolizione del valore legale dei titoli contribuirà a fare del docente il fulcro di ogni riforma e il vero responsabile dell’insegnamento, poiché avranno successo solo quelle innovazioni che saranno condivise da chi nelle scuole opera tutti i giorni.

- Il valore legale dei titoli ha fatto nascere una miriade di finte scuole il cui solo obiettivo è quello di svendere diplomi in cambio di denaro. Crediamo che sia questa una delle ragioni meno percepite ma più influenti dello scadimento del senso civico in Italia.

- Tantopiù che anche allo scopo di reggere la concorrenza di questi diplomifici, molte scuole pubbliche si vanno tristemente modellando sugli stessi loro obiettivi col conseguente crollo della dimensione culturale del loro insegnamento.

- La permanenza del valore legale dei titoli rischia di ridurre l’ultimo anno di insegnamento a una semplice preparazione al rito inconcludente dell’esame di stato.

- Mantenendo il valore legale in un contesto sociale ormai radicalmente mutato, si sta creando una scuola sempre più rigida nell’impedire qualunque effettiva mobilità sociale. Il valore reale dei diplomi e delle lauree è stato di fatto eliminato col regalarli a tutti indistintamente. È quindi saltata la corrispondenza tra titolo di studio e mercato del lavoro e si continua tuttavia a presentare la scuola e l’istruzione nei termini del tutto illusori della promozione sociale.

- L’abolizione del valore legale risulta pertanto una condizione -certo non sufficiente ma necessaria- per sostituire al circolo vizioso che induce le scuole, pubbliche e private, a farsi concorrenza verso il basso, un circolo virtuoso che le porti a preparare davvero meglio i loro studenti e a meritare quindi le iscrizioni sulla base non della facilità con cui ottenere il diploma ma dell’effettivo valore della preparazione conseguita.

- In una società complessa e articolata come quella contemporanea, nella quale nessuna acquisizione culturale o competenza professionale può risultare definitiva, un certificato che attesti il possesso stabile di un sapere o di una capacità appare semplicemente anacronistico. Liberare la scuola, la società e gli individui dal valore legale dei titoli significa cominciare a restituire all’apprendere la sua gratuità, il gusto per la scoperta del nuovo, la consapevolezza che una capacità professionale va costruita giorno dopo giorno nella concreta ricchezza dell’esistenza individuale e collettiva.

- La scelta per l’abolizione del valore legale dei titoli di studio o per la sua conservazione si configura pertanto come un’alternativa fra la dimensione culturale dell’insegnamento e quella burocratica. Penso che chiunque ami la scuola e il sapere non dovrebbe avere dubbi in proposito.
interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Franco Villa, docente di Fisica in un triennio scientifico t    - 27-11-2001
Amo il sapere e la scuola, ma non sono d'accordo nell'abolire nè l'esame nè il valore legale del titolo di studio.
Non sono così pessimista sullo stato attuale.
L'esame è molto sentito e rappresenta una prova importante. E' vero che la percentuale di promossi è alta ( fatto positivo) ma lo è stata anche la percentuale di respinti e di abbandoni negli anni precedenti (fatto negativo). L'esito finale ha una buona corrispondenza con il percorso scolastico.
Se tutto ciò non fosse vero perchè dovrei impegnarni così, assieme a tanti miei colleghi (fessi anche loro?).
Franco Villa,
docente di Fisica in un triennio scientifico tecnologico.

 Renzo Stefanel, italiano e storia, biennio geometri    - 02-12-2001
ABOLIRE! ABOLIRE! SENZA POR TEMPO IN MEZZO! Ma dov'era 'sta petizione, chè non ne ho mai sentito parlare? Come si può procurarsela, farla circolare, ecc.? La caratterizzazione dell'Esame come una farsa è perfetta. Sono innumerevoli i casi di colleghi, anche bravi insegnanti, che si presentano agli esami con l'intento di promuovere tutti per dispregio nei confronti dell'esame stesso. E allora perchè continuare? Sarà la vita, come al tempo della Grecia antica, a dimostrare chi ha i numeri per farsi strada e chi no. In alternativa all'abolizione, propongo di rendere l'esame teutonicamente difficile, di formare una task force di insegnanti scientificamente determinati ad accertare la MATURITA' degli esaminandi, disposti a infierire sulle ridicole tesine presentate dai candidati, pronti a far rapporto al Ministero in presenza di commissari interni (mai più di uno, in ogni caso) democristianamente volti alla promozione generalizzata e pietista. Propongo che in questo caso la segnalazione di bassa preparazione dei candidati, scarsa selezione da parte dell'istituto tal dei tali, ecc. comporti l'immediata diminuzione dei finanziamenti statali alla scuola in oggetto, in proporzione alla gravità del rapporto. E sennò, ABOLIAMO SENZA POR TEMPO IN MEZZO!

 berta claudio    - 02-12-2001
Mi riferisco all'esame di stato nei licei (e non ho letto tutto l'articolo, perchè troppo lungo). Dico solo: qualcuno guardi la distribuzione statistica dei punteggi; scoprirà che l'esame è comunque uno strumento che funziona per distinguere con buona approssimazione i livelli di apprendimento e competenze.

 Franco Di Plotti, ingenere, suppl. in un I.T.per geometri    - 02-12-2001
Per come stanno le cose, (vedere i tabelloni di fine anno che riportano promozioni con tre, quattro!!! debiti formativi, e con dichiarazione scritta!! di ulteriori aiuti; debiti nella stessa materia protratti per anni successivi!!! - poverino, non ha mai ingranato, dalle elementari!!) c'è da pensare che sarebbe meglio abolire l'esame di stato; è una farsa dichiarata a cui i commissari interni si prestano per tutelare ... il buon nome della scuola ... un servizio inefficiente prestato (e non per colpa loro) ... o solo promozioni regalate perchè se lo studio è tosto, gli studenti vanno altrove ... si perdono cattedre ... si rischia di essere trasferiti in una sede lontana (sic).
Per non parlare di chi promuove sia all'esame di stato sia agli scrutini di fine anno per la semplice ansia di subire un ricorso (diciamo francamente che come accade anche nel privato - ma meno - non tutti operano con la passione che il delicato lavoro di docente comporta ed impone).
Ragioni ampiamente favorevoli per abolire gli esami ce ne sono; ragioni ancor più forti per togliere il valore legale al titolo di studio anche, e simpatizzo entrambe le posizioni.
Ma fino che possiamo dobbiamo essere convinti che:
1- la ricchezza di una Nazione è nella cultura e nella competenza dei suoi Cittadini.
2 - Che dobbiamo pretendere che i nostri figli abbiano il più elevato possibile grado di istruzione; e questo loro "malgrado" dopo tutto è nel gioco delle parti - compito dello studente è fare il meno possibile, compito del docente è fargli fare il più possibile; come docenti, e prima di tutto come genitori e cittadini dobbiamo esigere il meglio; democraticamente possiamo lasciare che i nostri figli decidano il loro progetto di vita e di studio; come adulti abbiamo il dovere morale verso di loro ed il diritto a nostro favore che perseguano e raggiungano la meta finale di quel progetto che si sono liberamente scelti.
3 - toglire l'esame di stato perchè tanto sono tutti promossi è sciocco quanto togliere un limite di velocità perchè non viene rispettato.
Facciamo un salto di qualità .... ripristiniamo gli esami di riparazione -e siano severi-, ripristiniamo l'ammissione gli scrutini di ammissione -e l'ammissione sia ben ponderata e qualificante per la scuola che presenta il candidato; pretendiamo che all'esame si presentino studenti preparati, pretendiamo che l'esame sia una vera prova, non solo selettiva ma soprattutto qualitativa. E che al giudizio attribuito corrisponda una reale competenza.
Applichiamo un codice serio rigoroso e non buonista o pietista nella valutazione all'esame; se i requisiti (e per favore che non siano minimi!!) stabiliti o richiesti sono mancati anche di poco il candidato sia riprovato -vorrei dire con serenità.
E soprattutto è indispensabile fare uscire il lavoro dei docenti dalle secche della burocrazia!! meno carta, meno programmi, meno progetti, meno balle e demagogia, molti ma molti più contenuti e molta più preparazione richiesta agli studenti; forse la Scuola farà un grande salto in avanti se avrà il coraggio di fare un piccolo passo indietro

 rosanna betti    - 02-12-2001
Mi trovo sostanzialmente d'accordo con l'intervento e penso che dall'abolizione del valore legale del titolo di studio la nostra scuola (pubblica) non possa trarre che giovamento. Rosanna Betti, insegnante di lettere all'Istituto Tecnico Industriale "Leonardo da Vinci" di Pisa.

 Giampietro Ferrario    - 02-12-2001
Caro collega,
sono del tutto d'accordo con quanto scrivi.
Ritengo che l'attuale stracciarsi le vesti di alcuni per le commissioni formate solo da "interni" non aiuti per nulla a cogliere le questioni ben più imporatanti in gioco, non ultima quella del valore legale del titolo di studio. E' su questo che occorre onestamente riflettere e confrontarsi.
Far cadere questo vecchio tabù sarebbe il primo significativo passo verso una reale riforma del sistema scolastico, attualmente ingessato da una mortificante autoreferenzialità cui non si rimedia certo col sacro rito degli esami finali con commissari esterni.
Non credo, poi, che l'Università ci vorrà rimproverare dal prossimo anno l'accesso agli studi accademici di studenti disabituati agli esami. Temo piuttosto che anche il prossimo anno ci rimprovererà la grave impreparazione degli studenti.

 Giuseppe D'Emilio    - 03-12-2001
Chi, nella situazione attuale, propone l'abolizione del valore legale del titolo di studio ha il pregio di essere concreto, diversamente da chi, da anni, continua a ripetere che è necessario migliorare l'istruzione pubblica, mettendo da parte l'analisi della situazione reale e della scuola e della società.

A sostegno, quindi, delle interessanti riflessioni esposte da Alberto Biuso, esprimo alcune considerazioni estemporanee.

In una sempre più concreta prospettiva di aumento degli spazi offerti alle scuole private, appare evidente che la concorrenzialità porterà ad un ulteriore diminuzione della selezione e quindi ad un'ulteriore dequalificazione del titolo di studio; ma sappiamo bene, del resto, a meno di non voler fingere, corporativisticamente, che noi docenti siamo perfetti, che già oggi la prospettiva di "perdere il posto" e di essere trasferiti in sedi disagiate porta molti di noi a compiere, più o meno consapevolmente, calcoli opportunistici in sede di scrutinio finale.

Pur essendo fermamente convinto che la scuola debba fare di tutto per evitare l'insuccesso scolastico e la dispersione, noto che retorica "buonista", demagogia e film di serie B hanno ormai, credo definitivamente, inculcato in buona parte dell'opinione pubblica l'idea che l'insegnante che respinge è "cattivo"; è ovvio che molti di noi, per due milioni al mese, soprattutto dopo l'abolizione degli esami di riparazione e del valore del sette in condotta, non hanno avuto la forza di fare altro che adeguarsi a questa situazione, "abbassando" gli obiettivi. A questo proposito è inoltre da notare che non sono pochi i docenti pregiudizialmente contrari a qualunque tipo di selezione, sia pure, come spero tutti la intendiamo, "orientativa".

La "cultura del ricorso" porta molti presidenti di commissioni d'esame a far di tutto (in soldoni: non bocciare) pur di evitare qualsiasi complicazione legale.

Dal desiderio del "pezzo di carta" non siamo immuni nemmeno noi insegnanti, basti vedere la recente corsa alle abilitazioni riservate, in alcuni casi ancor più farsesche degli esami di Stato; quasi tutti i docenti, o aspiranti tali, respinti nei concorsi sono convinti di essere vittime di ingiustizie; esaminatori appena appena rigorosi vengono in genere criticati e considerati negativamente; possiamo pretendere che tutti gli alunni comprendano di avere delle lacune e che tutti i genitori ammettano che la loro creatura "non riesca"?

Della mancata corrispondenza tra preparazione e titolo di studio, alcuni di noi sono una prova vivente...


Con tutto ciò, non credo che la scuola italiana sia allo sfascio: sono testimone di molte situazioni in cui ancora si motivano gli studenti, si offrono concrete occasioni di recupero e di valorizzazione delle eccellenze, si orienta, insomma: si "fa scuola".