La pratica è chiusa.
Giuseppe Aragno - 17-06-2003
Il 75 % degli italiani con diritto di voto non ha votato ed il resto lascia il tempo che trova.
Affido agli studiosi di Pirandello le mille considerazioni sulla “maschera e il volto” della realtà politica e sindacale di questo nostro sventurato paese nel quale Cofferati, intento a sfogliare margherite sul suo futuro da sindaco di Bologna, vota - posso dire non a caso? - col presidente della Confindustria - posso dire della e non di? -Berlusconi vota con Rutelli, Prodi con Fini, D’Alema con Bossi e la Cisl e la Uil vanno dalla parte opposta a quella in cui va la Cgil, e tutti, nessuno escluso dichiarano di “volere il bene” dei lavoratori. Il bene ed i voti, naturalmente, quelli che per il referendum hanno tutti più o meno invitato a non dare.
Lascio a studiosi di astrologia e cartomanzia gli oroscopi sul destino della nostra democrazia felice che può contare su maggio-minoranze così stabilmente stabili da non lasciare agli amanti della libertà altre alternative se non quelle comunemente definite deliranti.
Confido, infine, sui cultori del trhilling per le considerazioni sull’opportunità di organizzare un qualche referendum-suicida sulla scuola morattiana. Qui Pirandello non mi soccorre: mi vengono in mente solo “I giganti della montagna”, ma l’opera è opera incompiuta.
A me riservo solo una riflessioncella banale, di quelle inutili, che lasciano il tempo che trovano e alla “gente di mondo scettico-navigata” apparirà di certo questione per sempliciotti ed utopisti.
Una delle motivazioni più comuni addotte da fautori del no e astensionisti per giustificare la loro appartenenza alla maggio-minoranza è quella che si esprime con una strizzata d’occhi e il viso atteggiato a compassione – come per dire povero illuso – e mette d’accordo il diavolo e l’acqua santa: ma così i datori di lavoro faranno ancora più ricorso al lavoro nero! Che è come dire: ma non capisci che i comportamenti illegali dei datori di lavoro aumenteranno?
Dio ci scampi! Benvenuta la sconfitta referendaria!
Ora però, di grazia, una domanda: non sarebbe bello se, dopo aver “salvato” i lavoratori dal referendum, i leader della maggio-minoranza ci dicessero cosa hanno pensato di fare per colpire al cuore i datori di lavoro che continueranno a ricorrere a comportamenti illegali?
E’ una domanda provocatoria? Certo. Come quella che segue: il licenziamento senza giusta causa può essere imputato al datore di lavoro come istigazione a delinquere commessa nei confronti di un lavoratore premeditatamente gettato sul lastrico?
Tesi estrema! Non c’è dubbio. Estremismo! Più moderato è tollerare un furto, per paura che aumentino i ladri.
Moderato. Certo.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 ilaria ricciotti    - 17-06-2003
Anche in questo caso avremo ciò che ci meritiamo.
Se il popolo sovrano ha votano NO e NO sia, con le conseguenze che ne deriveranno.

 Caelli Dario    - 22-06-2003
Quando leggo gli scritti di Giuseppe Aragno non posso esimermi dalla domanda: "ma ci fa o ci è?".
Non le viene il minimo dubbio che forse, e dico forse, se tutti o quasi i partiti, i sindacati, il mondo degli imprenditori, il mondo degli artigiani, hanno preso una posizione contro il referendum sull'estensione dell'art 18, forse, ripeto, è perché tale estensione potrebbe essere negativa?
Se lo statuto dei lavoratori, che non è sato scritto da Berlusconi (!!!), prevede questa distinzione tra piccola e medio grande industria bisogna cercare di capire le ragioni e non seguire acriticamente la posizioe del signor NO (Bertinotti).
Se i nostri padri hanno sancito uno statuto così com'è, ci sarà una ragione? No?
Cercando di capire nel merito. L'art 18 non parla della proibizione di licenziare senza giusta causa, ma del reintegro dopo il licenziamento senza giusta causa. Il licenziamento senza giusta causa è sbagliato, e nessuno dice che non lo sia.
Il reintegro in una grande azienda può essere la soluzione migliore, ma nella piccola e nell'artigianato vige una norma diversa che stabilisce un indennizzo forfettario variabile da 2,5 a 6 mensilità che il datore di lavoro deve corrispondere al licenziato.
A parte la considerazione banale che se uno fa bene e seriamente il suo lavoro non corre il pericolo del licenziamento. Facciamo finta di non sapere che il datore di lavoro se non ti vuole più ti rende la vita difficile finché tu ti licenzi. Facciamo finta di non sapere che a volte molti giovani operai si formano in piccole aziende familiari o quasi e poi, imparato il mestiere, se ne vanno verso le aziende più grandi, dove si guadagna di più.
Magari gioverebbe ricordare che i diritti non sono solo quelli che un lavoratore ha in caso di licenziamento senza giusta causa. Gli "abusi" dei datori di lavoro sono perseguiti già ora, Se un operaio si fa male e il datore di lavoro non ha ottemperato a tutte le leggi sulla sicurezza nei posti di lavoro, va in galera. Anche se lui ha ottemperato e il lavoratore no... perché lui deve dimostrare che, oltre a dare le direttive, deve anche farle rispettare. Cerchiamo di capire i veri problemi dei lavoratori e la loro condizione, senza andare a sbattere contro i mulini a vento. E l'estensione dell'art. 18 è una grande pala che forse per un po' si porterà con se il signor NO (Bertinotti). Evviva!

 Emanuela Cerutti    - 23-06-2003
Sono stata ai seggi domenica scorsa e ho sentito molti commenti della gente comune, quella che va a lavorare e guarda la televisione, quella che vive i bisogni su cui i politici costruisono poi i loro programmi. Genitori più di figli, adulti più di giovani erano preoccupati del futuro. Dicevano che il lavoro ormai è un terno al lotto, contestavano lo job-sharing scuotendo la testa (chi va poi a controllare non il secondo ma il terzo o quarto lavoro: mio figlio, assunto a tempo indeterminato, raccontava una mamma, viene licenziato regolarmente prima delle festività e subito dopo riassunto, almeno fin'ora, e lui non se ne preoccupa) , si chiedevano dove sono finite le sicurezze su cui intere generazioni hanno tentato di "ricostruire". Nessuno ragionava in termini di Berlusconi o Bertinotti, ma di giustizia e ingiustizia, gomitate e sgomitate, migliore o peggiore opportunità, lavoro sommerso e dichiarato, diritti e doveri. In molti si chiedevano come mai il precariato avanza e come mai per il bene dei lavoratori, appunto, si propongono soluzioni opposte. Si chiedevano, alla fine, che paese vogliamo costruire, se ognuno continua a far da sè e i politici lo avvallano.
Chi avrà ragione, pensavano, nella confusione che la parola maggio-minoranza coloritamente qui riassume. Il problema è uno: ormai non si sa più se a muovere le grandi scelte sia la ragione o l'interesse.
Si proponde per la prima delle due e quotidianamente di assite allo spettacolo del compromesso continuo. Comportamenti illegali? A qualcuno in fondo fanno comodo, di qua e di là. Evasioni? Se io un pò rubo tu un pò ci guadagni. Piedi in più scarpe? Mai lasciarsi sfuggire le opportunità.
Di estremo è rimasta solo la trasparenza, una chimera subito osteggiata, e fatta accomodare fuori.
Tutto il resto si mescola come nel gioco delle tre carte.
Nessun potere si costruisce senza un consenso: ma qual è quello che conta?

 Daniele Pellini    - 23-06-2003
Forse non vi rendete conto ma già adesso, almeno in tutto il Sud Italia, c'è un'enorme flessibilità: chiunque può assumere una persona senza ingaggio, per il periodo che desidera e con paga bassissima decisa in modo unilaterale dal datore di lavoro. Votare "Si" non avrebbe certo migliorato le cose ma tanto meno le avrebbe peggiorate. Ritengo però che avrebbe potuto dare marcia in più agli operai. Visto l'esito del referendum smetto di essere dalla parte dei lavoratori