Le intenzioni e l'inferno
Pino Patroncini - 10-06-2003
“La via dell’inferno è lastricata dalle buone intenzioni” dice un vecchio adagio. Per la verità dopo due anni di pratica politica ci è un po’ difficile anche individuare intenzioni buone in questo governo tanto in campo scolastico quanto in altri campi (lavoro, giustizia, politica internazionale ecc.). Ma dal momento che non possiamo dirci sorpresi dalle scelte operate, tutte iscritte nelle promesse elettorali del 2001, varrebbe comunque la pena di verificare almeno la coerenza con quanto promesso.

RISPARMIARE, RISPARMIARE, RISPARMIARE
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Orbene di tutte le promesse ce ne è una che vale più di tutte: il risparmio, costi quel che costi. E quando si dice il risparmio non si pensi a un risparmio episodico, per tappare un buco nei bilanci , un eccesso di spesa qua e là. Si pensi ad un risparmio sistematico, anzi sistemico. Un risparmio non finalizzato a questo o a quel risanamento, bensì ad un compito storico: l’abolizione dello Stato sociale insieme con l’abolizione delle sue spese. E per questo obiettivo il Tremonti di turno è capace di cambiare in vile metallo anche l’oro zecchino. Intendiamoci, nessuno si sogna di scambiare il trio Berlusconi-Tremonti-Moratti per la nuova trimurti del collettivismo: parliamo di oro zecchino sempre dal punto di vista della cultura neoliberista che permea il governo, non certo dal punto di vista di chi crede che sicurezza sociale, cultura, educazione, salute siano diritti e non merci.

MENO INFORMATICA E MENO INGLESE PER TUTTI.

Esempi ne abbiamo avuti con i tagli dello scorso anno e di quest’anno. Questo che in politica scolastica doveva essere il governo delle tre “i” di cui due erano informatica e inglese, si è avventato sugli organici della nostra scuola con un a violenza tale che ha costretto scuole e dirigenti scolastici ad abolire tutte le articolazioni progettuali a fatica avviate nella nostra scuola e a ricondurre il più possibile l’insegnamento all’insegnamento frontale e tradizionale. Per dirla in parole povere: ci si poteva aspettare che le tre “i” significassero un pieno riconoscimento disciplinare dei laboratori di informatica avviati utilizzando le risorse “liberate” , fra l’altro, da tagli e razionalizzazioni precedenti. Al contrario i tagli all’organico dello scorso anno hanno prodotto l’abolizione dell’utilizzo dei docenti in questi compiti e la scomparsa di queste esperienze o la loro riduzione ad attività aggiuntive ( e volontarie). Allo stesso modo quest’anno, con il decreto 212/02, si è preferito appendere la spada di Damocle di un licenziamento sulla testa di 450 docenti di trattamento testi soprannumerari ( ma meglio sarebbe dire supposti tali), che di mestiere si occupano di informatica, invece che proporre loro un utilizzo sull’attivazione di questa “i”.
Sempre allo stesso modo nella scuola elementare i tagli alle dotazioni organiche hanno determinato la riconversione di qualche centinaio di insegnanti elementari competenti in lingua straniera in maestri “ordinari” , alla faccia della “i” di inglese e del mancato assolvimento di un obbligo ordinamentale non ancora ottemperato a 18 anni dalla riforma.

PIU' FATICA PER TUTTI
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Ma sicuramente il massimo di queste contraddizioni il Ministero lo ha raggiunto con la norma introdotta in finanziaria sulla saturazione delle cattedre a 18 ore. L’introduzione di questa norma per tempi e modi ha dovuto tener conto di organici già definiti, di cattedre già stabilizzate. Ecco che allora è stata accompagnata dalla clausola per cui la sua introduzione, dirompente sul piano delle continuità didattiche, della casualità dell’attribuzione delle classi e dell’irrazionalità dell’organizzazione degli insegnamenti, è stata vincolata al fatto che per effetto della stessa nessun insegnante almeno per quest’anno perda il posto, dato che questo è già registrato nell’organico di diritto. Ne sono rimasti fuori a priori gli spezzoni, determinando così un rigonfiamento dell’organico di fatto. Ma soprattutto sono risultate penalizzate le scuole in espansione: qui la disponibilità di cattedre nuove ha dato modo di sbizzarrirsi nell’applicare le nuove norme ministeriali, senza il timore della creazione di soprannumero. Questo per gli insegnanti ha voluto dire non solo l’intensificazione dell’orario, ma anche l’aumento degli alunni da seguire, un’irrazionalità nell’accoppiamento degli insegnamenti, una minore incisività della propria presenza e del proprio ruolo. Se ne potrebbe trarre una conclusione: che agli insegnanti oggi convenga un immobilismo tanto assoluto quanto improbabile, in cui non si perdano alunni, ma nemmeno se ne guadagnino.

COMPETIZIONE? L'IMPORTANTE E' PARTECIPARE
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Ora se si pensa che questo Ministero e la maggioranza che lo sostiene in questi anni non hanno fatto altro che propagandare l’idea che tra le scuole dovesse svilupparsi una competizione, gabellando per proposta di un servizio all’altezza delle richieste dell’utenza l’obiettivo di accaparrarsi più alunni, c’è da chiedersi: è questo il premio per chi, magari riuscendo a diffondere un’immagine, non dico migliore, ma almeno più accattivante della sua scuola, ha ottenuto un afflusso maggiore di iscrizioni?
E, parlando di questo, non siamo nemmeno nel campo delle tre “i”, delle quali almeno informatica e inglese potrebbero essere anche condivisibili, se non fossero la banalizzazione provinciale di ben altre esigenze educative all’altezza della sopravveniente società della conoscenza. Qui siamo nel campo della competitività, attributo ineliminabile dell’onnipotente mercato. Siamo su un terreno che è proprio di questo governo. Ma diciamocelo in tutta sincerità: questo provvedimento sulla colmatura a 18 ore, così come è attivato, più che un incentivo al libero mercato sembra un incentivo al mercato nero.



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