Il decreto che non arriva
Fabrizio Dacrema - 09-06-2003
LA SCUOLA DELL’INFANZIA ED ELEMENTARE CONTRO LA MORATTI


Un silenzio assordante è sceso sul provvedimento che avrebbe dovuto far partire la riforma Moratti dal prossimo anno scolastico.
Ormai è praticamente certo: il decreto delegato per avviare l’attuazione della legge 53/03 dal prossimo anno scolastico non arriverà o comunque non arriverà in tempo: il ministro Moratti ha, quindi, subito una pesante smentita, la riforma non partirà da settembre dalla prima e seconda elementare.


Il dietrofront della Moratti

La ragione fondamentale di questo dietrofront risiede nella protesta che in modo crescente sta diffondendosi nelle scuole mano a mano che vengono a conoscenza dei contenuti della bozza di decreto.
Moltissimi collegi docenti stanno rifiutandosi di fare un aggiornamento forzato su un provvedimento che non condividono e che non è nemmeno stato approvato. La stessa amministrazione ha dovuto riconoscere, dopo aver tentato di imporre il corso, che la sua attuazione è facoltativa e che la decisione spetta alle scuole autonome.
Si moltiplicano anche le prese di posizione delle scuole contro i contenuti del decreto, a Milano e in Emilia Romagna anche i dirigenti scolastici hanno sottoscritto documenti molto critici.
La protesta sta crescendo e il governo arretra. Nella stessa maggioranza si stanno aprendo ampie crepe: il responsabile scuola dell’Udc Beniamino Brocca ha attaccato pesantemente i contenuti del decreto considerandoli “soluzioni già scartate 10 anni fa” e ha definito “talebani” i suoi autori, incapaci di dialogo e confronto.
Indubbiamente, nonostante gli spot da pubblicità ingannevole, il governo, nella stesura del decreto e dei documenti allegati (Indicazioni Nazionali e Profolio), non ha ascoltato nessuno, non le organizzazioni sindacali e le associazioni professionali, non le scuole e le famiglie e nemmeno ha atteso gli esiti della sperimentazione in corso, che si rivela sempre più una finzione ingannevole, il tentativo di far passare un modello che le scuole rifiutano.
Le ragioni dell’opposizione al decreto sono ormai evidenti: se fosse approvato e attuato, tutti gli aspetti positivi della riforma della scuola elementare verrebbero cancellati e la scuola dell’infanzia tornerebbe a modelli prevalentemente assistenziali.
Vediamo i punti principali.

La scuola dell’infanzia diminuita

Qui un primo danno è già stato attuato anche senza il decreto. La legge 53 ha introdotto direttamente la possibilità di iscrizione anticipata alla scuola elementare e, quindi, già da ora è possibile, a discrezione delle famiglie, ridurre a due anni il percorso formativo della scuola dell’infanzia, così come sarà possibile per i nati dopo il 31 agosto posticipare a sette anni l’ingresso nella scuola elementare.
L’anticipo nella scuola dell’infanzia è stato sostanzialmente rinviato, né è prevista a questo fine alcuna copertura finanziaria, mentre la prima esperienza di anticipo nella scuola elementare, realizzata con l’apertura delle iscrizioni dell’aprile scorso, si è rivelata un flop (si sono iscritti il 30% degli aventi diritto), ma, con la sua attivazione, il percorso formativo triennale della scuola dell’infanzia, fondato sugli Orientamenti ’91, è ormai un optional, e non la “prima scuola” che dovrebbe essere.
L’esclusione dal profilo educativo in uscita del primo ciclo dell’istruzione, considerato 6-14 invece di 3-14, afferma chiaramente la dimensione assistenziale della scuola dell’infanzia.
Il tempo scuola previsto dalla bozza di decreto, da 875 ore annue (25-26 ore settimanali) a 1700 (48-50 settimanali), a richiesta delle famiglie, senza vincoli di qualità per garantire la significatività della giornata educativa e adeguati spazi di contemporaneità docente, delinea sempre più chiaramente le riduzione della scuola dell’infanzia a servizio a domanda individuale.
Per la generalizzazione, pure prevista dalla legge delega, non è invece prevista alcuna copertura finanziaria, così come nulla è previsto per garantire effettive condizioni di qualità per il funzionamento (edilizia scolastica, limite massimo di 25 alunni per sezione, garanzia di almeno 10 ore di contemporaneità docente, …).
Generalizzazione quantitativa e qualitativa rappresentano, invece, la prospettiva autentica di sviluppo della scuola dell’infanzia, che, dove esiste ed è forte culturalmente e professionalmente, si sta rivelando come il vero antidoto all’anticipo e all’ideologia del “bambino accelerato”. La distribuzione territoriale delle iscrizioni per l’anticipo lo conferma: al centro nord si sono limitate al 10-15% degli aventi diritto, al sud, dove spesso la scuola dell’infanzia manca o è carente, sono arrivate anche al 50-60%.

Si riduce il tempo scuola delle elementari

L’orario per la scuola primaria viene ridotto a 891 ore (27 a settimanali contro le 30 attuali) comprensivo della quota riservata alle regioni, alle istituzioni scolastiche, alla religione cattolica, a cui si possono aggiungere 99 ore annue (3 a settimana) per attività facoltative ed opzionali per gli allievi, che le scuole possono organizzare in rete tra loro e per le quali possono anche ricorrere ad esperti assunti con prestazione d’opera, compatibilmente con le risorse finanziarie della scuola.
Ne consegue che una parte dell’attuale curricolo obbligatorio della scuola elementare verrebbe esternalizzata, offerta dalla scuola solo se richiesta oppure realizzata in attraverso corsi privati, a discrezione delle famiglie.
Scompare il modello del tempo pieno (40 ore settimanali, comprensive della mensa, e due insegnanti per classe), un modello diffuso, radicato nel tessuto sociale e culturale e in crescita: è passato dal 15% del 1990 al 26% di oggi, con punte molto alte nelle grandi città (85% a Milano).
È sostituito dal ritorno del vecchio doposcuola: tre ore aggiuntive, facoltative e opzionali, con raggruppamenti di alunni provenienti da classi diverse.
Il tempo mensa (10 ore in più di differenza) non è più coperto dall’organico statale, visto che viene escluso dall’orario scolastico.
Su questo punto ha preso posizione l’ANCI, con una lettera al Ministro, ad oggi senza risposta: “Ancora una volta si sottovaluta la questione del tempo pieno – afferma l’ANCI – che ha valenza sia educativa che sociale”.
La necessità di coprire il tempo mensa con personale messo a disposizione dagli enti locali o assunto direttamente dalla scuola, con conseguenti oneri finanziari a carico delle famiglie, favorirà la diffusione di concentrazione dell’orario obbligatorio nella fascia oraria antimeridiana. Cade in questo modo un altro dei punti di qualità della riforma del ’90, i tempi distesi, per garantire i quali si era previsto l’obbligo dei rientri pomeridiani (la bozza di decreto ne prevede l’abrogazione).

L’insegnante coordinatore – tutor

Individuato dal Dirigente Scolastico, si delinea come responsabile educativo della classe per i 5 anni del ciclo, è obbligato nei primi tre anni a garantire 18/21 ore settimanali di insegnamento nella stessa classe, presumibilmente per i tre ambiti disciplinari “forti” (linguistico, scientifico, antropologico).
È attribuita al coordinatore tutor la responsabilità delle relazioni con le famiglie e della stesura del portfolio, il coordinamento degli altri docenti (dei laboratori) che ruotano nella classe.
Viene cancellato il gruppo docente corresponsabile, fondato sulla assunzione condivisa di responsabilità, sulla collaborazione reciproca, cuore della riforma del ’90, capace di garantire arricchimento e specializzazione didattica nei vari ambiti disciplinari e al tempo stesso unitarietà nel percorso formativo.
L’insegnante tutor è sovraordinato rispetto agli altri, quelli dei laboratori, che, di conseguenza, si configurano come ruoli subordinati e deresponsabilizzati, deboli nella relazione educativa con gli allievi.
Quanto propone la bozza di decreto non é una funzione tutoriale nell’ambito del gruppo docente corresponsabile, né una figura semplicemente prevalente.
La funzione di tutoring e orientamento appartiene al profilo professionale di ogni insegnante e nell’ambito del team docente corresponsabile può essere svolta su gruppi di alunni diversi. Organizzazioni didattiche che prevedono orari con insegnanti prevalenti in una classe, nell’ambito della contitolarità e della corresponsabilità del gruppo docente, sono già possibili oggi nell’ambito dell’autonomia didattica e organizzativa, senza bisogno del decreto.
Il docente coordinatore – tutor è, invece, l’unico vero responsabile della classe e configura una nuova e diversa articolazione della funzione docente che rompe la pari dignità del team docente e svolge un ruolo gerarchico nei confronti degli altri insegnanti.
Non si capisce nemmeno come questa nuova figura possa essere realizzata visto che il nuovo contratto non solo non la prevede, ma nemmeno individua possibilità per riconoscimenti retributivi che compensino la maggiore assunzione di responsabilità e i carichi di lavoro notevolmente superiori.

Meno opportunità per tutti

Il modello di organizzazione didattica fondato sul docente coordinatore – tutor riduce le opportunità educative degli alunni, dal punto di vista cognitivo (torna il maestro tuttologo) e relazionale (una sola è la figura educativa forte), ostacola l’unitarietà dei percorsi formativi (senza corresponsabilità e senza la programmazione settimanale la frammentazione degli interventi è inevitabile).
Inoltre, elimina la contemporaneità docente e prevede solo insegnamento frontale, nelle classi o nei laboratori, con gruppi di alunni a composizione numerica mediamente pari a quella del gruppo classe.
In questo modo la tanto enfatizzata personalizzazione dei percorsi diventa una parola vuota: senza la risorsa della contemporaneità dei docenti non è possibile la formazione di gruppi (di livello, di compito, elettivi, di laboratorio, …), calibrando la loro composizione numerica sulla base degli obiettivi da raggiungere e dei bisogni specifici degli alunni.
Queste scelte involutive e regressive sono evidentemente guidate dalla volontà politica di ridimensionare ulteriormente le spese per la scuola, riducendo pesantemente gli organici (meno tempo scuola, eliminazione degli insegnanti dal tempo della mensa, eliminazione delle compresenze e degli organici funzionali, introduzione dei contratti a prestazione d’opera per l’offerta formativa facoltativa e opzionale).
Ciò è confermato anche dal fatto che il decreto si prevede a costo zero: la copertura finanziaria, che dovrebbe essere garantita preventivamente da una norma specifica, non c’è, nemmeno per gli aspetti più pubblicizzati come l’estensione dell’insegnamento dell’inglese in tutte le cinque classi della scuola primaria.
In questo caso siamo alla beffa: per tentare di assicurare a tutti l’insegnamento dell’inglese si prevede di ridurre, dalle tre attuali, a due le ore settimanali e a una per la prima classe. Senza valutare gli effetti che ci sarebbero sugli insegnanti specialisti che passerebbero dalle attuali 6 -7 classi a 10 – 12, con il prevedibile effetto di fuga da questo ruolo e la conseguente riduzione della copertura dell’insegnamento (meno inglese per tutti ?).

Per resistere e per migliorare

Per raggiungere questo obiettivo il decreto opera delle forzature nei confronti del dettato della legge delega, introducendo novità nell’organizzazione didattica (insegnante coordinatore – tutor) e realizzando abrogazioni degli attuali ordinamenti (tempo pieno, rientri pomeridiani, contitolarità dei docenti) da essa non previste.
Se il decreto venisse approvato confermando gli attuali contenuti si dovrà anche valutare la sua legittimità, sia sotto il profilo dell’eccesso di delega che del rispetto delle prerogative dell’autonomia didattica e organizzativa delle scuole.
La diffusa consapevolezza del pesante attacco che viene portato dall’attuazione della legge 53/03 alla scuola dell’infanzia ed elementare rafforza il percorso che la CGIL sta costruendo insieme ad un vasto schieramento di forze sociali per arrivare in autunno ad una manifestazione nazionale per fermare la controriforma e per sostenere e qualificare la scuola pubblica.
Insieme alla mobilitazione politica e sindacale occorre un forte protagonismo delle scuole autonome. In due direzioni: resistere ai tentativi autoritari di imporre la controriforma, promuovere progetti e innovazioni che qualifichino l’offerta formativa.
In questi giorni sono sotto gli occhi di tutti le pressioni esercitate, nella logica dello spoil system, sui vertici amministrativi e sui dirigenti scolastici affinché i contenuti involutivi e regressivi della bozza di decreto inizino a realizzarsi di fatto da settembre, anche senza la sua approvazione.
I no dei collegi docenti ad un piano di formazione nazionale illegittimo e inesistente hanno dimostrato che l’autonomia scolastica è uno spazio forte, non prevaricabile nemmeno dal governo, perché tutelato dalla stessa Costituzione, dopo la riforma del Titolo V.
La stessa cosa dovrà accadere a settembre quando, con ogni probabilità, il ministero tenterà di far passare la controriforma attraverso una “maxi-sperimentazione” : le scuole che non ne condividono i contenuti potranno e dovranno dire no (per l’adesione a una sperimentazione è necessaria la delibera del collegio dei docenti).
Rifiutare i cambiamenti che peggiorano la situazione presente non significa essere conservatori, ma aprire la possibilità ad altre sperimentazioni, a innovazioni positive che migliorino la qualità dell’offerta formativa e potenzino le opportunità formative degli alunni.
Ad esempio? La continuità educativa e gli “anni ponte” tra la scuola dell’infanzia, elementare e media; il curricolo verticale negli istituti comprensivi; forme più flessibili di organizzazione didattica; … si può naturalmente continuare e ogni scuola potrà continuare se resisterà al tentativo in corso di trasformarla, da scuola della repubblica, in scuola del governo.

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