Non abbiamo insegnamenti da darvi
Gaetano Arfè - 31-05-2003
Nello Speciale La linea del tempo



Presentazione di Giuseppe Aragno

L'intervento che Fuoriregistro ospita in occasione della festa della Repubblica è stato pensato come "discorso". Gaetano Arfè avrebbe dovuto pronunziarlo in Valtellina lo scorso 25 aprile, se le condizioni di salute non glielo avessero impedito.
Storico insigne, dirigente politico e giornalista, Arfè non è stato solo un protagonista della vicenda culturale e politica del nostro paese. La consapevolezza etica con cui ha saputo mettere insieme le ragioni della militanza politica e il rigore dello studioso ne fanno, senza ombra di retorica, un maestro di vita, prima ancora che di studi.
Basta percorrerne sinteticamente la vicenda per coglierne la statura.
Si forma su consiglio affettuoso di un lungimirante Benedetto Croce, sulla "Storia della letteratura Italiana" di De Sanctis, sulla "Storia del Risorgimento" di Omodeo, su quella del liberalismo europeo di De Ruggiero e sulle lettere ai familiari scritte da Silvio Spaventa al fratello Bertrando e ai familari dal 1848 al 1861.
Dentro intanto gli cresce, e si fa soffocante, l'insofferenza per le regole dell'ortodossia fascista che pretendono di sostituire la verità della storia con quella dello Stato, ma suonano assolutamente stonate nei discorsi che si tengono in casa Arfè, la casa d'un antifascista, ove trovano ancora dimora i Matteotti, gli Amendola e i Turati.
Passione per la storia e passione per la politica fondano, tuttavia, il loro inseparabile sodalizio lontano da casa, in carcere, nel 1942, quando il giovanissimo Arfè finisce in cella con un comunista, un "rivoluzionario professionale" che apre al compagno di prigionia orizzonti insospettati. Un incontro al quale risalgono evidentemente sia l'acuta sensibilità per la storia delle persone, delle loro idee, dei loro sentimenti e delle posizioni politiche che ne derivano, sia il rifiuto di interessi semplicemente accademici.
Di lì a poco la guerra partigiana, combattuta in Valtellina per due anni, suggerirà l'idea della Resistenza come secondo Risorgimento. Un'idea mai più abbandonata, come può attestare chi ha avuto la ventura d'essergli vicino in questi ultimi anni, dedicati non a caso ad una strenua e, per molti versi, coraggiosa ed esemplare battaglia: quella di uno studioso che, cresciuto alla scuola di Croce, riconosce la necessità della perenne revisione del giudizio storico, ma rifiuta la revisione dei sacerdoti della neutralità dello storico, quelli che, dichiarando guerra alla "storia ideologica", fanno dell'oggettività della storia la bandiera d'una nuova ideologia: quella che espelle dalla ricostruzione gli elementi di carattere etico e politico. Una ricerca storiografica che sceglie di volare basso e si limita a mettere insieme i fatti separando gli eventi dagli uomini e dalle loro posizioni, senza ricavarne valori, senza cogliere differenze, sicché tutto si spegne nell'asettica, inerte ed inquietante "oggettività dello storico".
Allievo di Croce e Chabod, archivista a Firenze, dove incontra Venturi e Salvemini e collabora attivamente con la rivista "Il Ponte", Arfè indirizza la sua attenzione di storico verso il movimento operaio - magistrale rimane la sua Storia dell'Avanti, scritta nel 1956 e recentemente ristampata - ed offre un contributo determinante - e tuttora insuperato - alla ricostruzione accurata e puntuale della vicenda del Psi, analizzandone le diverse anime attraverso gli sviluppi del dibattito interno e le scelte strategiche e tattiche che ne fanno il primo e più grande partito di massa dell'Italia postunitaria.
Docente di storia nelle università di Bari, Salerno, Firenze e Napoli. dal 1959 al 1969 dirige "Mondo Operaio" e, dal 1966 al 1976, l' "Avanti!", esprimendo una condanna così recisa del terrorismo, da meritarsi un attentato brigatista. Non è tuttavia così ortodosso, da scansare amicizie con gli "eretici". Forte e vivo è infatti il rapporto instaurato con Gianni Bosio, intellettuale scomodo che restituisce vitalità alle Edizioni Avanti! e dà vita alle collane musicali dei Dischi del Sole. E' senatore dal 1972-1976, deputato dal 1976 al 1979, parlamentare europeo dal 1974 al 1984 e di nuovo senatore dal 1987 al 1992, stavolta nel gruppo della Sinistra indipendente, dove sceglie di collocarsi per la sua irriducibile avversione a Craxi ed al craxismo.
Un'esperienza, com'è evidente, articolata e complessa, in cui l'impegno storiografico trova alimento nella passione civile e disegna il percorso esistenziale, culturale e politico di uno studioso che, dietro gli avvenimenti della storia, coglie anzitutto gli uomini che ne sono protagonisti. Gli uomini, senza dei quali evidentemente i fatti non rivestono interesse alcuno.
E' questa consapevolezza che ancora alimenta l'antica passione civile e fa delle pagine che seguono un eccezionale e palpitante testamento spirituale.



2 giugno 1946: la Repubblica


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Gabriele Boselli    - 01-06-2003
Il titolo mente: questo grande socialista ha ancora molto da insegnare, come altri di una generazione che pur avendo sperimentato l'abisso non ha smesso di sperare.
Noi troppo giovani per ricordare, troppo anziani e pigri per muoversi e purtroppo non ciechi, ci apprestiamo dolenti ma rassegnati a tornare indietro nella storia, a vivere per i nostri ultimi venti o trent'anni sotto un regime, privo di autorità morale, che una schiacciante potenza mediatica rende invincibile.
Dopo di noi, dopo il nuovo Ventennio, la Provvidenza rioccuperà il posto usurpato dal Mercato e la cultura di Israele, Atene e Roma quello degli "eroi" del Grande Fratello. Spero dunque anch'io, ma solo a lungo termine.

 Mirko Saltori    - 17-08-2003
Meano (TN), 17 agosto 2003

Che dire?
Commovente come tutto quello che negli ultimi anni ha scritto Arfè, commovente come quello che negli ultimi anni cerca di dire Luigi Cortesi, commovente come quello che sino alla morte nel 2000 scriveva Sebastiano Timpanaro.
Commovente nel senso alto del termine, come sa essere la politica quando non è bassa camorra, come sa essere ancora l'ultimo discorso di Matteotti o il richiamo alla macchia di Concetto Marchesi.
Per ora non mi viene nulla di più profondo, me ne scuso.
Saluti

Mirko Saltori (28 anni) Archivista