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I QUESITI REFERENDARI
Fuoriregistro - 09-06-2003
Gazzetta Ufficiale N. 85 del 11 Aprile 2003 DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
9 aprile 2003
Indizione del referendum popolare per l'abrogazione dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori.


IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

  • Visti gli articoli 75 e 87 della Costituzione;
  • Vista la legge 25 maggio 1970, n. 352, recante norme sui referendum previsti dalla Costituzione e sulla iniziativa legislativa del popolo, e successive modificazioni;
  • Vista la sentenza della Corte costituzionale n. 41 emessa in data 30 gennaio 2003, depositata in cancelleria il 6 febbraio 2003, comunicata il 6 febbraio 2003 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale - 1a serie speciale - edizione straordinaria dell'11 febbraio 2003, a norma dell'art. 33, ultimo comma, della citata legge, con la quale e' stata dichiarata ammissibile la richiesta di referendum popolare per l'abrogazione dell'art. 18, comma primo, limitatamente ad alcune parti, commi secondo e terzo, della legge 20 maggio 1970, n. 300, recante norme sulla tutela della liberta' e dignita' dei lavoratori, della liberta' sindacale e dell'attivita' sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento, nel testo risultante dalle modifiche apportate dall'art. 1 della legge 11 maggio 1990, n. 108, contenente disciplina dei licenziamenti individuali; degli articoli 2, comma 1, e 4, comma 1, secondo periodo, della legge n. 108 del 1990, nonche' dell'art. 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604, recante norme sui licenziamenti individuali, nel testo sostituito dall'art. 2, comma 3, della legge n. 108 del 1990;
  • Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 14 marzo 2003;
  • Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con i Ministri dell'interno e della giustizia;


EMANA IL SEGUENTE DECRETO:

E' indetto il referendum popolare per l'abrogazione:
  • dell'art. 18, comma primo, della legge 20 maggio 1970, n. 300, titolata "Norme sulla tutela della liberta' e dignita' dei lavoratori, della liberta' sindacale e dell'attivita' sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento", come modificato dall'art. 1 della legge 11 maggio 1990, n. 108, limitatamente alle sole parole "che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze piu' di quindici prestatori di lavoro o piu' di cinque se trattasi di imprenditore agricolo" e all'intero periodo successivo che recita: "Tali disposizioni si applicano altresi' ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell'ambito dello stesso comune occupano piu' di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano piu' di cinque dipendenti, anche se ciascuna unita' produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze piu' di sessanta prestatori di lavoro";
  • dell'art. 18, comma secondo, della legge 20 maggio 1970, n. 300, titolata "Norme sulla tutela della liberta' e dignita' dei lavoratori, della liberta' sindacale e dell'attivita' sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento", come modificato dall'art. 1 della legge 11 maggio 1990, n. 108, che recita: "Ai fini del computo del numero dei prestatori di lavoro di cui al primo comma si tiene conto anche dei lavoratori assunti con contratto di formazione e lavoro, dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato parziale, per la quota di orario effettivamente svolto, tenendo conto, a tale proposito, che il computo delle unita' lavorative fa riferimento all'orario previsto dalla contrattazione collettiva del settore. Non si computano il coniuge ed i parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea diretta e in linea collaterale";
  • dell'art. 18, comma terzo, della legge 20 maggio 1970, n. 300, titolata "Norme sulla tutela della liberta' e dignita' dei lavoratori, della liberta' sindacale e dell'attivita' sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento", come modificato dall'art.
    1 della legge 11 maggio 1990, n. 108, che recita: "Il computo dei limiti occupazionali di cui al secondo comma non incide su norme o istituti che prevedono agevolazioni finanziarie o creditizie";
  • dell'art. 2, comma 1, della legge 11 maggio 1990, n. 108, titolata "Disciplina dei licenziamenti individuali", che recita: "I datori di lavoro privati, imprenditori non agricoli e non imprenditori, e gli enti pubblici di cui all'art. 1 della legge 15 luglio 1966, n. 604, che occupano alle loro dipendenze fino a quindici lavoratori ed i datori di lavoro imprenditori agricoli che occupano alle loro dipendenze fino a cinque lavoratori computati con il criterio di cui all'art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dall'art. 1 della presente legge, sono soggetti all'applicazione delle disposizioni di cui alla legge 15 luglio 1966, n. 604, cosi' come modificata dalla presente legge. Sono altresi' soggetti all'applicazione di dette disposizioni i datori di lavoro che occupano fino a sessanta dipendenti, qualora non sia applicabile il disposto dell'art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dall'art. 1 della presente legge";
  • dell'art. 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604, titolata "Norme sui licenziamenti individuali", come sostituito dall'art. 2, comma 3, della legge 11 maggio 1990, n. 108, che recita: "Quando risulti accertato che non ricorrono gli estremi del licenziamento per giusta causa o giustificato motivo, il datore di lavoro e' tenuto a riassumere il prestatore di lavoro entro il termine di tre giorni o, in mancanza, a risarcire il danno versandogli un'indennita' di importo compreso tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 6 mensilita' dell'ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo al numero dei dipendenti occupati, alle dimensioni dell'impresa, all'anzianita' di servizio del prestatore di lavoro, al comportamento e alle condizioni delle parti. La misura massima della predetta indennita' puo' essere maggiorata fino a 10 mensilita' per il prestatore di lavoro con anzianita' superiore ai dieci anni e fino a 14 mensilita' per il prestatore di lavoro con anzianita' superiore ai venti anni; se dipendenti da datore di lavoro che occupa piu' di quindici prestatori di lavoro";
  • dell'art. 4, comma 1, della legge 11 maggio 1990, n. 108, titolata "Disciplina dei licenziamenti individuali", limitatamente al periodo che cosi' recita: "La disciplina di cui all'art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dall'art. 1 della presente legge, non trova applicazione nei confronti dei datori di lavoro non imprenditori che svolgono senza fini di lucro attivita' di natura politica, sindacale, culturale, ovvero di religione o di culto"
.
I relativi comizi sono convocati per il giorno di domenica 15 giugno 2003.
Il presente decreto sara' pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

Dato a Roma, addi' 9 aprile 2003

CIAMPI

Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri Pisanu, Ministro dell'interno Castelli, Ministro della giustizia


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Gazzetta Ufficiale N. 85 del 11 Aprile 2003
DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
9 aprile 2003
Indizione del referendum popolare per l'abrogazione della servitu' coattiva di elettrodotto.


IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

  • Visti gli articoli 75 e 87 della Costituzione;
  • Vista la legge 25 maggio 1970, n. 352, recante norme sui referendum previsti dalla Costituzione e sulla iniziativa legislativa del popolo, e successive modificazioni;
  • Vista la sentenza della Corte costituzionale n. 44 emessa in data 30 gennaio 2003, depositata in cancelleria il 6 febbraio 2003, comunicata il 6 febbraio 2003 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale - 1a serie speciale - edizione straordinaria dell'11 febbraio 2003, a norma dell'articolo 33, ultimo comma, della citata legge, con la quale e' stata dichiarata ammissibile la richiesta di referendum popolare per l'abrogazione degli articoli 119 del regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775, recante il testo unico delle disposizioni di legge sulle acque e impianti elettrici, e 1056 del codice civile;
  • Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 14 marzo 2003;
  • Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con i Ministri dell'interno e della giustizia;


EMANA IL SEGUENTE DECRETO:

E' indetto il referendum popolare per l'abrogazione della servitu' di elettrodotto stabilita:
  • dall'articolo 119 del testo unico delle disposizioni di legge sulle acque e impianti elettrici, approvato con regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775, il quale stabilisce: "Ogni proprietario e' tenuto a dare passaggio per i suoi fondi alle condutture elettriche aeree e sotterranee che esegua chi ne abbia ottenuto permanentemente o temporaneamente l'autorizzazione dall'autorita' competente";
  • nonche' dall'articolo 1056 del codice civile: "Ogni proprietario e' tenuto a dare passaggio per i suoi fondi alle condutture elettriche, in conformita' delle leggi in materia"

I relativi comizi sono convocati per il giorno di domenica 15 giugno 2003.
Il presente decreto sara' pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

Dato a Roma, addi' 9 aprile 2003

CIAMPI

Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri Pisanu, Ministro dell'interno Castelli, Ministro della giustizia

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 Forum per la scuola pubblica    - 30-05-2003
PER IL LAVORO, CONTRO LA PRECARIETÀ IL 15 GIUGNO VOTA SÍ AL REFERENDUM PER ESTENDERE L'ARTICOLO 18

E' in atto in questo momento un grave attacco ai diritti universali e ai beni comuni, tra i quali ci sono il sapere e l'istruzione, le cui conseguenze, per i lavoratori e le lavoratrici, sono già in atto:

- non solo non c'è possibilità di ingresso in ruolo per le precarie ed i precari storici, ma la precarietà del lavoro si sta generalizzando ed estendendo anche ai lavoratori e alle lavoratrici finora ritenuti garantiti;

- per la scuola pubblica la finanziaria riduce il numero delle classi e taglia gli organici del personale docente e ATA generando un gran numero di sovrannumerari;

- la finanziaria e un decreto-legge del novembre 2002 prevedono una sorta di "cassa integrazione" ed il licenziamento per i sovrannumerari che non riusciranno a riconvertirsi entro breve tempo e per il personale dichiarato inidoneo per ragioni di salute.

Nel nostro paese si combatte una battaglia di civiltà per difendere l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che prevede il reintegro sul posto di lavoro dopo un licenziamento senza giusta causa.
Il referendum del 15 giugno ne chiede l'estensione anche alle aziende al di sotto dei 15 dipendenti.
La conservazione del posto di lavoro è un diritto universale che non può essere subordinato al numero di dipendenti, né riservato solo ad alcune categorie.
Nella scuola da sempre numerosi docenti e ATA, assunti a tempo determinato, vengono licenziati a giugno e ormai sempre più spesso non ri-assunti a settembre a causa dei tagli e delle riduzioni.

Adottiamo la campagna del SI' al referendum sull'art. 18 come segno della nostra lotta al precariato permanente nella scuola.

La vittoria popolare del SI' aprirebbe la strada ad una nuova stagione di difesa e di estensione dei diritti.
Impegniamoci tutti e tutte nella campagna referendaria diffondendo questo appello e invitando a votare per il SI'.

REFERENDUM ART. 18 IL 15 GIUGNO VOTA SÍ SÍ PERCHÉ I DIRITTI NON ABBIANO CONFINI SÍ PERCHÉ IL LAVORATORE NON SIA UNA MERCE SÍ PERCHÉ LA DIGNITÀ NON ABBIA UN PREZZO SÍ PERCHÉ LA LEGGE SIA UGUALE PER TUTTI

Forum per la scuola pubblica

Aderiscono all'iniziativa: Coordinamento RSU Scuole Bari e Provincia - Cobas Scuola Bari - Cobas Scuola Molfetta - Comitato pacifista studentesco - Coordinamento studenti medi antifascisti-UDS - K.I.S - Studenti libertari autonomi

 Federico Repetto    - 31-05-2003
Una riflessione di Luciano Gallino per orientarsi nel voto referendario:

ARTICOLO 18, PERCHE' VOTARE SI Luciano Gallino

QUANDO perfino ex-sindacalisti e docenti di diritto del lavoro che hanno speso la vita per espandere i diritti dei lavoratori invitano a non partecipare al referendum sull'articolo 18, chi pensava inizialmente di assumere una posizione diversa - andare a votare si - non può fare a meno di sentirsi a disagio.
Aveva già dovuto prendere atto che il proposito di astenersi al referendum ha ottenuto il consenso della maggioranza dei Ds, della totalità della Margherita, di due importanti sindacati come la Cisl e la Uil, di molti esperti del mercato del lavoro. Si aggiungano le dichiarazioni a favore del no di esponenti della destra diessina e di altre parti del centrosinistra.
Dinanzi a uno schieramento così ampio, le convinzioni di chi guardava al sì sull'articolo 18 come un atto magari ingrato ma doveroso non possono che restarne scosse.
La rivisitazione di convinzioni che uno poteva credere prossime al comune sentire di tutti coloro che scorgono nel lavoro un valore centrale del processo democratico, mentre pare si stiano rivelando minoritarie, deve partire da una verifica delle ragioni indicate dai fautori dell'astensione.
Di certo esse appaiono fondate. Non c'è dubbio che proporre il referendum sia stato uno sbaglio.
Non ci sono nemmeno molti dubbi che tra i suoi proponenti alcuni mirassero, non meno che a estendere lo Statuto dei lavoratori alle microimprese, a crear problemi al sindacato e ai Ds.
È anche fuor di discussione che il referendum - continua l'elenco delle ragioni contro - sia idoneo a risolvere alcun problema circa le condizioni di lavoro dei dipendenti delle imprese al di sotto dei 16 addetti.
A tale fine sarebbe necessaria una legge apposita, di cui sono state già tracciate linee fondamentali sia nel manifesto programmatico dei Ds dell'aprile scorso, sia nelle proposte della Cgil per estendere diritti e tutele sorrette da cinque milioni di firme.
Né si vede come si possa pensare di mettere sullo stesso piano, per cercare poi di proteggerli con il medesimo tetto dell'articolo 18 debitamente esteso, I'aziendina di un idraulico che ha due aiutanti e un cantiere navale; lo studio dentistico con tre dipendenti e un'acciaieria; la fiorista che si fa aiutare da un parente e un'azienda di elettrodomestici.
In una microimpresa, è stato giustamente sottolineato, le relazioni sociali particolaristiche che si stabiliscono tra il titolare e i dipendenti non sono assoggettabili alle stesse forme di regolazione dei licenziamenti che lo Statuto dei lavoratori prevede per le imprese medie e grandi.
Pur tuttavia, una volta ripercorse le ragioni dell'astensione dal voto sull'articolo 18 e averle trovate ben fondate, quelle tali convinzioni di segno contrario sono ancora riluttanti ad abbandonare il campo.
Il fatto è che sia il significato sia le conseguenze delle azioni che uno compie non dipendono solamente da ragionamenti ben costruiti e dai dati su cui si fondano.
Ancor più dipendono dal quadro di riferimento in cui quelli si collocano.
Nel caso del referendum sull'articolo 18, rispetto al momento in cui esso fu promosso, circa un anno fa, il quadro di riferimento è cambiato in modi sufficienti ad attribuire un significato assai diverso a questa consultazione.
Un anno fa il quesito referendario si poteva ancora esprimere cosi (semplificando l'illeggibile testo in giuridichese che troveremo stampato sulla scheda): «Volete voi estendere l'applicazione dell'art.18 dello Statuto dei lavoratori alle aziende con meno di 16 dipendenti, dal quale deriva l'obbligo per l'azienda di reintegrare - cioè riassumere - il lavoratore licenziato senza giusta causa, e il divieto di sostituire il reintegro con un risarcimento?».
Oggi ciò che si troverà scritto sulla scheda avrà invece questo esplicito significato: «Volete difendere il diritto del lavoro come strumento di giustizia sociale e di garanzia per il futuro vostro e dei vostri figli?» A modificare in profondità il significato del quesito referendario sono stati, a un tempo, gli atti legislativi degli ultimi mesi e la proliferazione dei lavori precari.
La delega al governo in materia di occupazione e mercato del lavoro è diventata legge (n.30 del 14/2/2003). Essa agevola il trasferimento da un soggetto giuridico a un altro «di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti», subordinandole unicamente al requisito «dell'autonomia funzionale».
Inoltre moltiplica i soggetti pubblici e privati autorizzati a svolgere il ruolo di intermediari per la somministrazione di manodopera» , il che comporta la licenza di affittare lavoratori ad aziende terze non solo come singoli lavoratori, ma anche in gruppo.
Nel frattempo procede per la sua strada il disegno di legge n. 848-bis, che delega il governo a sospendere per quattro anni l'articolo 18 nelle aziende dove esso è vigente, prevedendo in alternativa alla riassunzione il risarcimento del lavoratore licenziato senza giusta causa.
L'insieme di tali dispositivi permetterà di sopprimere gli effetti deterrenti dell'articolo 18 contro i licenziamenti facili in molte aziende, e di aggirarlo in parecchie altre.
Basterà infatti prendere un reparto con 60 addetti e suddividerlo in quattro aziende con 15 dipendenti ciascuna, dimostrando beninteso che ciascuna di essa è "funzionalmente autonoma". Dopodiché ciascuna approfitterà delle nuove possibilità di affittare lavoro per allargarsi molto al di sopra della soglia dei 15 dipendenti, senza più l'impiccio dell'articolo 18.
Al progressivo sgretolamento per via normativa dell'articolo 18 si è accompagnata, nell'ultimo anno, una accelerata diffusione dei lavori precari in ogni settore d'attività, inclusa la Pubblica Amministrazione.
A quattro giovani su cinque ormai non si offrono altro che contratti di breve durata, o la compartecipazione a cooperative dove è magari stabile il contratto, ma povera la paga.
Con la proliferazione oggettiva di tali lavori si è approfondito il senso soggettivo di, precarietà, di insicurezza della vita di lavoro che le persone avvertono per sé, i familiari, gli amici, la comunità in cui vivono.
Tutto ciò ha modificato il quadro di riferimento in cui si collo­ca il referendum, facendo ora apparire sfocate o non pertinen­ti buona parte delle ragioni del non voto.
Il 15 giugno non si trat­ta più di votare solamente per estendere alle imprese non indi­viduali l'obbligo di riassumere un dipendente licenziato senza giusta causa.
Votando sì sull'ar­ticolo l8, elettori ed elettrici esprimeranno in realtà la vo­lontà di tenere in piedi l'edificio complessivo del diritto del lavo­ro, rendendo quanto meno più difficili le operazioni di smantel­lamento avviate da governo e Confindustria.
Una volta che fosse espressa tale volontà, per restaurare e rendere più funzio­nale l'edificio alle esigenze attuali non mancheranno gli ar­chitetti.
In caso contrario baste­ranno le ruspe per portar via le macerie.

Da "La Repubblica"

 Rolando A. Borzetti    - 31-05-2003
Vota al referendum contro il licenziamento arbitrario, per la libertà e la dignità nel lavoro, per una società più giusta, per una migliore convivenza civile.

La libertà di licenziamento è un tratto di barbarie sociale, perché fonda i rapporti sociali sull'arbitrio e nega i principi costituzionali di difesa dei soggetti più deboli e ha ricadute sostanziali su diritti fondamentali quali la libertà di pensiero, di espressione, di adesione a partiti politici, a formazioni sindacali, su ogni altra forma di tutela e su ogni altro diritto di fonte contrattuale e legale.

Oggi la tutela da questo arbitrio, garantita dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, riguarda solo una minoranza di lavoratrici e lavoratori dipendenti - il 95% delle imprese e il 64 % dei lavoratori ne sono privi - e questo determina una condizione evidente di disparità e di ingiustizia. Mentre le diverse fasi della produzione vengono distribuite in varie parti del mondo, considerato quale centro produttivo globale, emergono differenze di trattamento, di condizioni di lavoro e frammentazioni dei diritti dei lavoratori. Da una parte quindi produzione senza confini e, dall'altra, diritti confinati.

Non si difende un diritto
se lo si lascia a pochi,
così come un diritto o è universale o non è.


Per questo la vittoria del SÍ, che estende l'articolo 18 a tutte e a tutti, riguarda dignità, sicurezza sul posto di lavoro e libertà dei lavoratori, rende effettiva la nostra Costituzione, dà corpo alla Carta europea dei diritti fondamentali, incide sulla Costituzione europea.

 Rolando A. Borzetti    - 02-06-2003
La posta in gioco nel referendum

Dobbiamo avere chiaro un punto: il referendum sull'estensione dell'articolo 18 può rappresentare il momento di svolta nelle politiche economiche e sociali. Parla della possibilità concreta di invertire una tendenza che dura ormai da oltre 20 anni e che ha permeato le politiche di governo. Queste politiche hanno determinato nuove ingiustizie e nuovi squilibri e hanno fallito anche sul terreno del cosiddetto sviluppo. Il tema della precarizzazione del lavoro e della diminuzione delle retribuzioni reali sono due facce della medesima medaglia. C'è, quindi, un collegamento diretto tra vittoria del referendum e nuova politica economica. Sta in quella connessione anche la possibilità di vittoria del referendum.

Un tema su tutti: il nodo di una irrisolta e sempre più acuta questione salariale. Siamo di fronte a un processo reale di impoverimento di massa che delinea una vera e propria emergenza nazionale, che viene relegata nelle pagine economiche dei giornali. Un vero scandalo! Si sommano due fattori in un mix devastante per i redditi da lavoro e da pensione: le conseguenze perverse della cosiddetta politica della concertazione (la truffa dell'inflazione programmata) e la dinamica dell'aumento dei prezzi, squadernata, in particolare, dopo l'introduzione dell'euro. In una battuta: abbiamo salari italiani e prezzi europei.

Mettere a confronto la dinamica dell'aumento delle retribuzioni reali in Italia e nei principali Paesi industrializzati è illuminante: fatte uguali a 100 le retribuzioni nel 1997, nel 2002, l'Italia è l'unico Paese che ha un saldo negativo (nel 2002 siamo a quota 97 mentre l'area dell'Euro si attesta, come media, intorno a 105). Siamo, in Italia, dentro un processo di progressiva diminuzione dell'incidenza delle retribuzioni sul complesso della ricchezza prodotta a tutto vantaggio del profitto e della rendita. Negli ultimi 20 anni, la quota del monte salari sul Pil è diminuita di quasi il 10% e negli ultimi 10 anni, mentre la produttività è cresciuta mediamente del 2% l'anno e l'inflazione di una media di circa il 4%, le retribuzioni nette sono diminuite di circa il 5%. Le statistiche dell'Istat dicono che i salari ad aprile sono cresciuti rispetto a un anno fa dell'1,7% rispetto a una inflazione tendenziale del 2,7%: un punto secco in meno. Ma le cose vanno ancora peggio di quanto questi dati dicano.

L'aumento dell'inflazione segnalata dalle statistiche non rende chiaro la reale incidenza di tali aumenti sui redditi popolari. Non si tratta solo del problema della composizione del paniere su cui viene calcolata l'inflazione, vi è il problema della diversa incidenza degli aumenti dei beni di prima necessità in relazione alle concrete condizioni sociali. Facciamo 3 esempi concreti: le spese per l'alimentazione, secondo una recente indagine dell'Eurispes, sono aumentate nel solo 2002 di ben il 29%; le spese per l'affitto di una casa di 80 metri non di pregio in una zona intermedia nelle 10 città metropolitane (Roma, Milano, Napoli, ecc.) ha avuto un incremento, negli ultimi 3 anni, del 39% (ricerca Ares); le spese per mandare un figlio a scuola sono cresciute solo in quest'ultimo anno dell'8,5% (Eurispes). Questa è l'inflazione reale per le famiglie che vivono di stipendio o di pensione. D'altra parte, i dati sull'aumento della povertà (quella ufficiale, segnalata dalle statistiche) squarciano il velo di una realtà spesso oscurata: il fenomeno comprende non più solo soggetti definiti marginali (anziani, disoccupati, famiglie monoparentali) ma lambisce fasce sempre più grandi di lavoro dipendente.

La recente legge finanziaria aggraverà ulteriormente questi dati: a causa dei tagli diretti alle spese sociali e per quelli agli enti locali che si riversano sui cittadini in termini di aumento delle tariffe o diminuzione dei servizi pubblici. A questo si aggiungono le conseguenze determinate dai provvedimenti del governo ancora pendenti e in via di approvazione definitiva (primi fra tutti, la delega previdenziale e quella fiscale). Le politiche neoliberiste coniugano assieme due sciagure: aumento della precarietà e incremento della povertà.

Il referendum è quindi una grande occasione. La vittoria del Sì per l'estensione dell'articolo 18 chiama una nuova politica economica e sociale, a partire dal tema decisivo della distribuzione del reddito: aumento dei salari e delle pensioni, adeguamento automatico delle retribuzioni all'aumento dei prezzi, salario sociale come risposta alla disoccupazione di massa. Questa è la posta in gioco con il referendum del 15 e 16 giugno. Per questo l'esito del referendum riguarda immediatamente i lavoratori dipendenti ma interessa direttamente tutti gli strati popolari, dalle degradate periferie urbane, dove il tema dell'abitare spesso si trasforma in disperazione, ai distretti industriali dove la crisi economica espone sempre di più ai rischi della recessione, al meridione dove la disoccupazione, giovanile e non solo, si fa dramma sociale.

(Liberazione – 1.6.03)

 Carta    - 06-06-2003
Un Sì per difendere i più deboli
Intervista a Don Ciotti

[da "Liberazione" del 24.05.03]

Il fondatore del Gruppo Abele spiega perché è favorevole all'estensione dell'articolo 18: "Stanno demolendo lo stato sociale. Questo referendum serve a tenere fermi dei punti"
Un "convinto e meditato" per arginare l'attacco più complessivo ai diritti dei settori più svantaggiati della società: dagli immigrati ai tossicodipendenti.
Don Luigi Ciotti, fondatore del gruppo Abele di Torino, parte dalla sua esperienza quotidiana ("mi sono confrontato con tanta gente") per spiegare le ragioni che lo hanno convinto a recarsi alle urne il 15 giugno per votare a favore dell'estensione dell'articolo 18 anche alle piccole imprese. Una scelta, sottolinea, che ha le sue radici nella storia del gruppo Abele: "Per quasi 38 anni ci siamo battuti per i diritti delle persone più deboli", ricorda Don Ciotti.

Una lotta che oggi si salda con quella di chi è schierato in difesa dei diritti sindacali.

Oggi c'è un'erosione di fatto dei diritti acquisiti nel nostro paese. Ciò avviene, paradossalmente, nel momento in cui l'Europa si allarga ad altri paesi ed è in contrasto con la carta costituzionale europea, dove si affermano i diritti e la solidarietà come valori. Ci sono invece alcuni paesi membri che applicano politiche di esclusione e marginalizzazione, il tutto con l'alibi della sicurezza.

Mi pare di capire che consideri il referendum un argine, una opportunità per invertire la rotta.

In Italia si sta demolendo giorno per giorno lo stato sociale e le tutele che esso garantiva ai gruppi più deboli. Questo avviene lasciando libero campo a una furia liberista. In nome delle privatizzazioni si stanno smontando pezzo per pezzo i servizi pubblici, facendo mancare alle persone più deboli servizi essenziali. Nel nome della competitività si demoliscono le tutele del lavoro. Nel nome dell'efficienza, si rinuncia alla ricerca di un consenso più ampio tra le parti, mortificando la contrattazione. Nel nome del rigore e delle politiche di bilancio, si smantellano i sistemi di protezione sociale. Nel nome della sicurezza, si fa una legge come la Bossi-Fini, dove i diritti degli immigrati sono sospesi. Questo referendum va nella direzione di tenere fermi dei punti, perché non si semplifichi.

Eppure c'è una parte consistente del centrosinistra che è schierata per l'astensione. Come te lo spieghi?

A me le astensioni non sono mai piaciute. Mi piace chi dice sì e chi dice no. Se uno vuole dire no, dica no, lo motivi e porti le sue ragioni. Ma queste forme di ambiguità vanno solo ad ostacolare dei percorsi e non aiutano nessuno. E' ora di smetterla con questi compromessi, che non fanno andare avanti il paese. E ciò non vale solo per l'articolo 18 ma anche per altri problemi sociali. Così è stato anche in passato per la tossicodipendenza. Bisogna avere più forza, più chiarezza, soprattutto da parte della maggioranza dell'opposizione. Non è possibile che su ogni problema ci siano dieci comunicati stampa, ognuno con le sue eccezioni. C'è un referendum: si dica Sì o No.

Ci sono alcuni imprenditori che preferiscono assumere gli immigrati, perché sono spesso lavoratori che hanno più bisogno e, di conseguenza, sono più ricattabili. Una politica di estensione dei diritti può aiutare ad evitare certe "storture"?

Conosco dei bravissimi imprenditori, molto rispettosi delle persone, e quindi non amo mai le generalizzazioni. Non c'è dubbio che c'è anche chi cavalca certe situazioni. Faccio l'esempio degli infortuni sul lavoro. Se andiamo a vedere chi sono le vittime di quei quattro milioni di infortuni che si verificano ogni anno, oltre a un migliaio di morti, molti sono gli "anelli" più fragili. Perché molti, pur di lavorare, nella loro disperata ricerca di un'occupazione, accettano di tutto. E c'è chi se ne approfitta. Basta vedere questi dati per capire che c'è un forte bisogno di tutelare, di garantire i più deboli.

Roberto Farneti

 Rolando A. B.    - 08-06-2003
29 maggio 2003
B. si prende anche il Corriere

Dopo un assedio durato mesi, Ferruccio de Bortoli lascia la direzione del Corriere della sera. A Silvio Berlusconi non andava giù che il primo giornale italiano - pur onnivoro nei commenti (un giorno Panebianco, l'altro Biagi) e, in definitiva, più spesso filogovernativo - nella cronaca giudiziaria restasse però attaccato ai fatti e li racconti con precisione e puntualità. Si chiama giornalismo. I processi a Previti e Berlusconi, per esempio, erano raccontati con le cose davvero successe in aula, non con le battute propagandistiche di avvocati, politici e addetti stampa. Fuori si discute di oncologia giudiziaria e magistrati politicizzati, dentro di miliardi che passano dai conti Fininvest a quelli di Previti fino a quelli dei giudici romani: transiti impietosamente dimostrati da documenti bancari, che nessuna chiacchiera finora è riuscita a smontare.

Si poteva continuare così?
Poteva Silvio Berlusconi arrivare al semestre di presidenza dell'Unione europea con un simile impiccio?
Non soltanto con un processo (a questo provvederà apposita legge), ma anche con un grande giornale, non pregiudizialmente schierato, che lo racconta autorevolmente ai suoi lettori?
No, non poteva.
E allora, ecco il lungo pressing per cambiare il direttore che ha finora garantito la qualità giornalistica dell'informazione, anche giudiziaria, sul presidente del Consiglio e i suoi amici. Ricevendo in cambio una valanga di lettere, proteste e querele da Previti, da Pecorella, da Ghedini... Ed ecco le fortissime pressioni per far saltare il corrispondente da Bruxelles, sgradito a Tremonti e ai berlusconiani.

Che fosse in corso un durissimo braccio di ferro per il controllo del Corriere era chiaro da tempo. Cesare Romiti, l'editore, dopo aver resistito per mesi, stava per cedere. A bordo campo, si stava scaldando i muscoli Ernesto Auci, ex direttore del Sole 24 ore, attuale dirigente del gruppo La Stampa. Una sostituzione aziendale, un passaggio politicamente indolore, a cui anche de Bortoli era preparato. Ma ai berlusconiani non è bastato.
Volevano la svolta. Ecco allora la soluzione, escogitata dal "cardinale" romano di Berlusconi, Gianni Letta: la sostituzione di de Bortoli con Stefano Folli.

Gli azionisti Rcs abbandonano de Bortoli.
Romiti ha bisogno del governo per far ottenere gli appalti delle Grandi opere alla sua Impregilo. Tronchetti Provera sa che la sua Telecom dipende
in tutto dal governo. Lucchini sta cercando di salvare la sua baracca. Ma, questa volta, abbandonano la trincea anche i banchieri, Profumo di Unicredit, Bazoli e Passera di Intesa.
A Stefano Folli va la direzione del più importante giornale italiano.
A Ferruccio de Bortoli "una posizione di vertice nel comparto Rcs Libri".
A Fassino e D'Alema, non piace il titolo dell'Unità "Si sono presi anche il Corriere". Vogliono "moderazione".
Ma non da Berlusconi, da Furio Colombo.

__________________________

Se andiamo a vedere chi sono le vittime di quattro milioni di infortuni che si verificano ogni anno, oltre a un migliaio di morti, molti sono gli "anelli" più fragili. Perché molti, pur di lavorare, nella loro disperata
ricerca di un'occupazione, accettano di tutto. E c'è chi se ne approfitta.
Basta leggere questi dati per capire che c'è un forte bisogno di tutelare, di garantire i più deboli.

Apposta vota SI al referendum
Rolando

 Fabrizio Burattini    - 09-06-2003
Care/i tutte/i,
vi invito a sottoscrivere presso la pagina www.lagiustacausa.it/petizione
il seguente APPELLO AI CITTADINI
Vi prego inoltre di girarlo a quante/i più potete del vostro indirizzario.
Vi ringrazio e vi saluto caramente.


IL 15 e 16 Giugno saremo chiamati a votare per il referendum sull'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Votando SI estenderemo il diritto a non essere licenziati senza una giusta causa anche nelle imprese con meno di sedici dipendenti.
E' un diritto fondamentale che riguarda milioni di lavoratori che, ad oggi, ne sono esclusi.
Perché il referendum sia valido è necessario che si rechi alle urne il 50% più uno degli elettori.
Per impedire che i cittadini possano esprimersi su una questione così importante le forze che si oppongono al SI, governo e Confindustria in testa, hanno fatto calare una cappa di silenzio sul referendum del 15 e 16 giugno.
Quasi tutti i giornali e le TV si sono prontamente accodati, tanto che si può parlare di un vero e proprio scippo ai nostri danni.
Si tratta di una grave ed aperta violazione dei nostri diritti, come cittadini e come elettori.
Per far vincere il SI dobbiamo far sapere ai tanti cittadini che ancora non sono stati informati che il 15 e il 16 giugno saranno chiamati a votare per questo referendum. Per questo ti preghiamo di inoltrare questo messaggio a tutti gli indirizzi della tua rubrica, invitando i destinatari a fare altrettanto.
Ti preghiamo anche di firmare il nostro appello on-line all'indirizzo www.lagiustacausa.it/petizione. E' importante raggiungere un alto numero di firme, per ottenere una maggiore attenzione da parte dei mass media.
Ti invitiamo inoltre a spedire un'e-mail agli indirizzi di importanti organi di informazione che riportiamo in basso, invitandoli a dare un maggiore spazio ad un tema così importante e delicato e che riguarda così da vicino la vita di milioni di persone che lavorano.
Grazie per il tuo aiuto
Comitato Promotore - Comitato per il SI

Invia un'e-mail di protesta a:
La Repubblica larepubblica@repubblica.it
La Stampa lettere@lastampa.it
Il Corriere della Sera cdrcorriere@rcs.it
RAI TV rai-tv@rai.it

 Codacons    - 09-06-2003
COMITATO PROMOTORE DEL REFERENDUM PER LA ABROGAZIONE DELL'ELETTRODOTTO COATTIVO c/o CODACONS, Roma v.le Mazzini 73
Tel: 063721573 - 063725809 - 063724971 Fax: 063701709 - 0637353067 - 0697618016


COMUNICATO STAMPA
Quotidiani, Redazioni Nazionali - Settimanali - Periodici di politica e cultura - Agenzie di stampa


IL COMITATO PROMOTORE DEI REFERENDUM AMBIENTALI SI RIVOLGE AL CAPO DELLO STATO PER IL RIPRISTINO DELL' HABEAS CORPUS - DOPO CHE LA CORTE COSTITUZIONALE NON HA AMMESSO IL REFERENDUM SUI RESIDUI TOSSICI NEGLI ALIMENTI- E DEL DIRITTO DI INFORMAZIONE SUL REFERENDUM SULL'ELETTRODOTTO COATTIVO CANCELLATO DAI MEDIA

Il Comitato Promotore dei referendum ambientali - per l'abrogazione dell'elettrodotto coattivo, per il divieto di residui tossici negli alimenti, per la fine delle agevolazioni per l'impiego dell'incenerimento dei rifiuti - il primo dei quali porterà gli italiani alle urne il prossimo 15 giugno, ha scritto al Capo dello Stato, chiedendo di essere ricevuto, per
a) contestare il silenzio dei media sul referendum sull'elettrodotto coattivo,
b) chiedere l'alto intervento del Presidente per far rispettare alla Rai l'obbligo di informazione - che la Commissione Parlamentare di Vigilanza ha stabilito a decorrere dal 23 aprile scorso e che la RAI a tutt'oggi ha ignorato -
c) stigmatizzare l'operato della inutile Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni che ancora una volta ha dimostrato la sua inerzia, disciplinando l'accesso radiotelevisivo per il referendum con effetto dal 13 maggio 2003, a quattro mesi dalla sentenza della Corte Costituzionale di ammissibilità del referendum e a solo un mese dal voto referendario.
Il Comitato promotore solleva anche lo scandalo dei referendum ambientali non ammessi - in particolare di quello per il divieto di residui tossici negli alimenti - e osserva che la motivazione addotta dalla Corte nel dichiararne la inammissibilità costituisce un arretramento di civiltà. La Corte infatti - asseriscono il Portavoce del Comitato Promotore dott. Livio Giuliani e il Presidente del CODACONS avv. Carlo Rienzi - ha equivocato sul concetto di tossicità scambiando le sostanze tossiche - di cui al quesito referendario - che sono ben conosciute e in numero finito, con le sostanze potenzialmente tossiche - che sono in numero indeterminato. La Corte ha concluso perciò che la pretesa referendaria avrebbe introdotto il divieto di azioni inconsapevoli -la produzione e la distribuzione di sostanze potenzialmente tossiche negli alimenti - laddove il quesito referendario avrebbe vietato comportamenti sicuramente colpevoli: la produzione e la distribuzione di alimenti contenenti sostanze tossiche, a causa dei loro effetti ben conosciuti che ne hanno determinato la classificazione di tossicità in medicina legale!
Il latinorum - come diceva Manzoni a proposito dell'avvocato Azzeccagarbugli - in questo caso fa arretrare il livello di civiltà del Paese. Così sostengono i promotori del referendum non ammesso dalla Corte Costituzionale, perché vietare agli elettori di difendere il proprio corpo e permettere così - come fa la Corte - che il corpo sia violato non per ragioni di giustizia, ma per ragioni economiche in relazione con le attività di produttori e distributori alimentari, è una violazione dell'Habeas Corpus, il principio introdotto in Inghilterra nel 1215 con la Magna Carta Libertatum.
Non si tratta qui - asseriscono i promotori del referendum - soltanto di una violazione della democrazia, con l'impedimento di un referendum motivato con un gioco di parole, ma di una violazione di un principio di civiltà. Pretendere che nella nostra civiltà la produzione alimentare non possa avvenire senza la contaminazione degli alimenti con sostanze tossiche significa affermare - a giudizio dei promotori del referendum - che questa civiltà ha bisogno di tributi di malattia e morte.
Come quella azteca.


Roma, 11 maggio 2003



P. Comitato Promotore del referendum di cui al DPR 9/4/2003 - Elettrodotto coattivo e degli altri referendum ambientali non ammessi, con sede in Roma c/o CODACONS

 Vas on line    - 10-06-2003
15 giugno 2003:
Referendum contro la Servitù coattiva degli elettrodotti

Che cos’è l’elettrosmog


L’inquinamento elettromagnetico è un inquinamento invisibile e inodore, prodotto dalla corrente elettrica (centrali elettriche, elettrodotti, elettrodomestici) e dagli apparati radiotrasmittenti (ripetitori radiotelevisivi, di telefonia mobile, cellulari, radioamatori, radar, ecc).
L’Organizzazione Mondiale della Sanità e lo Statuto della Comunità europea invitano ad applicare il principio di precauzione, che afferma che “occorre usare con prudenza e cautela tutte quelle tecnologie che non risultano essere sicuramente innocue, superando il criterio corrente per il quale va ammesso l’utilizzo di processi e prodotti finché non sia dimostrata la loro nocività.”
Il problema nasce per i cosiddetti “effetti a lungo termine”, derivanti da esposizioni prolungate anche a dosi di centinaia di volte inferiori a quelle stabilite per proteggersi dagli effetti immediati (per esempio un’abitazione situata vicino ad un elettrodotto o un impianto di radiotrasmissione).
Tali effetti possono essere rilevati solo da indagini epidemiologiche sulle popolazioni esposte per anni.
Per le basse frequenze (gli elettrodotti), tecnologie usate da più anni, molte indagini hanno dimostrato che vi è certezza scientifica del rapporto causa-effetto di un aumento dell’incidenza di alcune gravi patologie, tra la quali la leucemia infantile o il tumore alla mammella maschile.
Le indagini più recenti evidenziano tali effetti anche per le tecnologie legate alle alte frequenze (ripetitori, trasmettitori, ecc.).

Qual è lo scopo del referendum


Gli articoli di legge che si vogliono abrogare sono nati quando la gestione dell’energia elettrica era di competenza statale e bisognava portare l’elettricità a tutti, permettendo il passaggio di un elettrodotto attraverso le proprietà pubbliche e private, indipendentemente dalla volontà dei proprietari o degli amministratori: quando sono state emanate, s’ignoravano i gravi effetti sulla salute e sugli equilibri naturali dei territori attraversati!
Oggi le società private che producono e trasportano l’energia, utilizzano questa normativa per prevaricare i diritti dei cittadini e scavalcare le Amministrazioni comunali, progettando centrali ed elettrodotti che privilegiano gli interessi delle aziende, tenendo conto solo dei costi per la loro realizzazione e dei progetti di sviluppo delle società elettriche, a discapito della salute dei residenti, del rispetto del territorio e delle economie preesistenti.

Dire sì a questo Referendum vuol dire
SANCIRE il diritto dei cittadini di dire no al passaggio di un elettrodotto che potrebbe danneggiare la loro salute e l’ambiente in cui vivono, restituendo il territorio ai cittadini e agli Enti locali che lo amministrano
FERMARE un modello di sviluppo che, grazie alla bassa incidenza del costo d’utilizzo del terreno, è basato su pochi e potenti centri di produzione dell’energia, che viene trasportata e distribuita attraverso una rete d’elettrodotti sovradimensionata rispetto alle effettive esigenze del Paese
FAVORIRE l’innovazione e lo sviluppo delle tecnologie legate alle fonti rinnovabili, con un riequilibrio del mercato
DARE UN SEGNALE FORTE al Governo e alle Istituzioni su come i cittadini vogliono che debba essere gestito l’ambiente e il territorio, nell’interesse primario della loro salute.

Associazione
VAS Onlus
Via Flaminia, 53 - 00196 Roma
Tel. 06/3608181 Fax 06/36081827




 AleNapoli    - 09-06-2003
PERCHE ' SI'

1. Che cos’è l’elettrosmog?

Il principio di cautela o precauzione (ormai acquisito a livello comunitario come principio ispiratore delle politiche di prevenzione) afferma “occorre usare con prudenza e cautela tutte quelle tecnologie che non risultano essere sicuramente innocue, superando il criterio corrente per il quale va ammesso l’utilizzo di processi e prodotti finché non sia dimostrata la loro nocività.”
Quindi, una moderna legislazione di tutela sanitaria e ambientale inverte l’onere della prova: per intervenire con norme di protezione non occorre dimostrare che un prodotto o una tecnologia è sicuramente dannosa, occorre dimostrare, al contrario, che è sicuramente innocua. A questa impostazione, in linea con la più avveduta ricerca in campo scientifico, sia sperimentale che epidemiologica, si oppone la difesa degli interessi delle imprese (le società elettriche e delle telecomunicazioni) e delle lobbies che ne difendono gli interessi.


Il problema nasce per i cosiddetti effetti a lungo termine, derivanti dalle esposizioni prolungate anche a basse dosi (per esempio una abitazione che è situata vicino a un elettrodotto o un impianto di radiotrasmissione (ripetitori, radar ecc.). Tali effetti non sono definiti “deterministici” (ovvero non c’è un rapporto automatico di causa ed effetto per ogni soggetto esposto) ma sono “stocastici”, cioè rilevati dalle indagini epidemiologiche sulle popolazioni esposte (tali indagini dimostrano un aumento della probabilità di ammalarsi o contrarre disturbi, anche per esposizioni a dosi centinaia di volte inferiori a quelle stabilite per proteggersi dagli effetti immediati). Da qui, la distinzione tra “effetti acuti”, ovvero limiti da non superare per qualsiasi tipo di esposizione anche brevissima ed effetti a lungo termine, ovvero limiti da non superare per esposizioni prolungate, al fine di prevenire indesiderati effetti a lungo termine.
Per le basse frequenze (gli elettrodotti), che sono tecnologie usate da più anni, l’indagine epidemiologica ha dimostrato un aumento dell’incidenza di patologie anche gravi quali la leucemia infantile. Tali effetti sono evidenziati dalle indagini più recenti anche dalle più recenti tecnologie legate alle alte frequenze (ripetitori, trasmettitori, ecc.).
Per usare un esempio: nel caso dell’amianto, le prime indagini, pubblicate sulle riviste scientifiche, che dimostravano una correlazione tra l’uso di quel materiale e l’insorgenza di gravi malattie, quale il tumore, risalgono agli anni 30 ma l’intervento legislativo è arrivato solo dopo decenni, con tutte le conseguenze gravissime sulla salute dei lavoratori e dei cittadini.

2. Qual è la situazione legislativa sull’elettrosmog?

La legge quadro (n. 36 del febbraio 2001), prevedeva che entro 60 giorni dalla sua pubblicazione dovessero essere varati i decreti attuativi della medesima, in particolare in relazione all’individuazione dei limiti di esposizione (limiti da non superare in qualsiasi condizione espositiva, ovvero limiti per i cosiddetti effetti acuti), dei valori di attenzione (ovvero limiti da non superare ovunque la popolazione risiede, ovvero limiti per la protezione dai possibili effetti a lungo termine) e degli obiettivi di qualità (valori per la minimizzazione delle esposizioni, quindi limiti per i nuovi impianti e per il risanamento degli impianti dove si superano i valori di attenzione). Tali decreti dovevano, quindi, essere emanati entro aprile del 2001. I testi erano già predisposti e prevedevano per gli elettrodotti il valore di attenzione di 0,5 micro tesla e l’obiettivo di qualità di 0,2 micro tesla; per le alte frequenze si prevedeva l’obiettivo di qualità di 3 volt metro. Questi decreti non sono stati varati dal governo di centro sinistra malgrado, come detto, i testi avessero già avuto un via libera da parte delle commissioni parlamentari e il governo si fosse impegnato formalmente, in sede di approvazione finale della legge, a rispettare rigorosamente i tempi previsti.
I poteri, in particolare degli enti locali, di varare regolamenti per la minimizzazione delle esposizioni delle popolazioni si fondano su una serie di riferimenti giuridici. Qui di seguito si citano quelli più specifici:
il comma 1 dell’articolo 4 del decreto 381 del 1998, afferma che gli impianti vanno progettati e realizzati tendendo a minimizzare l’esposizione della popolazione;
le linee guida applicative del medesimo decreto 381 del 1998 chiariscono come il concetto di obiettivo di qualità (collegato evidentemente a quello di “minimizzazione” delle esposizioni) implica la possibilità dell’assunzione di misure di protezione ulteriori, anche se sono già rispettati i limiti di esposizione e i valori di cautela;
l’articolo 2 bis della legge 189/97, stabilisce che le infrastrutture che generano campi elettromagnetici debbono essere sottoposte ad opportune procedure di valutazione di impatto ambientale (sentenze del Consiglio di Stato precisano come tali procedure debbano essere regolate dalle regioni);
il comma 6 dell’articolo 8 della legge quadro (legge n. 36 del 2001), afferma esplicitamente come i comuni possano dotarsi di regolamenti per il corretto inserimento urbanistico degli impianti e per la minimizzazione delle esposizioni delle popolazioni;
il decreto legge 5 gennaio 2001, n 5 (“Disposizioni urgenti per il differimento dei termini in materia di trasmissioni radiotelevisive analogiche e digitali, nonché per il risanamento di impianti radiotelevisivi), ha confermato pienamente i poteri degli enti locali in materia urbanistica ed edilizia per quanto riguarda l’installazione degli impianti di telefonia mobile anche ai fini della tutela della salute.
Questi riferimenti normativi, quindi, rappresentano la base giuridica che fonda la possibilità per i comuni di dotarsi di regolamenti che migliorino le condizioni espositive delle popolazioni residenti. Si tratta, in pratica, di riferirsi al concetto di minimizzazione delle esposizioni che non è, evidentemente, un termine letterario, bensì un concetto presente nella legge e che è responsabilità delle amministrazioni locali applicare concretamente.


3. Il governo delle destre

Sono gravi le responsabilità del governo di centro sinistra nel non aver dato attuazione alla legge sull’inquinamento elettromagnetico con il varo dei decreti attuativi. Detto questo, occorre denunciare con grande forza il tentativo messo in atto dalle destre di azzerare ogni normativa di protezione in materia di elettrosmog.
Questi sono gli atti messi in campo dal governo:
tha ritirato i decreti attuativi che il precedente governo aveva predisposto e non varato e ne ha presentato altri che elevano i limiti notevolmente (si passa da 0,2 a 5 microtesla). In tal modo, non ci sarebbe bisogno di risanare alcuna linea elettrica in Italia. I limiti proposti dal governo di destra sono, in pratica, quelli che vogliono le imprese per non spendere neanche una lira per il risanamento e continuare a fare tutto come prima;
ha emanato un decreto legislativo (decreto Gasparri) per impedire alle Regioni e ai Comuni di varare normative e regolamenti che impongano criteri più restrittivi alle imprese per la localizzazioni degli impianti. Questo decreto che, giustamente, è stato definito “libertà d’antenna” ha l’obiettivo specifico di bloccare i regolamenti dei comuni e ogni altra iniziativa in sede locale, deregolamenta (per esempio introducendo il principio del silenzio assenso e la possibilità dell’utilizzo della procedura di inizio di attività) le norme di autorizzazione. Addirittura, in un articolo, afferma testualmente: “l’operatore di telecomunicazioni incaricato del servizio può agire direttamente in giudizio per far cessare eventuali impedimenti e turbative al passaggio e all’installazione delle infrastrutture.”
Il significato è semplice ed esplicito: libertà d’antenna per le imprese. E’ l’affare UMTS (i telefonini di nuova generazione) che preme e chiede una liberazione da ogni condizionamento.
Il messaggio è altrettanto chiaro: tu comitato che ti batti contro una installazione che ritieni dannosa, stai bene attento, ora la tua opposizione può essere considerata “reato di impedimento o turbativa”. Allo stesso modo, l’avvertimento è per le amministrazioni locali: se vari un regolamento che detta condizioni alle installazioni, da oggi, a giudizio dell’impresa, quello può essere considerato “impedimento o turbativa” e tu puoi essere direttamente citato in giudizio.
Contro questo decreto, che è una patente violazione delle prerogative delle Regioni e dei comuni, costituzionalmente garantite in materia di governo del territorio, pende il ricorso di molte Regioni (anche governate dal centro destra) .

4. C’entra tutto questo con il referendum proposto sull’elettrosmog?

Si c’entra moltissimo. Con il referendum si propone l’abrogazione di una norma vecchissima, un regio decreto che prevede l’esproprio per il passaggio degli elettrodotti. E’ anche attraverso questa norma che a molti cittadini, associazioni e comitati è impedito di opporsi al passaggio di elettrodotti che corrono troppo vicini alle abitazioni o che deturpano il paesaggio. Ma c’è, ovviamente, un problema di fondo che viene sollevato. Il problema è il chi decide. C’è una linea, quella che il governo delle destre ha preso chiaramente, la quale afferma che l’impresa è il “dominus” cui tutto va subordinato, anche il diritto alla salute. Coerentemente a questa impostazione, il governo delle destre ha varato il decreto legislativo di cui sopra e che, con il pretesto di accelerare la realizzazione delle infrastrutture, in realtà ha l’obiettivo di togliere ogni possibilità di intervento alle comunità locali, intese sia nel senso di cittadini organizzati in comitati e associazioni sia nel senso di poteri locali. Secondo questa impostazione, l’impresa decide secondo i suoi interessi, fa i progetti, li presenta e il comune ci mette sopra il timbro (anzi, neanche è più necessario quello, perché introduce, in relazione alle richieste delle imprese, il criterio del silenzio assenso).
Attraverso l’abrogazione di quella norma sulla servitù di elettrodotto (regio decreto 11 dicembre del 1933, n. 1775), da un lato si da uno strumento concreto di battaglia ai comitati che si battono contro la costruzione di nuove linee che non rispettino i criteri di tutela ambientale o che passano vicino alle abitazioni, dall’altro si da uno scossone contro la pretesa del governo di affossare la normativa di protezione contro l’elettrosmog e di impedire alle Regioni e ai comuni di tutelare con propri regolamenti l’ambiente e la salute.

5. Alcune domande sull’elettrosmog e il referendum

Se gli scienziati sono divisi e non esiste certezza sui danni dell’elettrosmog, non sarebbe meglio aspettare prima di intervenire con norme di protezione?

Non è vero che la comunità scientifica è divisa. Il punto non è che esiste una controversia sui danni prodotti dall’elettrosmog. Ciò che ancora non è definito è il nesso di causalità. Si può citare, per riferirsi a documenti ufficiali degli Istituti pubblici, questo brano tratto da un documento dell’Istituto Superiore di Sanità: “Gli studi epidemiologici suggeriscono un’associazione tra l’esposizione residenziale a campi magnetici a 50 Hz, generalmente valutata in modo indiretto, e la leucemia infantile. Il nesso di causalità, tuttavia, non è dimostrata.” Dire che i risultati di un’indagine non siano ancora conclusivi non vuol dire che siano contrastanti. La correlazione tra l’esposizione e il danno alla salute è dimostrata, quello che va ancora approfondito è il nesso biologico di causa ed effetto. La necessità di agire è ammessa dallo stesso Istituto Superiore di Sanità che scrive: “L’esistenza di margini di incertezza non viene negata, ma se ne tiene conto esplicitando il fatto che nella definizione degli standard si sta adottando un atteggiamento di tipo cautelativo. In campo ambientale infatti sono la regola e non l’eccezione le situazioni nelle quali i dati scientifici sono insufficienti per sostenere una conclusione, e nonostante questo una decisione va presa.”

L’elettrosmog è conseguenza dello sviluppo tecnologico da tutti desiderato. Perché lamentarsi di conseguenze negative estremamente limitate a fronte di progressi tecnologici nelle telecomunicazioni così prodigiosi?

Non si tratta di impedire lo sviluppo delle tecnologie. Il punto del confronto non è quello. Il nodo dello scontro è impedire il “far west” delle installazioni, ovvero porre delle regole e delle garanzie che tutelino gli interessi collettivi, primi fra tutti la salute e l’ambiente. D’altra parte, anche per altri fattori inquinanti si agisce nella direzione di porre dei vincoli e, perfino, delle limitazioni. Il fumo è causa di tumori ma non tutti coloro che fumano sicuramente si ammalano. Tuttavia sempre più rigidamente si approvano restrizioni (per esempio il divieto di fumare in luoghi pubblici) per salvaguardare la salute collettiva. Analogamente, per il traffico automobilistico, verificato che provoca inquinamento, si pongono dei limiti, superati i quali, vi è il blocco del traffico e, nelle città, le amministrazioni possono stabilire delle restrizioni alla libera circolazione delle autovetture. Per l’elettrosmog , deve avvenire lo stesso. Ferma restando la copertura della rete (e, ormai, il servizio di radiocomunicazione, sia televisivo che della telefonia cellulare, copre l’intero territorio), l’intensificazione del traffico, che è ciò che interessa oggi alle imprese, deve essere sottoposta alle condizioni, stabilite dalle normative nazionali, regionali e dai regolamenti comunali, che la pubblica amministrazione decide per garantire la salvaguardia della salute e dei beni ambientali e paesaggistici.

Perché un referendum sull’elettrosmog, che è un tema così controverso? Non era meglio affrontare altri temi di salvaguardia sanitaria e ambientale?

L’elettrosmog non è una questione marginale. Interessa tutto il Paese e permette di intervenire su un nodo nevralgico dello sviluppo e dell’uso delle tecnologie. Non è neanche vero che nel resto dell’Europa il problema non sia stato affrontato. In alcuni Paesi europei ( per esempio quelli del nord Europa, la Polonia, la Svizzera) esistono normative sull’elettrosmog che pongono limiti restrittivi e, anche negli altri Paesi non si assiste alla “deregulation” italiana. Negli stessi USA, in un territorio enormemente più esteso dell’Italia, vi è un numero di antenne inferiore che nel nostro Paese. Sul tema dell’elettrosmog, inoltre, si è sviluppato un movimento, assai composito, di associazioni e comitati che si battono nei territori per contrastare l’installazione di infrastrutture che destano preoccupazione e per richiedere il risanamento delle situazioni più compromesse. Si tratta di un movimento spesso con scarsi collegamenti e a volte confuso, ma che parte dal basso ed esprime l’esigenza di regole che contrastino il liberismo selvaggio.
Il movimento referendario aveva proposto tre referendum: sull’elettrosmog, contro gli inceneritori di rifiuti e contro i pesticidi negli alimenti. Certamente, i tre referendum, assieme, avrebbero meglio rappresentato l’esigenza di una nuova politica contro l’inquinamento che avvelena l’ambiente e addirittura i cibi, prodotto dalla sciagurata politica neoliberista che il governo delle destre applica inesorabilmente. Malgrado tutti i referendum avessero raccolto il numero delle firme necessarie, la sentenza della Corte Costituzionale ha inspiegabilmente e ingiustamente bocciato i due quesiti sugli inceneritori e i pesticidi. Dovremo, quindi, anche attraverso il solo referendum rimasto, quello sull’elettrosmog, avere la capacità di sollevare, oltre la questione specifica, il tema più generale di una svolta nelle politiche di salvaguardia ambientale e di tutela sanitaria dagli inquinamenti prodotti dalle politiche di liberalizzazione e privatizzazione.

Il quesito referendario propone l’abrogazione delle norme che permettono l’esproprio delle proprietà per il passaggio degli elettrodotti. Non è un referendum a difesa della proprietà privata? Non c’era da proporre un altro quesito in materia di elettrosmog più chiaro?

Rispondiamo subito alla seconda questione che viene posta. Il problema è che nel caso dell’inquinamento elettromagnetico vi è una carenza legislativa e che il governo delle destre, come detto prima, vuole affossare la legge esistente con l’emanazione di decreti che mettono limiti farsa e vuole eliminare i poteri delle regioni e dei comuni. Attraverso la questione della servitù di elettrodotto, quindi, si affronta il problema dell’elettrosmog, ovvero la necessità o meno di una normativa di tutela. Il nostro impegno dovrà consistere nel far comprendere il nesso tra la vittoria del referendum e la sconfitta del tentativo di affossare la legge e i regolamenti comunali e, contemporaneamente, far avanzare una nuova stagione di diritti anche in campo sanitario e ambientale contro la pretesa delle imprese di essere libere di inquinare (magari, dopo, approfittando delle sanatorie e dei condoni).
La domanda se il referendum alla fine non rischia di favorire la proprietà privata dei terreni è più insidiosa in quanto tenta di aprire con i promotori una polemica, per così dire, “da sinistra”. Anche qui, però, la questione può essere chiarita facilmente: l’imposizione di nuovi elettrodotti non risponde più all’esigenza di elettrificazione del Paese mentre favorisce il processo di deregolamentazione determinato dalla privatizzazione del settore energetico. In pratica, oggi si tratta di garantire gli allacci alle centinaia di centrali private che con la liberalizzazione vogliono essere imposte contro la volontà degli abitanti dei territori. La stessa cosa accade per l’alta velocità. Si tocca, in tal modo, un nodo di fondo della selvaggia politica liberista delle destre: la privatizzazione dell’opera pubblica, il tentativo, cioè, attraverso i processi di privatizzazione e di deregolazione del governo del territorio, di utilizzare le norme pubbliche flettendole agli interessi privati delle imprese. Quindi, lo strumento referendario è utile alle associazioni e ai comitati per combattere quelle opere devastanti e può consentire di affrontare uno degli aspetti più pesanti che caratterizza il governo delle destre.

Ma, con il referendum, si affronta un altro nodo di fondo: la critica alle politiche di liberalizzazione. Facciamo un solo esempio, per far comprendere come, nel caso dell’elettrosmog, si sia scelto un meccanismo di liberalizzazione assolutamente selvaggia. Se si parla di liberalizzare il servizio ferroviario, nessuno è così folle da ritenere che più concessionari del servizio costruiscano proprie reti ferroviarie, si pensa che più concessionari possano utilizzare la medesima rete (quindi, che sugli stessi binari possano passare treni di differenti proprietari). Ugualmente, poteva essere pensato per le antenne di radiotrasmissione: separare la proprietà delle infrastrutture (mantenendola pubblica) dal servizio (svolto da più concessionari in concorrenza). Aver permesso che a ogni concessionario corrispondesse una propria struttura di rete, porta alla moltiplicazione infinita di antenne e ripetitori che assediano le città, creano un impatto paesaggistico intollerabile e producono gravi preoccupazioni per i cittadini.
Il referendum sull’elettrosmog è, quindi, anche un’occasione per discutere del modello di sviluppo e delle scelte sciagurate imposte dalla politica di sfrenato liberismo.

Alenapoli

 Valore Scuola    - 03-06-2003
MA LA SCUOLA CHE C'ENTRA?
Il 15 e il 16 giugno prossimi ci sarà il referendum per l’estensione dell’art. 18 alle aziende con meno di 16 dipendenti. La Cgil e la Cgil Scuola, pur non essendo tra i promotori del referendum, hanno deciso di invitare a votare sì: l’estensione dei diritti rappresenta un obiettivo irrinunciabile per un’organizzazione sindacale. I lavoratori della scuola non sono direttamente interessati alla misura: essendo dipendenti pubblici essi godono di un altro rapporto di lavoro, che, finora, non ha contemplato, di fatto, il licenziamento. Ma non è solo per un motivo di solidarietà o per l’affermazione di un diritto universale o per una scelta di civiltà – tutti motivi peraltro validi - che chiamiamo i lavoratori della scuola a votare sì. Infatti anche la scuola e il rapporto di lavoro dentro di essa negli ultimi anni sono stati oggetto di misure di deregolamentazione e di destrutturazione che hanno esposto maggiormente gli operatori scolastici ai rischi della mercantilizzazione avvicinandoli, volenti o no, agli altri lavoratori. Questi processi dentro la scuola sono per così dire l’ultima propaggine di un fenomeno generalizzato di cui l’attacco all’art. 18 e al diritto alla sicurezza del posto di lavoro è sicuramente il cuore. Preservare l’art. 18, estendere i diritti che esso contempla (una giusta causa per risolvere il rapporto di lavoro) anche laddove questi non sono ancora previsti costituisce perciò un modo concreto per segnare un’inversione di tendenza di tutto il processo: un’inversione di tendenza che si rifletterebbe anche sulle dinamiche in atto nella scuola e nei rapporti di lavoro che la contraddistinguono.

Per risolvere questi problemi la Cgil aveva previsto un’altra strada, quella legislativa per la quale aveva avviato quattro proposte di legge popolare, cosciente che le contraddizioni suscitate e la messa in pratica delle finalità sarebbero state governate meglio. Una affermazione del sì al referendum, richiederà comunque la definizione di nuove norme per le quali le stesse proposte di legge popolare saranno un utile strumento. Anzi l’affermazione del sì creerà un contesto più favorevole alla loro discussione, mentre dalla vittoria del no o dall’astensione i lavoratori delle piccole aziende, ma anche quelli delle grandi aziende e gli stessi dipendenti pubblici, tra cui i lavoratori della scuola, non avrebbero nulla da guadagnare.


 Rolando A. Borzetti    - 11-06-2003
Sconfitta doppia

La prima cosa che viene fuori dal doppio risultato elettorale di queste amministrative è la crisi della destra che attualmente governa l'Italia. Si può minimizzare finché si vuole la portata del voto, sostenere che si trattava di elezioni amministrative e non politiche, accusarsi a vicenda perché quello è andato da solo o quell'altro non si è impegnato abbastanza. Ma quel che emerge è che dopo due anni di governo Berlusconi e soci devono prendere atto della bocciatura da parte dell'elettorato. E in particolare di quell'elettorato che non chissà quando ma solo due anni fa aveva permesso loro di vincere e andare così al governo. Si tratta di persone deluse e infastidite. Deluse dalle mille promesse mancate, le tasse che non calano, l'inflazione che sale, un euro che non vale una lira, le città che se insicure erano continuano ad esserlo, e via dicendo. E infastidite da un governo che invece di risolvere qualcuno di quei problemi le cui soluzioni tanto aveva sbandierato in campagna elettorale, si è accanito su se stesso, anzi sul suo presidente utilizzando qualsia-si mezzo (a cominciare dal parlamento) per salvarlo dai suoi guai giudiziari come fossero il principale pro-blema del paese. Questo mix ha fatto sì che la destra perdesse voti suoi, un po' come accade alla sinistra quando era al governo. Ma le partite politiche, così come quelle di calcio, non si vincono o si perdono da soli, di fronte c'è sempre un avversario. E quello che oggi si è trovato a contrastare la destra e a batterla è un centrosinistra diverso da quello che due anni fa arrivò all'appuntamento elettorale diviso e scoraggiato, sconfitto ancor prima di scendere in campo. Diverso non certo perché stavolta è unito da Mastella a Berti-notti, bensì perché si nutre (anche suo malgrado) di quel che negli ultimi due anni è accaduto in Italia. Par-liamo dei movimenti che, a cominciare da Genova e dai metalmeccanici, continuando con la battaglia sui diritti fatta dalla Cgil di Cofferati e con quella sulla giustizia e sull'informazione dei girotondi e finendo con quello contro la guerra hanno ridato un senso alla parola opposizione. E' questa l'onda lunga che oggi arri-va al primo appuntamento elettorale, riportando a votare anche molti di coloro che avevano scelto l'asten-sione come forma di protesta verso una sinistra che non li convinceva più. Probabilmente non li convince neanche adesso, ci vuol altro che un accordo improvviso tra Ds e Rifondazione per ridare contenuti a una politica senza respiro e per di più subalterna all'avversario. E però, qualcosa è accaduto dal 2001 a oggi, si sono visti i danni che l'attuale governo è in grado di provocare e quelli ancor peggiori che potrebbe (potrà) causare in futuro. Dunque, è Berlusconi che permette alla sinistra di tornare a vincere. Non è poco, non è neanche molto. Ove per molto si intende quel che la sinistra, anzi tutta l'opposizione oggi unita sarà in gra-do di proporre al paese. In termini di politica economica e sociale, di guerra e pace, di alleanze o rotture internazionali, di diritti individuali e collettivi (a proposito dei quali ci sarebbe un referendum domenica prossima), di accoglienza o di esclusione. Saranno questi i terreni sui quali si misurerà la nuova alleanza tra Ulivo e Rifondazione. I movimenti dell'anno scorso qualche parola su questi argomenti l'avevano detta, avevano anche espresso la loro opinione sulle attuali leadership del centrosinistra. Non sono riusciti a cambiarle e, per ora, si accontentano dei cuochi che passa il convento. Pretendono però che i pranzi e le cene non siano cucinate con gli stessi ingredienti di prima, altrimenti tutti a dieta.

RICCARDO BARENGHI
Dal Manifesto

 Vita No profit    - 12-06-2003
Welfare: Pax Christi, Berlusconi pensa a sè e i poveri aumentano
Questo il giudizio contenuto in un editoriale di Tonio Dell'Olio coordinatore nazionale di Pax Christi


In Italia ci sono quasi quattro milioni di poveri, ''ma il governo Berlusconi pensa ad altro'', mentre anche la chiesa italiana ''cede alla prudenza e non ha il coraggio di schierarsi dalla parte dei poveri''. Lo afferma don Tonio Dell'Olio coordinatore nazionale di Pax Christi nell'editoriale di ''Mosaico di pace'', la rivista del movimento cattolico per la pace. ''Da una parte - osserva don Dell'Olio - c'e' Berlusconi che come il pifferaio magico si sforza di convincere gli italiani di un inesistente miracolo economico, dall'altra oltre tre milioni e 940 famiglie vivono in poverta', secondo i dati della commissione nazionale del ministero del Welfare''. ''Persone e famiglie - prosegue l'editoriale - che certamente non hanno tratto alcun giovamento dai provvedimenti salienti del governo Berlusconi: la legge sul falso di bilancio, i condoni, le politiche sul lavoro che intervengono ormai esclusivamente a garantire gli interessi e i profitti delle imprese''. A proposito delle politiche sociali, Dell'Olio si chiede se ''davvero il premer e' convinto che la politica delle grandi opere pubbliche, della sanita' aziendale, della scuola privata, del licenziamento facile, della giustizia dell'immunita' parlamentare, della controriforma del commercio delle armi... serva a quanti sopravvivono a stento?''. ''L'unica prova di efficienza da parte di governo e parlamento - denuncia il sacerdote - da due anni a questa parte, si e' avuta solo quando s'e' trattato di varare in tutta fretta leggi ad personam''. A proposito dell'atteggiamento della chiesa, Dell'Olio osserva che ''i poveri amerebbero sentirsi compresi, difesi e sostenuti dalle chiese perche' lo stesso DNA di queste, il Vangelo, proclama senza scampo la scelta degli ultimi, e invece troppo spesso la parola delle chiese cede il passo alle prudenze a ha paura di schierarsi dalla parte di quei poveri''. ''Cosi' la scelta degli ultimi - scrive il coordinatore di Pax Christi - si riduce cosi' all'assistenza in una mensa o in un dormitorio, a un contributo di denaro o di vestiti dismessi''. ''Se avesse fatto cosi' conclude l'editoriale - anche Gesu' sarebbe morto di vecchiaia nella sua casa di Nazareth''.

 Lea Borrelli    - 13-06-2003
da "Liberazione" - 12 giugno 2003

Lo sapevate che i rappresentanti di lista ...

Lo sapevate che i rappresentanti di lista alle elezioni possono votare anche in altro luogo da quello di residenza?
L'hanno "scoperto" i collettivi studenteschi e i Giovani Comunisti di varie città italiane che hanno promosso diverse campagne rivolte agli universitari fuori sede. Già 500 studenti hanno aderito all'iniziativa, per diventare rappresentanti di lista dei Comitati promotori del Sì, evitando così il ritorno nelle città di residenza per il voto del 15-16 giugno.
Giugno, si sa, è periodo di studio ed esami in tutte le università italiane e i "fuori sede" devono essere proprio motivati per tornare a casa a votare.
Magari con la prospettiva di centinaia di chilometri sfaticanti e il miraggio dello sconto treni (attraverso la dichiarazione autocertificata o il documento rilasciato dalle università da presentare alle biglietterie).
L'iniziativa di sensibilizzazione è partita due settimane fa dai collettivi studenteschi di Pisa ed ha raccolto già 350 adesioni di studenti fuori sede.
Un numero significativo, grazie anche al clima creatosi attorno ad un'occupazione studentesca in ambito universitario (lo spazio autogestito Rebeldìa che il rettorato minaccia già di sgombero) e alle tante iniziative promosse per informare i lavoratori di domani sullo stato di precariato e di ricatto in cui versa il mondo del lavoro.
Anche a Roma l'iniziativa, partita pochi giorni fa, ha già raccolto oltre 150 adesioni. Un risultato inaspettato. L'attenzione alle questioni referendarie evidentemente, anche nelle università, è più sentita di quanto si possa immaginare. Ancora una volta, dobbiamo segnalare un elemento in più sulla sconfortante mancanza di spazi pubblici e informativi di approfodimento. Come conferma Giulio Calella dei collettivi studenti/precari romani: «di fronte all'oscuramento, abbiamo cercato ogni mezzo per sensibilizzare anche gli studenti sul raggiungimento del quorum. E devo dire che la reazione è più che positiva, i fuori sede sono molto contenti dell'iniziativa, per loro significa riuscire a votare senza perdere tempo e soldi. Se vogliamo è un piccolo fatto di democrazia».
Mancano pochi giorni e altri collettivi potrebbero seguire l' esempio pisano e romano, l'unica cosa importante è sbrigarsi e contattare il locale comitato promotore per il Sì, per seguire l'iter corretto.
C. J.

 Rolando A. Borzetti    - 14-06-2003
Il 6 giugno il governo ha varato il decreto attuativo della Legge 30/2003 che introduce novità rilevanti sulla regolamentazione del mercato del lavoro.

Il nuovo decreto prevede:

- Il lavoro a chiamata: in cambio di una modesta indennità, devi essere disponibile in qualsiasi momento a correre alla chiamata e vieni pagato solo per il periodo in cui hai realmente lavorato;

- Il lavoro a coppia (job sharing), un unico posto di lavoro, con un unico salario che viene diviso tra due persone e così per Berlusconi s'incrementa l'occupazione;

- Lo staff leasing, per cui il lavoro interinale in affitto diventa a tempo indeterminato, per la gioia dei mercanti di manodopera;

- Il lavoro a progetto, sostituisce i co.co.co.; finisce il progetto, finisce il lavoro; in più c'è la certificazione preventiva: l'ex co.co.co.
dovrà dichiarare, prima dell'assunzione, che il suo lavoro è autonomo e non subordinato, rinunciando a ricorrere al giudice del lavoro;

- La modifica del part-time, che rende senza vincoli il ricorso allo straordinario;

- La cessione del ramo d'azienda è resa molto più semplice; si costituisce un attimo prima un'organizzazione aziendale con autonomia funzionale ed il padrone può sganciare dall'azienda madre un pacchetto di 15 lavoratori che costituiranno un'altra azienda senza più la tutela dell'art.18;

- Il collocamento privato e nel contempo la cancellazione della Legge 139/'60 che vieta l'intermediazione di mano dopera.

Se aggiungiamo la politica di esternalizzazioni/privatizzazioni promosse dalle aziende pubbliche e private, ci accorgiamo che, mentre dilaga il lavoro precario e senza diritti, il "lavoro stabile e garantito" viene sempre più assediato, privato di diritti e precarizzato.
Berlusconi e D'Amato, Fassino e Pezzotta, Fini e Rutelli, Bossi e D'Alema, si sono espressi apertamente per l'astensione, per far mancare il quorum al referendum del 15/16 giugno che estende la tutela dell'art. 18 ai lavoratori delle piccole aziende, che oggi rappresenta l'unico concreto argine per fermare la precarietà imperante.

Siamo il Paese più flessibile d'Europa.Sempre più precari e senza diritti.
Se l'avranno vinta, peggioreremo ulteriormente le nostre condizioni di vita e di lavoro, renderemo più facile l'assalto definitivo al sistema pensionistico pubblico che si profila all'orizzonte.

 Rossana Rossanda    - 14-06-2003
Tutto qui

C'è una ragione semplice che obbliga a mettere un sì sulla scheda del referendum che estende l'articolo 18 alle imprese con meno di quindici dipendenti: mettere un no o non votare, significa dichiarare che è giustissimo licenziare senza giusta causa, senza motivo, per antipatia, o pregiudiziale politica, o capriccio. Dice all'imprenditore: manda pure via un dipendente senza motivo. Rispondere sì significa: puoi licenziare un dipendente perché sei in difficoltà economica, perché non lavora, perché compie una qualsiasi infrazione che sarebbe sanzionata anche dal codice. Se no, non lo puoi fare. Amen. Tutto qui. Ma che sia detto, per favore. Nel mare di parole che si sono spese negli ultimi giorni, tardi e divagando per ogni dove - dalla teoria generale dei diritti alle leggi economiche secondo le quali nella piccola impresa o si lavora in amorosa empatia o si rischia il collasso - si è cercato di affogare l'elementarità del quesito: se il piccolo deve poter licenziare qualcuno, quando e come gli pare, o no. Questo è il nocciolo della cosa, oscurato dai molti e perfino sbalorditivi ragionamenti che ci sono stati inflitti: che la piccola impresa è la spina dorsale della nostra economia ma è incline a sprofondare nell'illegalità, nel nero e nel sommerso appena le si chiede qualche regola, a quel punto chi la vede più - roba che, se fossi un piccolo imprenditore, darei querela. Oppure, che la piccola impresa ha una forza poderosa ma se non può giostrare ogni momento sulla precarietà dei suoi dipendenti, crolla di colpo. All'anima! Non solo non abbiamo una grande industria, ma le piccole sopravvivono per miracolo. Eppure le grandi fanno di tutto per diventar piccole, esternalizzando, parola spaventosa per dire che si dividono in due, tre, dieci, a parità di prodotto e fatturato. Qualcuno deve pagare i costi della modesta capacità imprenditoriale italiana? Sia il dipendente.

Se il sistema referendario permettesse di scrivere la vera domanda in termini accessibili a tutti, questa avrebbe dovuto essere: cittadino e cittadina, vuoi essere licenziabile senza motivo? Proponendo di rispondere, naturalmente, no. E i no sarebbero stati, naturalmente, valanga. Ma quel quesito chiaro e tondo non si può fare. L'obbligo di esprimerlo in forme che sono immediatamente comprensibili soltanto agli addetti ai lavori, ha permesso, da Brunetta a Fassino, da D'Amato al perseguitato Pezzotta, di confondere le acque. Ce ne fosse stato uno che dicesse all'elettore: bada che a) le imprese con meno di quindici dipendenti possono avere ormai fatturati miliardari; b) il referendum non chiede ai padroni di sposare il loro dipendente per l'eternità secondo il rito di santa romana chiesa, ma soltanto di non divorziare senza giusta causa, e le giuste cause sono legione. E, ahimé, sono unilaterali - l'imprenditore è garantito. Chi non lo è mai fino in fondo è il lavoratore, neanche nelle imprese con più di quindici addetti, perché se il capitale se ne va, queste chiudono per giusta causa. Che palle dunque ci raccontano?

Dirla così brusca, certo non piace ai moderati di centro, di sinistra, partiti e sindacati. Preferiscono trovarsi dalla parte di Maroni, cosa che dev'essere ben dura - anche il mio amato Cofferati, esulcerato dall'intenzione maliziosa dei proponenti referendari. Perciò non osano dire: voterò no. Dicono: mi astengo, o per l'unità o per la modernità. Del resto il referendum serve a Bertinotti - come se fosse meglio servire invece a D'Amato. Del resto divide la sinistra - come se non si stessero dividendo loro da Epifani. Tante stupidaggini su un solo referendum non le avevo mai sentite. Questa è la colpa maggiore che attribuisco a coloro che l'hanno promosso. Ma è un peccato veniale rispetto al peccato mortale di non andare a votare sì, subito, domani.

Dal Il Manifesto

 Fuoriregistro    - 18-06-2003
Se 11 milioni vi sembran pochi...
Intervista a Guglielmo Epifani


«Sono sereno e tranquillo, abbiamo fatto bene a partecipare a questo referendum e a prendere una posizione per il sì. Era la scelta giusta». Guglielmo Epifani difende la scelta sua e della Cgil di stare in campo, anche ora che il quorum non è stato raggiunto e anche se non manca chi indica il maggiore sindacato tra gli sconfitti di questa partita. «Noi questo referendum non l’abbiamo promosso, la nostra idea era e rimane diversa, ma abbiamo raccolto 11 milioni di sì per le riforme. È comunque un risultato significativo, c’è un importante fronte sociale che si è mosso: non basta. È necessario ampliarlo per sostenere la nostra strada per estendere i diritti e le tutele, quella di una legge».

Epifani qual è il suo giudizio su come sono andate le cose?
«Trovo irrispettoso affermare, come fanno alcuni, che 11 milioni di sì non contano niente. È un buon risultato. Se si fanno paragoni con i referendum passati compreso quello di validazione della legge di riforma costituzionale si può vedere che si tratta di un numero significativo di persone che si sono espresse con il voto. Se poi si vanno a guardare regioni come l’Emilia Romagna e la Toscana si vede che un terzo degli aventi diritto ha detto sì, in termini assoluti la metà dell’elettorato di queste regioni ha votato a favore».

C’è chi dice però che la Cgil è sconfitta...
«Direi sicuramente no: non abbiamo promosso questo referendum il nostro era un sì di partecipazione con l’obiettivo delle riforme. Un obiettivo che resta soprattutto se si guarda al rallentamento dell’economia e ai processi di precarizzazione che avanzano. Penso soprattutto ai decreti delegati della legge 30 che non sono strumenti di flessibilità ma in gran parte di precarietà. La Cgil andrà avanti, ora anche con il consenso di 11 milioni di cittadini che ci dà forza per continuare a lavorare per ampliare i diritti dei lavoratori e le tutele».
Si aspettava un’astensione così alta?
«Sì, me l’aspettavo, c’erano troppi elementi contrari perché il quorum venisse raggiunto. L’astensione Ds e di tutto l’Ulivo, la scelta della maggior parte delle forze politiche e di quasi tutte le forze sociali. L’informazione è stata pari a zero e questo ha avuto il suo peso, come pure credo la data e il gran caldo, io stesso per primo avevo già sottolineato come nessun referendum avesse mai raggiunto il quorum a scuole chiuse».

Si pone ora un problema all’interno della Cgil visto una parte dell’organizzazione e della segreteria era contraria - e oggi parla di errore e sconfitta - allo schierarsi per il sì? Ci sono tensioni?
«No, niente di questo. In Cgil abbiamo avuto opinioni diverse, c’è stato chi ha sostenuto un giudizio diverso dal mio, ma vedo che c’è la volontà di andare avanti unitariamente per il futuro. Lunedì si riunirà il direttivo si parlerà di referendum e a tutto campo della nostra strategia, della politica industriale e del terrorismo. Poi ripartiamo con lo stato sociale, le pensioni, il Dpef e naturalmente continueremo a batterci contro i contenuti della riforma del mercato del lavoro. Domani (oggi, ndr) terremo sul terrorismo una conferenza stampa con i segretari di Cisl e Uil. La Cgil continua a stare in campo con battaglie e valori, non ne esce ridimensionata, ma va avanti con forza tranquilla e determinata».

Ritiene che la stagione dell’articolo 18 sia chiusa?
«Non credo che si chiuda niente col referendum e penso che dobbiamo far di tutto perché non si modifichi l’articolo 18 e perché vengano estese le tutele. Non può passare il segnale che Confindustria e governo stanno facendo passare in queste ore e cioè che il voto autorizza a far tutto. Si troveranno contro la Cgil. Per noi l’art. 18 rappresenta un diritto dei lavoratori, e la politica di estensione di questo diritto va fatta anche nelle imprese sotto i 16 dipendenti. Crediamo che esista un grande problema di qualificazione dei diritti per tutto il mondo del lavoro parasubordinato e che si ponga tantopiù oggi di fronte al rallentamento dell’economia e della precarietà che avanza un urgente bisogno di riforma degli ammortizzatori sociali. Sono le quattro ipotesi di riforma sulle quali la Cgil raccolse 5 milioni di firme che sono in Parlamento e che oggi trovano il consenso di 11 milioni di cittadini che voglio ringraziare».

Non sarà facile visto come sono andate le cose.
«Infatti non lo è, è una prospettiva né facile, né breve. Anche per questo l’impegno della Cgil è lavorare per ricostruire e allargare il fronte sociale e politico favorevole all’estensione dei diritti perché c’è bisogno del maggior numero di consensi possibile, sia politici, sia parlamentari, sociali e territoriali per fare in modo che il Paese raggiunga questo traguardo di civiltà».

A proposito di forze politiche, che cosa cambia nei rapporti col centro-sinistra?
«Non cambia nulla, ognuno fa il suo mestiere, ognuno ha la sua rappresentanza. Prima citavo il voto delle regioni rosse: ci sono percentuali di sì più alte dove la sinistra è più forte. Credo che anche le forze dell’Ulivo debbano guardare con attenzione il voto, leggerlo in maniera disaggregata».

Avete detto che il referendum era lo strumento sbagliato per allargare i diritti, ma avevate anche detto che il referendum è uno strumento da riformare...
«Continuiamo a dire l’una e l’altra cosa. La Cgil a più riprese aveva criticato l’uso della via referendaria per estendere i diritti, noi siamo stati in campo col sì per le riforme e insistiamo col dire che per estendere i diritti la via maestra è quella dei processi di riforma. E il risultato del referendum dà sostegno, forza e fondamento alla nostra prospettiva. Avevamo prima e tanto più adesso rispetto per tutte le opinioni che si sono espresse in questo referendum, rispetto di chi si è astenuto e di chi ha partecipato al voto anche se per noi resta fondamentale assicurare a questo istituto di democrazia diretta un futuro e una pienezza di compiti democratici. In tempi non sospetti avanzammo alcune ipotesi di riforma del referendum lo facemmo ancor prima del referendum dei radicali, penso che sia necessario che si metta mano alla riforma se si vuole dare a questo istituto il ruolo e l’importanza che gli spetta».

L'Unità, 17 giugno 2003