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Cannes, la grazia di un «Elephant»
Il Manifesto - 28-05-2003


CANNES
Patrice Chéreau, presidente della giuria, cambia le regole e assegna a Gus Van Sant due premi: per il film e la regia. L'indipendente americano spiega così la sua ultima opera: «racconta la violenza apparentemente senza senso del nostro tempo, e che negli Usa ha una dimensione più ampia e di maggiore visibilità»






Adesso diranno che la Palma d'oro a Elephant è un premio politico, una presa di distanza - comunque con classe - da quel fronte contrapposto su cui stampa e addetti ai lavori francesi e americani hanno giocato per tutta l'edizione 2003, post-guerra all'Iraq, del Festival. «Gli americani quest'anno sono stati molto duri con la selezione, e soprattutto con i film che rappresentavano il loro paese» ci dicono i giornalisti francesi, allusione per fare un esempio all'accoglienza riservata da Screen e Variety, voci dell'industria mainstream, a The Brown Bunny di Vincent Gallo, con tanto di psicodramma in forma di solenne promessa dell'attore-regista di non girare mai più un film - c'è stato anche il «caso» Dogville, considerato insultante per il modo in cui rappresentava l'America. E comunque per essere episodio di una trilogia americana immaginari e pulsioni del paese che pretende di esplorare li annulla nell'egotismo dittatoriale della regia... Pare che Chéreau lo abbia odiato, e da uomo teatrale quale è ne ha tutte le ragioni. Non solo. Le major sarebbero state meno presenti sulla Croisette, però al mercato si dice che gli affari sono andati come gli altri anni. Qualcuno poi ammicca malignamente che i francesi hanno puntato su film e autori americani «fuori misura», per non parlare, e stavolta in Francia, della rivendicazione di un premio a ogni costo, che ha portato in gara cinque film di produzione nazionale, tutti ignorati dal Palmarés, cosa che acuisce la crisi post-Canal plus utilizzata per spiegare ogni passo falso del festival. Il premio a Elephant però va al di là di tutto questo, riguarda soltanto il cinema. Sul film di Gus Van Sant avevano scommesso i Cahiers du cinema, la critica lo ha adorato ma come sempre accade in questi casi nessuno poteva credere alla Palma. Poi nel pomeriggio le prime voci, lui che era ancora sulla Croisette...

Alla conferenza stampa post-premiazione Van Sant stralunato, e molto felice, una vittoria importante, che premia anche l'ostinazione di un cinema libero, di resistenza, se si pensa al precedente Gerry, mai distribuito, o al magnifico Da morire, invitato sulla Croisete fuori concorso... Dice: «sono molto felice, è fantastico, la prima volta che un mio film viene presentato a Cannes in concorso riceve due premi. Spero che i giurati abbiano preso questa decisione uniti». Racconta Van Sant che ne conosceva solo due, Steven Soderbergh, un percorso, il loro, comune nell'idea di cinema indipendente, e Meg Ryan: «ci siamo incontrati qualche volta» dice. Poi ringrazia Hbo, che ha prodotto il film, e ora gli piacerebbe una piccola vacanza, vedere magari i film di Sokurov e di Lars Von Trier. Quando gli chiedono se Elephant è un film antiamericano, delle tensioni tra Francia e Stati uniti, che si dirà che piace perché mostra gli aspetti più contraddittori dell'America sembra stupito: «ho trovato il festival di Cannes come sempre, non ho affatto l'impressione che ci siano rapporti tesi tra Francia e Stati uniti, i pensieri delle persone che sento vicine sono gli stessi a Parigi e a New York. Elephant parte da un problema più grande, racconta la violenza apparentemente senza senso che appartiene al nostro tempo, e che forse negli Stati uniti ha preso una dimensione più ampia e di maggiore visibilità. Si parla delle famiglie che preferiscono ignorare il loro malessere perché è più comodo vivere a occhi chiusi. In un certo senso è lo stesso atteggiamento dei media che si occupano di queste cose solo quando diventano tragedia. Elephant prova a esplorare le relazioni tra la struttura della società e i bisogni di un adolescente, tra i genitori e i loro figli, tra la società e la scuola, e forse anche tra gli stessi studenti. Ma non è affatto un film antiamericano, perché non avrebbe senso. Il mio scopo non è criticare ma far vedere le cose che nel sistema non funzionano, rendendone consapevoli il maggiore numero di persone. Voglio che questo male nascosto prenda forma, più che un attacco direi che la mia è un'investigazione».

Il cinema allora e quella potenza speciale di essere luogo del contemporaneo, negli umori, nella violenza, nell'invenzione di linguaggi, nei silenzi, nell'ambiguità presente che è angoscia futura. La scelta della giuria - Steven Soderbergh, Meg Ryan, Erri De Luca, Jean Rochefort, Danis Tanovic, Jiang Wen, Aishwarya Rai, Karin Viard - sembra sintetizzarsi nelle parole di Isabelle Huppert, chiamata a consegnare la Palma d'oro, che ricorda alla platea in smoking e abiti da sera la tragedia del terremoto in Algeria, e altre immagini di dolore che hanno accompagnato questi mesi e giorni di fronte alle quali la Palma può sembrare futile. Poi legge un frammento di Auden e: «la forza del cinema sta nella sua capacità di esprimere il nostro mondo».

Patrice Chéreau, look matrixizzato, aveva lanciato subito la sua provocazione, annunciando un cambiamento di regole, accordato dal presidente Gilles Jacob. Panico in sala. E se non avessero consegnato la Palma? (sapremo poi che l'eccezione è Migliore regia e Palma d'oro a Elephant, cosa proibita dal regolamento che non prevede due premi maggiori allo stesso film dal `92, dopo la vittoria totale di Barton Fink dei Coen). Si attende, la cerimonia va avanti, Monica Bellucci, look troppo rosa, la guida con sicurezza. Wim Wenders consegna da presidente della sua giuria la Camera d'or oro per il migliore esordio a Reconstruction, film «dogmatico» di Christoffer Boe. Il giovane Glendyn Ivin, australiano, Palma d'oro per il cortometraggio Cracker Bag, dedica il premio a Vincent Gallo: «non mollare, la nostra è una lotta per l'indipendenza».

Samira Makhmalbaf premio della giuria per Alle cinque del pomeriggio, storia di una ragazza afghana che vorrebbe essere presidente della repubblica dice: «io non sogno di essere presidente, sono una filmmaker e sono felice di esserlo specie ora che il presidente più conosciuto al mondo si chiama George W. Bush». Appassionata, quasi febbrile, la ventitreenne regista aggiunge: «sono felice per la Palma ma per me il premio più bello è che il film esista e possa vivere nella mente del pubblico. È stato difficile convincere le donne afghane a mettersi davanti a una cinepresa dopo tanti anni di immagine negata. Questo film vuole aprire uno spazio a tutte quelle donne che potrebbero essere presidenti e che devono ancora lottare a lungo per averne la possibilità».

Nuri Bilge Ceylan, nuova onda del cinema turco, è l'altra sorpresa, anche se il suo Uzak, era tra i film «sostenuti», e lui è cineasta «autoriale» conosciuto dopo Nuvole di maggio, e quei rapporti sospesi, di confronto tra solitudini maschili, sembrano accordarsi alla sensibilità di Chéreau. Il premio ex-aequo all'interpretazione maschile ha un valore speciale, uno dei due attori, Mehmet Emin Toprak, cugino del regista, è morto qualche giorno prima del festival in un incidente di auto. Dice Ceylan: «entrambi sono sempre entrati, anche in piccole parti, nei miei film. Muzaffer Ozdemir, è davvero un fotografo, ci conosciamo da molti anni, così Mehmet abitava in campagna, come il suo personaggio». I riferimenti di cinema per Ceylan sono molti. Lui ci tiene a ricordare Yilmaz Guney, che oggi le giovani generazioni in Turchia hanno dimenticato. Dice: «mi piacciono molto i suoi film, sono stati importanti per la mia generazione. I giovani non li hanno visti perché da quando è morto a Parigi non sono stati praticamente più proiettati. Hanno restaurato i negativi, c'è una fondazione a suo nome, molto attiva, curata dalla moglie, ma per ora la visione del suo lavoro è sporadica. Anche se ogni volta ha molto successo». E il premio, lo aiuterà in futuro? «Non credo, cioè già adesso per me non era difficile fare un film, lavoro con budget bassi e trovo io stesso i finanziamenti. Forse renderà le cose complicate, da oggi ho molte più responsabilità». Ecco, il basso budget sembra essere un'altra costante dei premi, a parte forse Denys Arcand che tutti davano superfavorito, e abbozza a stento rabbiosa delusione: «Le invasioni barbare è una commedia, sappiamo che i giurati di un festival preferiscono sempre soggetti seri».

Ma torniamo a Gus Van Sant e a Elephant, basso budget e concentrato di tensioni culturali indipendenti, agguerrite, provocatorie ma con lucidità (tra i produttori c'è lo scrittore J.T. Leroy). Racconta ancora Van Sant: «mi piace lavorare su film piccoli, che lo studio di montaggio sia il mio garage. A Hollywood si è troppo sotto pressione. Ho cominciato a pensare a questo film col massacro di Columbine, c'era una copertura mediatica straordinaria, stampa, tv, e però avevo l'impressione che le immagini cercassero di sfruttare la situazione per avere audience. C'erano un sacco di cose dentro quella tragedia, la discussione sulla violenza delle immagini, la tv, le playstation, i videogiochi, il sesso, e anche un aspetto paradossale e assurdo. Ho subito pensato che il modo migliore per raccontare questa storia fosse concentrarsi sul momento del massacro: cosa era la scuola, chi erano i ragazzi, gli omicidi... Abc o Cbs avevano paura, Hbo ha reagito diversamente. Erano d'accordo sul fatto che la storia andasse oltre Columbine ma lavorasse sui meccanismi che agiscono in episodi del genere».


CRISTINA PICCINO
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