Gli imputati di domani
Vincenzo Andraous - 23-05-2003


Quante volte ho sentito sostenere con estrema superficialità che i più giovani, quelli che non hanno ancora quattordici anni, rimangono impuniti anche quando sono protagonisti di accadimenti gravi, e appunto questa possibilità ( di non essere imputati ) favorirebbe la devianza di altri ragazzi che ne seguirebbero l’esempio devastante.
Quando si tratta di giovanissimi allo sbaraglio, di giovanissimi a perdere, come ho detto qualche tempo addietro in un’altra riflessione, di fronte all’ennesimo giovane caduto in solitudine ai bordi delle strade, siamo bravissimi ad additarne le colpe, contarne i misfatti, soppesarne gli eventuali dazi da pagare, difficilmente ne rammentiamo la storia, ancor meno tentiamo di scandagliarne i pochi anni trascorsi per conoscere ciò che ha prodotto il presente.
Non lo facciamo, perché costerebbe troppo in termini di corresponsabilità, costerebbe troppo a chi è indaffarato a non farsi disturbare dagli eventi che incombono e intralciano le loro intoccabili e comode certezze.
Eppure, per capire di più è sufficiente sbirciare nei registri di una agenzia di controllo, di un centro servizi sociali per minori, oppure visitare con occhi attenti e non morbosi una comunità terapeutica, una comunità di recupero, per renderci conto di quanti giovanissimi, prelevati da contesti-dissesti famigliari, dall’evasione scolastica, da modelli di riferimento autorevoli assenti e sostituiti da quelli identificativi della strada, sono “tradotti” e “accompagnati “ in strutture protette, in forza di un intervento pubblico obbligatorio che comunque li sanziona nell’intento di garantire la sicurezza propria e altrui.
Fatti eclatanti ci spingono a condannare più che a pensare, fatti tragici ci incattiviscono emotivamente, fatti assai pesanti che ci riguardano da vicino anche se spesso ci illudiamo di essere a mille miglia di distanza.
Non è mia intenzione riepilogare l’assunto colpa-pena-punizione, tanto meno ritornare sulla poca onestà intellettuale di certi giudizi, privi di conoscenza delle cause e degli effetti che hanno prodotto quell’esplosione o implosione di aggressività.
Piuttosto vorrei rilevare la difficoltà di un intervento su un giovanissimo a cui sono state recise radici…. ancora non meglio identificate.
Giovani che hanno poca dimestichezza con il mondo delle proprie emozioni, che disconoscono gli affetti, il più delle volte negati, che nascondono profondi spazi di dolore, che graffiano e spingono per abbandonare il palo a cui sono stati relegati.
Giovani a cui chiedere ” ma tu sai sognare?”, e magari a chi formula la domanda i sogni sono fuggiti via da tempo e neppure lo sa.
E’ difficile intervenire, ed è difficile farlo rimanendo distaccati, ci sono banalità in grosse quantità da spendere per non fare i conti con le eredità che ci portiamo addosso e che noi stessi lasciamo in giro come mine vaganti.
Questi ragazzi giungono anonimamente nelle comunità, sembrano sparuti gruppi di tartarughine che tentano di risalire le dune sabbiose per guadagnare il mare.
Sono fragili e incompiuti. Lo sono davvero.
Così si tenta di correre ai ripari, studiandone le lacerazioni subite, le assenze rimaste inaccettate, gli abbandoni percepiti come tradimenti.
Ci si imbatte in situazioni non sempre chiare o riconducibili a quadri clinici definiti, in veri e propri mascheramenti, dove dietro i soliti trasgressivi che saltano le finestre di casa, gli appuntamenti in classe, infrangono le poche regole dell’amore, ebbene dietro ciò si celano quei ragazzi che non sono pronti a vivere, ma sopravvivono nelle disattenzioni e nel disamore di chi li ha dimenticati.
Ragazzi silenziosi, ragazzi assordanti, ragazzi maneschi, ragazzi invisibili, dove il prima è scomparso e il dopo è seppellito, ragazzi hic et nunc, dove i domani sono davvero deprivati di qualsiasi ipoteca.
Ragazzi svegli e ragazzi addormentati, ragazzi sani e ragazzi malati, ragazzi che non camminano se non sono guidati, ragazzi che hanno bisogno di essere accompagnati, perché davvero affaticati, ma non ci domandiamo a sufficienza da chi e da che cosa.
Qualcuno ha definito questi ragazzi iracondi, io li definisco il resto della pura logica dei conti, eppure e nonostante le incomprensioni che derivano dalle varie ideologie psichiatriche e psicoanalitiche, tra nevrosi e psicosi, in mezzo a quella terra di nessuno permangono inalterati i risultati delle nostre distruttive ipnosi collettive, quelle proiezioni dell’ombra che fanno più vittime di una guerra santa.
Così, oltre ad imbatterci in giovanissimi lasciati soli, dobbiamo fare i conti con le loro imprevedibilità, con i nostri fallimenti per la loro incapacità di percepire il mondo per quello che è, non accettando e non adattandosi alle nostre retoriche, al nostro senno del poi, al nostro esserci dopo…..
In queste condizioni c’è tutta la difficoltà di aiutare e di sentire quel disagio salire, c’è il pericolo di apparire come la figura mancante, come colui che non c’è stato e ora c’è, ma non lo è.
Allora non basta lo stoicismo della sopportazione, non è più sufficiente essere presenti con il tempo e magari con il denaro, per rendere autentica la collaborazione e la cooperazione, perché imprevedibile in tutta la sua prevedibilità rimane la pura recita dei ruoli, nonché delle spettanze per chi conduce “influenzato” da una certa onnipotenza infantile.
Ragazzi in fila per tre attendono di conoscere il luogo del dolore che è dentro di loro, ma nuovamente le difficoltà irrompono, e nella ricerca del linguaggio, dei gesti, dei toni della voce, e nella tentazione di imporre la propria visione del mondo a chi rappresentazioni dell’universo ancora non ha, accade che chi conduce confonda il pericolo della patologia con la consuetudine adolescenziale.
Accade che si perda contatto con la realtà a nostra volta, che perda significato ciò che è, o ne acquisti più di ciò che vorremmo, perché questo espone meno al dolore di una delusione, di un fallimento.
Siamo poco consapevoli di non essere efficaci nell’insegnamento, ancor meno di non fare troppo caso alle menzogne reiterate, alle interruzioni dialettiche, ai licenziamenti relazionali, alle separazioni affettive, siamo disattenti e qualche volta disamorati a tal punto da credere che ragazzi così, bisogna ternerceli così, dimenticando che quel ragazzo ha le stesse potenzialità degli altri, e….. chiaramente un problema in più, un problema in più che spesso non è avvertito o percepito in tempo, soprattutto non è curato con l’amore dei no, rispetto alla corresponsabilità dei tanti sì, elargiti nel poco tempo a disposizione e nella disabitudine alla fatica.
Questo è un atteggiamento educativo ingannevolmente compassionevole, aggiunge al danno la beffa, fanno da corollario alla sofferenza le etichette costruite a misura, e non assolvono dalla incapacità di accorciare le distanze tra noi e questi “ragazzi a perdere“.
Forse è il caso di farci carico di questo male, che trasferiamo sovente sugli altri, radicando nei più giovani una solitudine per lo più imposta, dove travestiamo di mete educative le nostre rese e le nostre insoddisfazioni.
interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf