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Dispersione scolastica e Riforma
Famiglia Cristiana - 21-05-2003


Al Sud, come sempre. Ma ora anche al Nord: cresce il numero dei ragazzi che lasciano le aule troppo presto. E vanno incontro al futuro impreparati.
Aula di scuola media. Profondo Nord, provincia prospera e sonnacchiosa: Ma prof, lo vuol capire che a noi della scuola non ce ne frega niente?. Testimonianza di ordinaria insolenza scolastica.
Un caso fra i tanti per dire che l’insofferenza alla fatica di imparare non è più solo figlia del degrado di certi quartieri meridionali, ma una malattia che contagia sempre di più il Nord, soprattutto il ricco Nordest, dove l’economia promette uno stipendio già a 16 anni.
Il Veneto ha un problema di "allettamento di manodopera", spiega Renato Di Nubila, professore di Metodologia della formazione all’Università di Padova, curatore di una ricerca condotta su 750 alunni del quarto anno degli istituti tecnici e professionali della Provincia di Belluno. I ragazzi, potenziali braccia per le piccole imprese, vengono incoraggiati all’abbandono degli studi. Il miraggio di un lavoro pronto, aggiunto a un retroterra familiare culturalmente non molto ricco, la voglia tutta veneta di avere "schei", soldi, in tasca, e una certa vocazione produttiva non molto diversificata favoriscono la dispersione, promettendo una "facilità" miope. Se, infatti, un giorno il sistema produttivo che oggi prospera dovesse entrare in crisi, le stesse aziende avrebbero difficoltà a risollevarsi, non potendo contare su persone abbastanza attrezzate culturalmente da poter ripensare l’impresa. A Belluno, Provincia tra le prime in Italia per l’emergenza dispersione scolastica, il 22,6 per cento degli intervistati si dice insoddisfatto della scuola e il 63,3 non contento dello stage, nonostante gli sforzi fatti dall’assessorato alle Politiche del lavoro. È un’emergenza da arginare, promuovendo soluzioni nuove nella scuola e lavorando sull’orientamento. Diversamente, la dispersione sarà inevitabile

Se al Nord il fenomeno è nuovo o quasi, nei quartieri "sgarrupati" del Sud la fuga dai banchi è una consuetudine radicata. Secondo i dati del ministero dell’Università e della ricerca relativi all’anno scolastico 2001-2002, alle scuole medie evade l’obbligo lo 0,45 per cento dei ragazzi del Sud, con una punta dello 0,70 in Calabria. Le secondarie disperdono in media il 6,4 per cento, con picchi del 7,5 e del 10,2 rispettivamente nel Sud e nelle Isole (13,7 e 16,2 nei professionali.

Le statistiche, spiega Marco Rossi-Doria, maestro di strada a Napoli, promotore del progetto "Chance", esperto di scuola di frontiera, rivelano solo una parte del problema, non parlano della dispersione nascosta, fatta di molti giorni di scuola persi in rituali giovanili e disorganizzazioni, di frequentazione delle aule più come luogo sociale e meno come luogo di apprendimento
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La "noia" scolastica non è un problema solo italiano: l’85 per cento degli insegnanti francesi si confronta regolarmente con il disinteresse degli allievi. Il 45 per cento dei quindicenni inglesi dice di annoiarsi in classe, contro il 48 per cento della media Ocse.
Il 32,9 per cento dei ventenni italiani, continua Rossi-Doria, non ha licenza superiore, né un percorso di formazione professionale riconosciuto da un ente terzo, Regione, Provincia o altro. Nelle Regioni del Sud c’è un ritardo notevole nel certificare le competenze reali dei ragazzi: se hanno lasciato la scuola e imparato altro, per esempio a fare i parrucchieri o a riparare un motore, non hanno nulla che lo attesti
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Un panorama troppo variegato

Dire chi siano i ragazzi che abbandonano anzitempo i banchi è difficile, anche per un maestro di strada che li conosce bene. Il panorama delle loro storie è troppo variegato: Ragazzi depressi che stanno davanti alla Tv, ragazzi che hanno avuto mediocri o cattive esperienze di scuola, persone con famiglie immerse nelle nuove povertà e nelle difficoltà relazionali tipiche della nostra società, che dimentica le regole condivise e i punti di riferimento nel mondo adulto. E ancora: situazioni di degrado, quartieri ghetto, padri in carcere, mercato del lavoro chiuso, modelli alternativi troppo facili, percorsi individuali di sofferenza vissuti senza adulti di riferimento: un puzzle multiproblematico. La differenza con il Nord è che là si lascia la scuola per lavorare regolarmente, al Sud per fare lavoro nero: anche questo, come la scuola, vissuto con impegno discontinuo
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Situazioni difficili, a volte difficilissime, ma non perse in partenza, a patto, dice Rossi-Doria, di rimettersi in discussione.
Per le zone di maggiore sofferenza, la scuola tradizionale fatta di lezioni frontali funziona poco. Le cose vanno meglio quando ci sono laboratori, aule tematiche, frequenza fuori orario, una relazione educativa forte con i docenti che, coordinandosi, si assumono l’impegno di farsi guida adulta. Noi, come progetto "Chance", seguiamo i ragazzi anche fuori delle aule, per strada, a casa, ma lo facciamo perché abbiamo soldi in più, orario prolungato, un’organizzazione dotata di pedagogisti e psicologi. Non si può pensare di fare tutto questo a costo zero, o tagliando i costi, come pretende il ministero
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È un fiume di parole, non si ferma più. Ho 27 anni di servizio, guadagno 1.300 euro al mese. Lavoro tutto il giorno per una spinta sociale personale, ma perché mai una persona normale dovrebbe insegnare in periferia per 24 ore settimanali, più un numero imprecisato di ore di riunione (l’orario di un docente elementare, ndr), per un salario inferiore al costo della baby-sitter? C’è nella società scarsa consapevolezza dell’importanza dell’educazione e dei riti di passaggio. La maturità con i commissari esterni non si fa più per ragioni di bilancio, ma ha un significato preciso. Viene un adulto che non ti conosce e ti chiede di dimostrargli quello che sai. Un passaggio fondamentale in tutte le civiltà
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Elisa Chiari


ISTRUZIONI PER L’USO




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Segnalato da Rolando A. Borzetti
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