Servabo
Emanuela Cerutti - 17-05-2003

Vorrei ricordarlo così, con frasi di un libro che hanno accompagnato un momento per me particolare.
Riascoltando la stessa voce che, allora, sapeva parlare con forza e tenerezza "per riordinare nella fantasia dei conti che non tornano nella realtà".

"Con grandissimo ritardo ho capito che le nostre lenti erano deboli e i nostri strumenti antiquati, e che osservare un grande scenario non vuol dire conoscerlo e tanto meno influenzarlo - così come accalorarsi per una competizione elettorale non equivale a prendere la Bastiglia. E ancor più lentamente mi sono accorto che lo scenario era mutato attorno a me, di pari passo con la mia età, in modo assolutamente imprevisto."

Il sottotitolo di Servabo, Luigi Pintor 1991, è "Memoria di fine secolo":

"Scritta sotto il ritratto di un antenato mi colpì, quand'ero piccolissimo, una misteriosa parola latina: servabo. Può voler dire conserverò, terrò in serbo, terrò fede, o anche servirò, sarò utile".

"Un incoveniente dell'età è di vedere in anticipo gli errori che ciascuno ripete nel rincorrersi delle generazioni, secondo una legge che si direbbe naturale. Così ho visto anche questa replica inciampare negli stessi ostacoli, la fantasia cedere il passo agli schemi che imprigionano la mente, le nuove intuizioni scivolare nelle vecchie credenze, l'amicizia rovesciarsi nella competizione, i mezzi e i fini dissociarsi tra loro come immancabilmente accade".

"Non ero neanche sicuro che la guerra fosse finita. Sembrava piuttosto una tregua carica di minacce, come se gli uomini non avessero imparato nulla e quel lascito di cadaveri e di macerie non li avesse convertiti alla saggezza ma addestrati a una futura ecatombe. I vincitori somigliavano stranamente ai vinti, si scambiavano le parti, erano di nuovo nemici gli uni agli altri, come se la guerra fosse stata svuotata delle promesse che l'avevano nobilitata e confessasse ora la sua vera natura, fredda regola di una storia sempre uguale".

La malattia mostra più di ogni altra cosa che il mondo è diviso in due. E' sinonimo di separazione e solitudine. Le persone di cuore provano compatimento, altre sentono un disagio, altre ancora un fastidio e perfino un'irritazione, ma in questi modi diversi lanciano lo stesso segnale di distacco. Rassicurano se stessi e comunicano all'altro che la malattia è una condizione ecezionale ed estranea, come la vecchiaia, non un destino comune e condiviso. Ed è allora che la malattia, non essendo riconosciuta come forma della vita, diventa orribilmente dolorosa e incurabile.

"La stupidità delle macchine che rallentano la morte è peggiore della stupidità delle macchine che fingono di allietarla, sebbene sia unica la loro filosofia. Uno scrittore del secolo scorso racconta come i cani della sua fattoria cessarono di abbaiare presentendo e annunciando con il silenzio la morte del padre. Mi piacerebbe poter dire di avere osservato almeno alla fine questo silenzio".


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 silvia camurri    - 18-05-2003
Le parole di Pintor sono grandi e lucide, capaci ancora di darci emozione, forza e voglia di essere come quando avevamo 20 anni e lui era uno dei nostri " padri "

 ilaria ricciotti    - 19-05-2003
Forse abbiamo bisogno di rileggere certi testi, imparare da questi Grandi uomini senza tempo, in quanto stiamo subendo, senza sapere perchè, fatti ed ideologie che non ci danno la possibilità di crescere. Stiamo diventando miopi ed incapaci di far uscire da dentro di noi l'esigenza di essere liberi. Esigenza fisiologica di cui non si può fare a meno, pena: perdere la nostra dignità ed accettare di essere considerati dei paria.

 Luisanna Facchetti    - 20-05-2003
Cara Emanuela,
ti ringrazio tantissimo per questo contributo. Certe persone diamo per scontato che ci sono, vogliamo pensare che anche se non stabiliamo un vero rapporto con loro loro sono sempre lì a comunicarci qualcosa. Ora ci mancherà un riferimento, anche fugace e a volte potremo pensare che certe cose che ci vengono da dire le abbiamo mutuate da lui. Ciao, ci sentiremo. Luisanna Facchetti