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Profumo di ginestre di fronte alla finestra
École - 14-05-2003
Alla fine la riforma Moratti è passata.
Con i suoi doppi canali (un viale e un viottolo), la sua super delega, le anticipazioni, il monitoraggio dei rendimenti biennali, i debiti di condotta… Ieri nell’intervallo mi ha detto Eleonora che vuole smettere di venire a scuola, ad appena tre mesi dall’esame di stato, perché non ce la fa a mettere piede in istituto senza avere mal di stomaco.
Nausea. I miei colleghi mi hanno sempre detto che è una vagabonda e ha bisogno di una “strigliata”. Chissà quante strigliate invisibili ha già preso per ridursi così.
Invece Benedetta è una forza della natura, appassionata di teatro, entusiasta di tutto. Una che vorrebbe sempre fare lezione sull’erba. Che sembra sempre, in realtà, abitare un suo prato mentale.
Le ragazzine di scuola media che conosco, si ritrovano a casa mia e si chiudono subito in camera.
Vanno al cinema con i compagni di classe. Qualche volta cucinano, avventurosamente. La scuola pare per loro una specie di base di lancio ordinata per avventure nello spazio da ordinare. Tutto sembra splendidamente aurorale: come fosse la prima volta del mondo, di sé, di sé nel mondo.
Certo la scuola è qualcosa di più di un contenitore giovanile. È costruzione di conoscenze (dunque sempre un po’ anche esplorazione). Alla fine le giornate storte sono tante, e si torna a casa depressi — perché quelle famose 18 ore durano un’eternità. Ti rimangono dentro.
Ma è tutta roba che ha a che fare con la vita, i viventi, i loro desideri, le loro paure.
Voglio dire che ci si può appassionare a tutto questo.
Non ci si può appassionare alla Moratti, a Bertagna e a tutti i loro esperti. Non si capisce di che parlano, di che sono esperti. Sembrano inesorabilmente mediocri di fronte alla scuola. Progettano di mettere in piedi una Grande Macchina Spirituale — da depurare degli scarti (umani, quelli da destinare alla formazione di pari dignità) — che “coronano” con la cura della persona, guidata dai valori, dalla famiglia, dai maestri. Guai a crescere in una qualche dimensione di libertà.
Tutto il linguaggio sulla scuola mi sembra alla fine straordinariamente noioso. Non ci sono mai eleonore o benedette. Né le feste né i drammi. Solo la mediocrità di processi impersonali, neutri, senza vita.
E però anche il linguaggio di molto “movimento”, ogni tanto, sembra fatto per allontanare le passioni: angustamente vertenziale, da triste avanguardia che deve illuminare e mobilitare (sotto la propria sigla) le masse che dormono.
Ogni tanto mi sembra di “respirare” quando entro in classe (niente riposa della vita, come la vita). Mi sembra che quella sia un’altra politica: vissuta sofferta amata, incisa nelle esistenze; nella quale trovare la grammatica di una lingua antagonista vicina alle cose e alle relazioni. A quelle emozioni che sventolano da un mare di finestre, ma sembrano ancora soggetti marginali.
Quando poche sfere ormai sono più politiche delle soggettività.




La settimana prossima andremo a vedere La finestra di fronte , in un nuovo mega-maxi-multischermo che a loro piace tanto. Non-luogo ma chi se ne frega. È uno strepitoso film d’amore e di memoria, di perdite e permanenze, di fabbriche di polli (una sigaretta nell’ora d’aria, poi riparte il ventilatore e tutti dentro: eccolo il lavoro) e pasticcerie di auto-cura della persona; di amori diversi, che resistono come passate ginestre a profumare deserti. Film politico come pochi.
Se riuscissimo a parlare di scuola con la stessa passione che ogni tanto si vive nella scuola e fuori, penso potremmo schierare “eserciti” contro Moratti e Berlusconi. Disarmati antimilitari antigerarchici. Forti della loro non perduta tenerezza.

Andrea Bagni




Da una segnalazione di Francesca Piemonte
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