breve di cronaca
Se l’insegnante si schiera la scuola è più debole?
Corriere della Sera - 13-05-2003
Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein ci si è molto interrogati su come i giornali e la televisione abbiano informato riguardo al conflitto iracheno. Pochissimo ci si è interrogati, invece, su un argomento non meno importante: come ha reagito la nostra scuola, se essa sia riuscita, in un campo inevitabilmente segnato dalle passioni politiche, a svolgere la sua funzione di favorire la discussione e la conoscenza critica. A richiamare l’attenzione su questo argomento è venuta, alcuni giorni fa, una
lunga lettera
che alcuni insegnanti ed ex insegnanti del liceo «Berchet» di Milano hanno pubblicato sulla Stampa . Gli oltre quaranta firmatari vi esprimono una posizione assai critica nei confronti degli Stati Uniti, la cui collocazione nel conflitto concluso un mese fa è giudicata «diametralmente opposta» a quella avuta durante la Seconda guerra mondiale.
Ad avviso dei professori e delle professoresse del «Berchet», il «motivo propagandistico della "guerra di liberazione"» sarebbe servito soltanto a mascherare il desiderio americano di mettere le mani sul petrolio e a coprire la realtà del «massacro inaudito» causato dalla guerra. Sono asserzioni discutibili, di cui non sarebbe difficile mostrare la scarsa fondatezza. Ma il punto è un altro. Se quei docenti avessero firmato un testo diverso, che so, contrario alla guerra però «con qualche se e qualche ma», o anche favorevole all’intervento in Iraq, lo sconcerto che la loro lettera suscita non sarebbe minore. Ciò che meraviglia, infatti, non è lo specifico contenuto antiamericano della loro denuncia, bensì il fatto che essi non abbiano percepito l’inopportunità di prendere una posizione pubblica, di schierarsi ufficialmente e politicamente in quanto insegnanti.
Come è ovvio, non voglio certo mettere in dubbio il fatto che gli insegnanti abbiano, come tutti gli altri cittadini, il diritto di manifestare le loro opinioni. Ma qui siamo di fronte a un fatto diverso: ai docenti di una scuola che prendono posizione in quanto (e soltanto in quanto) docenti, tant’è che la raccolta delle adesioni è appunto limitata agli insegnanti del «Berchet». Così facendo, di fatto contraddicono uno dei caratteri fondamentali della scuola come luogo in cui viene riconosciuta la legittimità di tutte le posizioni.
Non è difficile capire da dove nasca la loro iniziativa. Nasce dalla convinzione, che ha largamente circolato negli ultimi tempi, secondo la quale l’essere contro la guerra in Iraq non costituirebbe in realtà una posizione politica, discutibile perciò come tutte le posizioni politiche, ma una scelta di tipo morale. La lettera-manifesto degli insegnanti del «Berchet» - che i firmatari con ogni probabilità non considerano, come invece è, un manifesto politico - implica appunto l’idea che il contrasto tra i favorevoli e i contrari alla guerra non rappresenti uno di quei contrasti politici normali, per quanto accese possano esserne le manifestazioni, di cui vivono le democrazie liberali.
A quel contrasto viene invece attribuito il carattere di una contrapposizione assoluta, di un conflitto ultimativo come quello tra libertà e dittatura o tra fascismo e antifascismo, nel quale una delle due posizioni non può che risultare illegittima. Ma la scuola dovrebbe cercare di non rendere le cose del mondo illusoriamente semplici, dovrebbe coltivare il dubbio più che instillare facili certezze. Per questo motivo è da augurarsi che la lettera-manifesto degli insegnanti del «Berchet» resti un caso isolato.

GIOVANNI BELARDELLI



LA LETTERA


GENTILE Oreste del Buono,
siamo un gruppo di insegnanti ed exinsegnanti del liceo «Berchet» di Milano e sentiamo il bisogno-dovere, nella presente congiuntura di esprimere il nostro sconcerto e la nostra indignazione per ciò che sta accadendo in Italia e nel mondo. Con crescente sgomento, avvertiamo da inequivocabili segni l’instaurarsi, da noi e non solo da noi, di un clima di «regime», nel quale si cerca di tacitare il dissenso e le voci «fuori dal coro».
Da parte nostra, ci schieriamo con quel 30% della popolazione degli Stati Uniti («antiamericano»?) - semplici cittadini, premi Nobel, intellettuali e artisti - che non accettano l’ipocrisia di una guerra «preventiva» e «umanitaria», scatenata in dispregio del Diritto internazionale, né possono tripudiare per una vittoria ottenuta al prezzo di un dispiegamento di forze e di un massacro inauditi. Vogliamo denunciare a nostra volta l’enorme frode insita nel motivo propagandistico «guerra di liberazione» di cui suole ammantarsi la presente invasione dell’Iraq. A chiunque sia ancora capace di un barlume di coscienza critica non può sfuggire come la posizione attuale degli Stati Uniti sia diametralmente opposta a quella detenuta nella seconda guerra mondiale: allora essi combatterono, assieme all’Inghilterra e all’Unione Sovietica, contro gli stati nazifascisti aggressori, ora, per quanto orribile possa essere stato il regime di saddam Hussein, l’aggressione è mossa da loro (e dall’Inghilterra). E sulla natura e sugli scopi di questa guerra molto significativi appaiono gli atteggiamenti assunti dai conquistatori nelle città e nei territori occupati: mentre sono custoditi e difesi con la massima cura i pozzi del petrolio, sono abbandonate alla violenza e al saccheggio da parte di gente ridotta allo stremo dai bombardamenti e dalla fame, non solo i negozi e le abitazioni, ma anche gli ospedali, e persino la Biblioteca e quel Museo Archeologico di Baghdad, che è patrimonio non soltanto iracheno e della cultura mesopotamica, ma anche dell’intera civiltà umana. Mentre tutto questo accade, la minaccia di un allargamento del conflitto ad altri stati appare tuttaltro che scongiurata. Per che cosa dovremmo mai rallegrarci o anche soltanto sentirci sollevati?


Angeleri Emilietta, Antomelli Meris, Badini Cesare, Benaglia Andrea, Bodini Maria Teresa, Candia Teodolinda, Cardarelli Luisa, Casolati Lidia, Cerchiari Elda, Ciccolini Teresa, De Luca Pietro, Demolli Laura, Favini Marilena, Fedeli Luisella, Fiore Giovanni, Fossati Marco, Garelli Matilde, Ghislanzoni Giuseppina, Gianera Paola, Grazioli Giovanna, Mancini fabrizia, Mattio Giovanni, Morpurgo Maria, Mutti Roberto, Panasseri Guido, Pennacchioni Maria Luisa, Portioli Carla, Pozzolini Paola, Rinoldi Braicovich Orietta, Salizzoni Annamaria, Pugno Fernanda, Segalini Giovanna, Solmi Raffaella, Stangherlin Marinella, Tagliaferri Fiorella, Talenti Mariella, Testa Chiara, Untersteiner Gabriella, Vaccaro Carmela, Cases Anna, Sacerdoti Nedda, Sosio Maria.

GENTILI corrispondenti,
con orgoglio vedo che sono sempre vive le tradizioni di impegno del «Berchet» di Milano, che è stato anche il mio liceo; con commozione ritrovo tra i firmatari di questa lettera gli eredi (Untersteiner, Cases, Solmi) di amici e maestri.
Oreste del Buono



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