Per una Scuola più sarda
Ettore Martinez - 13-05-2003
"Pro un'iscola prus sarda"
è stato l'argomento di discussione al Convegno organizzato dall' IRRE (ex IRSAE) ad Ala Birdi (Arborea-Oristano) nei giorni 8/9 maggio.

L'argomento al centro della discussione è stato questo:
più lingua e più cultura sarda nella nostra Scuola.

Il convegno contemplava anche dei laboratori e una Mostra contigua, contenente l'esposizione di elaborati provenienti da diverse scuole regionali.

Nel laboratorio al quale ha partecipato il sottoscritto ("Storia locale e Storia generale") è sembrato che più che ad un confronto metodologico si puntasse invece a produrre 'spontaneamente' un documento (che poi non èstato prodotto) nel quale riprendere le impostazioni dei relatori sollecitando la Regione a legiferare sui programmi di cultura sarda.

L'impressione è che da parte di qualcuno stia maturando l'insana idea di far piovere dall'alto la lingua e la "cultura sarda" e magari anche qualche manuale di Storia.

Qualcuno ha addirittura avanzato l'idea del così detto (dai critici) "sardo-mandarino", una sorta di sardo unitario mai esistito da creare a tavolino e da adottare poi come seconda lingua ufficiale.

Ma è non tanto su questo che mi è venuto da riflettere.
Mi è venuta invece in mente un'immagine, quella di una moribonda (la Scuola) alla quale si vuole insegnare (giustamente, se fosse sana) a parlare anche il sardo.

Come ci si può misurare con queste cose prescindendo dalla situazione globale della scuola, quella che viviamo tutti i giorni, con i ragazzi che non entrano o se lo fanno scambiano la scuola per un albergo, con la politica dei DS sempre più in rotta di collisione con le nostre modalità, con l'abbassamento in caduta libera dei livelli medi di apprendimento, con l' inarrestabile perdita di senso?

Che senso ha parlare di quota regionale se la Scuola sta morendo?

E poi, come qualcuno ha avuto il coraggio finalmente di dire, chi è che dovrà insegnare la cultura sarda?

Forse quelle tante centinaia di insegnanti tagliati che non entreranno mai più nella Scuola o quelli che ne verranno espulsi?

In quale contesto la si dovrà insegnare, poi: trasformati in dipendenti dei DS grazie alle chiamate dirette
e alla graduatoria per istituto?

Oppure come collaboratori esterni privati?

Oppure nel contesto caotico che si verrà a creare con le 18 ore che porteranno alla fine della continuità didattica?

Su questo il Convegno ha taciuto.
Ma su questo non è serio tacere, adesso.

Le tante (troppo) piccole scuole di paese a suo tempo chiuse, tanti piccoli centri di cultura e di aggregazione, spesso unici, liquidati per 'risparmiare', sono oramai tante piccole croci sulla mappa del territorio.

Insomma si crede proprio di poter inserire lingua e cultura sarda in un simile orizzonte magari raccogliendo anche entusiastici consensi nello scenario di un residence?

Non è questa, ancora una volta, una forma di quella tanto deprecata subalternità?

Se è questa la Scuola che parlerà sardo, non è questa la lingua sarda che piace a me.

Ho partecipato al Convegno anche in quanto responsabile di un

lavoro
sulla Storia Sarda di qualche tempo fa. Le implicazioni e i risvolti metodologici sono chiaramente percepibili da chiunque faccia il mio stesso lavoro.
Resto comunque disponibile per chiarimenti.

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