Per la giustizia
Leonardo F. Barbatano - 06-05-2003
Cari amici di Fuoriregistro,
se i tempi che stiamo vivendo paiono un po’ pumblei e nubi pesanti sembrano addensarsi all’orizzonte della democrazia, credo che tutti i cittadini impegnati nelle più varie attività (ma specialmente chi come noi esercita l’affascinante mestiere del docente) debbano un grazie ai giudici del Tribunale di Milano che, resistendo in silenzio ad attacchi inauditi da parte di potenti che volevano prepotentemente sottrarsi alla giurisdizione della Repubblica, ci hanno fatto il dono di una rinnovata fiducia nella giustizia, mostrandoci, con una chiarezza cristallina, che esiste ancora in Italia la certezza del diritto. La certezza del diritto è come un faro che indica il percorso della vita onesta laddove alcuni tentano, con malafede, di seminare confusione lasciando balenare l’idea che siano la stessa cosa gli onesti e i disonesti. No! Con tutta la nostra forza dobbiamo gridare che questo non è vero!
Quello a cui abbiamo assistito in questi giorni costituisce, a mio parere, un episodio di una vicenda più lunga, che dura oramai nel nostro paese da troppi decenni. E’ la storia della lotta per la legalità, per il diritto. In questi giorni ho rivisto nella mia memoria le immagini di tanti cittadini onesti, uomini coraggiosi che hanno sacrificato la propria vita in questa lotta: Terranova, Chinnici, La Torre, Impastato, Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino… i numerosi nomi (che io purtroppo non ricordo!) degli agenti di scorta che proteggevano queste persone. Questi sono stati degli eroi. I giudici di Milano sono persone semplici, oneste, che hanno sanzionato un reato e ora, pensate voi, chiedono solo di “essere dimenticati” (altro che lotta per il potere!).
Mi ha colpito un aspetto della polemica che si è scatenata dopo la sentenza. Il Presidente del Consiglio ha affermato, proponendo la restaurazione dell’immunità per i politici, di richiamarsi ai Padri della nostra Costituzione. Vi prego di trattenere le risa! Si tratta della stessa persona che un po’ di giorni fa ha ingiuriato la nostra Costituzione definendola “sovietica”, ponendola dunque in relazione con una dittatura! Bisognerebbe ricordare, a chi probabilmente di storia non ne mastica molta, che è vero che i Costituenti vollero inserire nella Carta l’immunità dei parlamentari, ma che essi avevano in mente l’idea nobile della salvaguardia dei rappresentanti del popolo da eventuali censure delle idee da loro espressi, non certo reati gravissimi contro le leggi dello Stato come la corruzione di giudici, reati peraltro commessi prima di diventare parlamentari. Già, proprio di questo si tratta: che io, eventualmente, commetto un reato, poi mi faccio eleggere in Parlamento e non posso essere processato perché rappresento il popolo. Dio ci scampi da certi rappresentati del popolo.
Io, come voi, ho il privilegio di insegnare, e di insegnare la storia e la filosofia. Ho sempre fatto della conquista della certezza del diritto e del suo mantenimento uno dei fili conduttori dei viaggi che compio con i ragazzi attraverso i secoli e della disamina del pensiero politico dei filosofi. Stiamo attenti a non smarrire, neanche per un minuto, questo principio di civiltà e non lasciamo soli questi cittadini-giudici.

Leonardo F. Barbatano

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 A.G.    - 11-05-2003
Credo che stai prendendo lucciole per lanterne .Non ho mai assistito ad un momento più degradante di una giustizia che invece di occuparsi di tanti processi a veri delinquenti si è messa in testa di "fare politica".Molti di questi operatori di giustizia andrebbero espulsi per faziosità e ottusaggine.
(un esempio per tutti il processo Andreotti...quanti soldi dei cittadini ed energie buttati via inutilmente).
Chi controlla i controllori ? nessuno .Fanno i loro porci comodi e......povero chi ci capita..........E questa la chiamano giustizia ?????? Mala tempora currunt
A.G.

 Caelli Dario    - 11-05-2003
Grazie per le sue considerazioni. Se le appunti bene da qualche parte e le rilegga con la stessa enfasi dopo il grado definitvo di giudizio. Sa com'è, in Italia la magistratura, corrotta (giudici che si fanno corrompere per delle sentenze, almeno così dicono altri giudici), politicizzata, inefficace o incapace, potrebbe aver preso l'ennesimo abbaglio a cui segue doverosa rettifica (vedi caso Andreotti), aver costruito l'ennesimo teorema che poi i gradi successivi di giudizio dimostrano essere privo di prove e riscontri tali da gungere ad una condanna.

Con queste parole non voglio giustificare una sola parola o fatto di certi imputati che tentano di sottrarsi alla giustizia in nome della plitica, ma voglio ribadire che tanti e troppi processi si ribaltano da un grado all'altro, quindi prima di cantare degli inni alla giustizia è bene attendere quale sia l'esito ultimo (dopo la cassazione), sperando che la giustizia trionfi.

 Natale Scuderi    - 11-05-2003
Bravo! Raramente ho visto esporre con una simile capacità di sintesi un argomento così complesso.
Adesso il caso Andreotti diventa l'emblema di una giustizia politicizzata e sprecona, come se un processo che non arrivi necessariamente ad una condanna sia un processo inutile.
Quanto ai commenti.....citazione per citazione:
Non ragionar di lor.........

 Corrada    - 13-05-2003
Come sempre, lucido, appassionato, coerente. Ma ormai sappiamo che in questo paese dedito al "Grande fratello" e anestetizzato dalle veline e dai sorrisi telegenici, dicono, del grande "Comunicatore", ha ragione solo chi ha abbastanza soldi per possedere e controllare abbastanza spazi televisivi dai quali dire di avere ragione. Non mi stancherò mai di dirlo. Chi è disposto a sostenere quel manipolo di corrotti e corruttori arroganti che disprezzano le regole, le leggi, e la Costituzione, o sono in cattiva fede, o sono stupidi, o hanno interessi e privilegi da difendere. (in questo caso potrei anche capirli...) E con questo non voglio dire che non si possa essere di Destra...qui non si tratta di Destra o di Sinistra, sia chiaro!!

 Leonardo F. Barbatano    - 14-05-2003
Ha proprio ragione, cara Corrada!
Non si tratta di essere di destra: ogni idea politica ha la propria legittimità. Credo che tutti saremmo felici di contrastare una politica conservatrice che non mettesse però quotidianamente in discussione
le libertà in questo paese. Invece in questo governo troviamo o fantasmi del passato che scavano buche intorno ai piloni sui quali abbiamo costruito la nostra Repubblica o gente che ha dei conti in sospeso con la giustizia o disperati xenofobi. E’ vero, ci sono i “centristi”, gli unici rispettabili, ma non pare abbiano voce in capitolo. Io, di sinistra, ho fatto un sogno: che la parte sana dei conservatori italiani contribuisca a mandare a casa questo governo. Sono un illuso?
Salute.

 Rolando A. Borzetti    - 17-05-2003
Condannato


La Corte d'Assise d'appello di Perugia ha condannato Giulio Andreotti a 24 anni per omicidio. Come mandante dell'assassinio del giornalista Mino Pecorelli. Critiche scomposte, a destra e a sinistra. Ma in un Paese (davvero) normale, i giocatori di poker non si siedono al tavolo verde con un baro: e non aspettano una sentenza. Da noi, invece, i giustizialisti (quelli veri) non escludono dalla politica gli indegni, prima vogliono la sentenza: se è di assoluzione, attaccano i magistrati; se è di condanna, non ci credono, e attaccano i magistrati...


Le reazioni della destra di governo ce le aspettavamo: Berlusconi e i suoi devono difendere Andreotti per difendere se stessi; devono far finta di non credere che Giulio possa avere commesso reati perché fa loro comodo che non si creda che essi stessi possano avere commesso reati; colgono l'occasione (anche questa!) per attaccare la magistratura a causa di vecchie storie di ieri perché questo serve a mettere la museruola ai giudici per le inchieste di oggi.

Urlano: la giustizia è impazzita, riformiamola. La sentenza Andreotti è una scusa, naturalmente: dividere le carriere, togliere autonomia al magistrato d'accusa, rendere gerarchici gli uffici del pubblico ministero... Tutto ciò non c'entra nulla con la condanna di Perugia, decisa da una Corte d'assise d'appello, in cui la maggioranza dei componenti (sei su otto) sono non magistrati, ma cittadini estratti a sorte!

Ripetono: chi è stato votato dagli elettori non può essere processato. In pratica, vogliono l'impunità per i potenti. La restaurazione medioevale al diritto dei Principi legibus suluti. Presto tornerà l'immunità parlamentare.

Più difficile comprendere le reazioni di tanti a sinistra. Davvero non credono che Andreotti possa avere usato spregiudicatamente tutti i mezzi del potere, legali e illegali? Forse qualcuno lo crede davvero, per candore, ignoranza dei fatti, ingenuità. Pochi hanno letto la sua sentenza di assoluzione in primo grado a Palermo, che – pur assolvendo – elenca le menzogne di Andreotti e disegna un quadro terribile di compromissioni tra gli andreottiani di Palermo e Cosa nostra.

Altri credono che la politica, anzi, la storia italiana non possa essere processata e condannata. Certificare che Andreotti è un omicida e un amico dei mafiosi significa accettare di aver vissuto in un Paese in cui la politica e la storia sono state fatte con l'omicidio e la mafia. Inaccettabile. Incredibile. Non può essere. Dunque si lasci in pace il vecchio padre della patria e le cattive coscienze di tanti politici che hanno guardato ma non hanno visto. Assolviamo. E con il divo Giulio assolviamo tante coscienze, di destra e di sinistra e di centro. Quelli che vengono dalla Dc, anche la Dc delle persone per bene, la Dc dei Castagnetti. Quelli che vengono dal Pci, che per anni hanno chiuso uno o due occhi e dato sponda ad Andreotti, in cambio di una politica estera aperta all'Est e ai Paesi arabi.

Il dibattito dopo la sentenza, il coro quasi unanime dei commenti partono tutti da un presupposto: che Andreotti sia innocente. Da qui nasce lo scandalo. Si esclude che Andreotti possa essere colpevole. Eppure anche le sentenze d'assoluzione ribadiscono che la politica italiana (e gli andreottiani in primo luogo) ha avuto contatti con la mafia. Eppure la ricostruzione dell'omicidio Pecorelli con Andreotti come mandante non è così fuori dalla terribile stioria italiana...

A pochi viene in mente che comunque i meccanismi della giustizia sono – devono essere – diversi dai riti e dagli accordi della politica. L'accusa raccoglie le prove, la difesa le contesta, i giudici condannano o assolvono. Con tre gradi di giudizio, che rendono un po' farraginoso e qualche volta contraddittorio, in Italia, il percorso della giustizia.

Ma il problema è la storia, la nostra storia italiana. Guardiamo i fatti. Stragi terribili e trame oscure, depistaggi e doppi giochi, ricatti e dossier, colpi di stato e logge segrete, fiumi di tangenti, mafie potentissime, i più grandi banchieri privati morti in circostranze drammatiche, i più grandi imprenditori coinvolti in ruberie e affari con la mafia, terroristi rossi lasciati fare, servitori dello Stato lasciati soli, giudici e prefetti e poliziotti e giornalisti uccisi come cani. Esiste un altro Paese dell'Occidente con una storia come la nostra? La politica, da noi, si intreccia con la questione criminale. L'omicidio, da noi, è stato uno strumento politico.

O tutto ciò è parto di menti malate. E allora non esistono piazza Fontana, i depistaggi, la P2, Sindona, Calvi, Tangentopoli, Gardini, Dell'Utri e Berlusconi, le Br, la banda della Magliana, Moro, Dalla Chiesa... Oppure tutto ciò esiste, e deve avere una spiegazione. Qualche agente deviato? Qualche criminale solitario? Difficile spiegare una complessa storia di intrecci tra politica, finanza, criminalità ed eversione con qualche isolato deviante. Agli storici il compito di cogliere il nesso tra visibile e invisibile in questo povero Paese. Ai magistrati si lasci almeno la libertà di scrivere qualche pagina di verità giudiziaria, che non sarà la verità storica, ma non può essere neppure da quella troppo dissimile.

E ai cittadini? Ormai non hanno più la libertà di sapere. Le élite politiche, quasi al completo, si sono ormai saldate nel pensiero unico del minimalismo storico (secondo cui in Italia le cose non possono essere andate così male...). Il monopolio dell'informazione è compatto e impedisce di far conoscere le voci fuori dal coro. è stato azzerato il livello del giudizio politico, etico, civile, che nei Paesi davvero normali di solito espelle i mascalzoni, o anche solo chi non se lo merita, prima che si muovano i giudici. I giocatori di poker non si siedono al tavolo verde con un baro. Sanno che non conviene. A meno che al tavolo non siano tutti bari, e qualche pollo.

Ad Andreotti in un Paese civile le persone per bene avrebbero da tempo (prima che arrivassero le indagini giudiziarie!) tolto il saluto. è provato che ha avuto rapporti con uomini della mafia. è provato che avuto un ruolo in tanti scandali italiani (Italcasse in primo luogo: tanto da essere ricattato da Pecorelli). Ciò che si sa di certo sul suo conto (come su quello di Dell'Utri, di Previti, di tanti altri politici italiani) può non essere sufficiente per una condanna penale, ma è più che sufficiente per una condanna civile, moralme, politica.

Invece Andreotti (come Dell'Utri, come Previti, come tanti altri) è ricercato, onorato, rispettato, beatificato. Da noi, i "giustizialisti", quelli veri, prima di intervenire con sanzioni morali e politiche vogliono le sentenze giudiziarie. Poi, se sono d'assoluzione, danno addosso ai giudici. E se sono di condanna non ci credono, e danno addosso ai giudici. Curioso Paese, questo, visto dalla luna...



Giulio oltre le sentenze


Prima assolto. Poi condannato. Ma ecco che cosa dicono veramente, al di là dell'ultima parolina (assolto, condannato) le sentenze di Palermo e Perugia su Andreotti, politico al di sotto di ogni sospetto. Le bugie, le tangenti, le collusioni con i mafiosi...

di Peter Gomez



Provate a immaginarvi con la pagella in mano di vostro figlio. Leggete i voti e scoprite che ha meritato solo 3 e 4, seguiti però dall'annuncio: "Promosso". Ecco, se si paragonassero a una pagella le motivazioni delle sentenze di primo grado che tre anni fa a Palermo e a Perugia assolsero Giulio Andreotti dalle accuse di mafia e omicidio, si potrebbe benissimo partire da qui: dallo stupore, o dal mancato stupore. Mentre oggi tutta la politica grida alla riforma della giustizia e si sdegna per la condanna in appello dell'ex presidente del Consiglio come mandante dell'assassinio del giornalista Mino Pecorelli, nessuno allora battè ciglio leggendo le motivazioni dei giudici di primo grado. Eppure da quelle 5 mila 500 pagine, scritte da magistrati considerati da politici e commentatori "bravi e preparati", emerge un ritratto umano che stride con quello di uno statista irreprensibile.

Già nel 2000 le toghe e i giudici popolari che avevano assolto il sette volte presidente del Consiglio avevano considerato provate molte delle accuse mosse dalle procure di Palermo e Perugia. Andreotti infatti, stando alle assoluzioni che, secondo il futuro presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, gli avevano "restituito l'onore politico", frequentava mafiosi. Nel 1985, ad esempio, come testimoniato da un commissario di polizia, parlò per dieci minuti a tu per tu con il giovane boss Andrea Mangiaracina (vivandiere di Totò Riina) in una saletta d'albergo loro riservata; tra il '76 e il '77 non ebbe problemi a incontrare a New York il banchiere Michele Sindona (all'epoca latitante) , finanziatore occulto della Dc e indicato nei rapporti inviati al ministero degli Esteri dal nostro ambasciatore in Usa come "in stretto contatto con ambienti di natura mafiosa". Nello stesso periodo il leader Dc si vedeva con il capo della P2 Licio Gelli (risulta da una lettera) il quale gli faceva regali e gli dava disposizioni per salvare dalla bancarotta, oltre a Sindona, il numero uno del Banco Ambrosiano Roberto Calvi.

Ma non basta. Per far fronte alle accuse, il senatore a vita ha poi raccontato (com'era suo diritto di imputato) almeno 32 bugie durante il processo di Palermo e una dozzina in quello di Perugia. A cominciare da quelle sull'amicizia (negata) con i cugini Salvo, i due multimiliardari uomini d'onore di Salemi grandi elettori della sua corrente, per arrivare a una menzogna resa sotto giuramento il 12 novembre 1986 nel corso del primo maxiprocesso alla mafia. Quel giorno Andreotti, ascoltato come testimone, non esitò a definire "passi decisamente fantastici" alcuni brani del diario del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso a Palermo dalla mafia nel 1982. Secondo i giudici il perché di tanta disinvoltura risulta in maniera "inequivocabile" dalla lettura di quel manoscritto. Dalla Chiesa infatti "esternò anche all'imputato (Andreotti) l'intenzione di condurre la propria azione di contrasto alla mafia senza assicurare nessun trattamento di favore alla parte dell'elettorato che faceva riferimento alla corrente andreottiana in Sicilia". E lo mise nero su bianco. Andreotti nega e sostiene che Dalla Chiesa mentiva nel suo diario. Per i giudici che lo hanno assolto, l'episodio del colloquio col generale dimostra invece come Andreotti "non manifestò nessuna significativa reazione volta a prendere le distanze da soggetti collusi con Cosa Nostra".

Del resto proprio Andreotti nel 1977 aveva finanziato l'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, e la sua corrente con due assegni da 20 milioni l'uno (ritrovati) , emessi dall'amico imprenditore Gaetano Caltagirone. Quasi un episodio di Tangentopoli ante litteram che fa il paio con una vicenda analoga, considerata dai giudici di Perugia uno dei possibili moventi dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Secondo loro, Andreotti negli anni Settanta aveva fatto arrivare alla Sir di Nino Rovelli finanziamenti agevolati e contributi a fondo perduto on solo dal ministero per gli Interventi straordinari per il Mezzogiorno (da lui diretto), ma anche dall'istituto di credito Italcasse, poi fallito. In cambio aveva ricevuto da Rovelli cospicue tangenti pagate tramite assegni circolari intestati a nomi di fantasia. I titoli di credito erano poi finiti in mano a esponenti della banda della Magliana, a boss mafiosi legati al coimputato di Andreotti Tano Badalamenti, e al patron del Cantagiro Ezio Radaelli. Pecorelli, prima della sua morte, stava per pubblicare sulla sua rivista Op le fotocopie delle matrici degli assegni in un servizio dal titolo Gli assegni del presidente. Non fece in tempo.

L'impresario musicale Radaelli, che aveva ricevuto quegli assegni direttamente dalle mani di Andreotti, per 15 anni non disse niente. Interrogato per la prima volta nel 1980 tenne fuori il leader Dc e in cambio ricevette gratis per due anni un appartamento concesso da Rovelli. Poi, nel '93, il colpo di scena. Radaelli racconta tutto alla Dia (Direzione investigativa antimafia), ma il giorno prima di essere sentito anche dai magistrati riceve la visita del segretario particolare di Andreotti, Carlo Zaccaria. Il quale tenta di nuovo di farlo tacere, ma viene scoperto. Secondo i giudici di primo grado la storia degli assegni se pubblicata nel '79 avrebbe nuociuto molto al presidente del Consiglio. Anche perché la rivista di Pecorelli non aveva per lui un occhio di riguardo. Proprio Op aveva rivelato come Andreotti disponendo, da ministro della Difesa, "intercettazioni telefoniche e ambientali illegali" nei confronti di avversari della Dc avesse "autorizzato lo spionaggio politico".

Per questo, nel timore che la vicenda degli assegni venisse a galla, Pecorelli era stato invitato a cena da un collaboratore di Rovelli. A quella cena aveva partecipato anche il pm di Roma Claudio Vitalone, legatissimo ad Andreotti. E durante l'incontro, scrivono i giudici, Vitalone tentò di dissuadere Pecorelli dal pubblicare lo scoop. È in questo quadro (certificato dalla vecchia sentenza di assoluzione) fatto di tangenti, pressioni e depistaggi, che matura l'omicidio del giornalista. In primo grado la corte d'Assise ritenne che le accuse mosse contro il leader Dc dal pentito Tommaso Buscetta fossero senza riscontro. In appello qualcosa cambia, ed esplodono le polemiche.

(L'Espresso, dicembre 2002)



Andreotti: assolto?



Assolto al processo d'appello per mafia a Palermo, hanno scritto tutti i giornali. Restituito l'onore a Giulio e alla storia della Dc, hanno dichiarato gli amici democristiani. Ma la sentenza dice tutt'altro: prescritti i reati per i troppi anni passati, ma i fatti restano: il leader dc aveva rapporti con i capi di Cosa nostra, almeno fino alla primavera del 1980...


di Gianni Barbacetto


La sentenza d'appello di Palermo del 2 maggio 2003 a carico di Giulio Andreotti dovrà entrare nella storia dei media e del giornalismo. Assolto, hanno scritto tutti giornali, hanno detto tutti i telegiornali. Restituito l'onore al leader democristiano e alla Dc, hanno commentato festosi Pierferdinando Casini e tanti altri ex democristiani. Sconfitti definitivamente Gian Carlo Caselli e i magistrati palermitani, hanno sibilato i soliti commentatori dell'Italia alle vongole. Peccato che non sia andata così. È tutta un'altra storia.

Giulio Andreotti aveva nel processo palermitano due capi d'imputazione. Il «capo a»: associazione a delinquere per aver avuto rapporti, incontri e contatti con i boss di Cosa nostra pre-corleonesi, con la mafia di Stefano Bontate e Tano Badalamenti. Il «capo b»: associazione a delinquere di stampo mafioso per aver avuto rapporti, incontri e contatti con la mafia «vincente» di Totò Riina, dopo che i corleonesi avevano fatto fuori a colpi di kalashnikov Bontate e centinaia di mafiosi delle cosiddette «famiglie perdenti».

Il «capo a» si riferisce a fatti fino al 1980. In quell'anno Bontate viene ucciso e il suo posto viene preso da Riina. L'accusa è di associazione a delinquere "semplice", perché ancora non era stato introdotto il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, che sarà varato nel 1982. Da quell'anno, dunque, scatta la nuova imputazione, con pene maggiori e termini di prescrizione più lunghi: è il «capo b».

La sentenza d'appello conferma l'assoluzione concessa in primo grado per il «capo b», seppur con il riferimento al secondo comma dell'articolo 530 (ossia: per insufficienza di prove). La testimonianza del "pentito" Balduccio Di Maggio, quello che ha raccontato l'incontro con bacio tra Andreotti e Riina, non ha convinto i giudici.

La sentenza d'appello riforma invece l'assoluzione di primo grado per il «capo a», riconoscendo la prescrizione. Ossia: i fatti contestati sono avvenuti , i rapporti, incontri e contatti tra Andreotti e la mafia ci sono stati. «Fino alla primavera del 1980», precisa il dispositivo della sentenza: cioè fino alla data dell'ultimo incontro in Sicilia tra il leader dc e Bontate. Ma poiché non c'era ancora il reato d'associazione mafiosa, il più blando reato d'associazione "semplice" si prescrive in 22 anni e mezzo. Dunque nel dicembre 2002. Se la sentenza fosse arrivata cinque mesi prima, serebbe stata di condanna.

Lasciamo che i «giustizialisti» (quelli veri, da Berlusconi a Ferrara) siano soddisfatti dell'assoluzione. Ma noi, che non abbiamo l'ossessione dei tribunali e della verità processuale, ma puntiamo alla sostanza dei fatti, alla realtà effettiva, storica e politica, possiamo prendere atto che Andreotti ha avuto rapporti, incontri e contatti con i boss di Cosa nostra, almeno fino alla primavera del 1980. È stato salvato solo da quello strano marchingegno giuridico italiano che si chiama prescrizione. Si mettano il cuore in pace gli ex democristiani, si acquieti Cossiga, che si scaglia contro i magistrati colpevoli di aver spiegato la verità della sentenza nascosta dai media... Sarà anche giudiziariamente assolto, ma resta accertato che Andreotti con la mafia è sceso a patti, ha incontrato il boss Mangiaracina, ha conosciuto i mafiosi cugini Salvo, ha più volte stretto la mano al boss dei boss Stefano Bontate, mentre attorno gli uomini dello Stato, della politica e delle istituzioni che non cedevano alla mafia cadevano falciati dai kalashnikov.

4 maggio 2003



Andreotti, ma quale assoluzione?


Ma di quale sentenza stanno parlando?

di Marco Travaglio

Ma di quale "conferma della prima assoluzione" vanno cianciando? Ma di quale "teorema giustizialista" straparlano?
Eppure il presidente Scaduti l'ha detto chiaro e tondo, e tutte le televisioni l'hanno trasmesso senza rendersi conto di quel che facevano: "Il reato di associazione per delinquere commesso fino alla primavera del 1980 è estinto per prescrizione", mentre per l'associazione mafiosa successiva al 1982 si conferma la prima sentenza: assoluzione per insufficienza di prove. Ora, lorsignori lo conoscono il significato di "associazione per delinquere", di "commesso" e di "prescrizione"?
E lo sanno quando è scattata la prescrizione di quel reato? Nel dicembre 2002.
Cioè 22 anni e 6 mesi dopo la primavera del 1980 (quando si svolse l'ultimo incontro Andreotti-Bontate). Cioè poco più di quattro mesi fa. Il che significa che la Procura di Caselli (ieri definito "sconfitto" e addirittura "condannato" da qualche analfabeta) aveva visto giusto quando aveva chiesto e ottenuto di far processare Andreotti.

E aveva sbagliato il Tribunale ad assolvere l'imputato, sia pure con formula dubitativa, per il periodo degli anni 70. Infatti, con l'impostazione della Corte d'appello, nel processo di primo grado (concluso nell'ottobre 1999) Andreotti sarebbe stato condannato per associazione per delinquere, cioè per la sua alleanza organica con Cosa Nostra fino al 1980. Cioè per aver incontrato – come affermavano numerosi collaboratori di giustizia, ma soprattutto un testimone oculare, Francesco Marino Mannoia – boss del calibro di Stefano Bontate, per parlare del delitto Mattarella.
E per aver incontrato anche il boss Badalamenti, come aveva testimoniato Tommaso Buscetta, avendolo appreso dalla viva voce di don Tano a proposito del delitto Pecorelli.

Insomma, se l'appello fosse finito entro il 20 dicembre dell'anno scorso, con quattro mesi e mezzo di anticipo, Andreotti sarebbe stato condannato in base all'articolo 416, cioè all'associazione "semplice", visto che quella aggravata di stampo mafioso (416 bis) fu introdotta nel codice penale soltanto nel 1982, con la legge Rognoni-La Torre.
Le sguaiataggini dell'avvocatessa Buongiorno, reduce dai fiaschi di Perugia, sono comprensibili: doveva gettare un po' di fumo negli occhi ai giornalisti, nella speranza (in gran parte ben riposta) che non si accorgessero della prescrizione o fingessero di non vederla. Molto più abbacchiati apparivano invece i colleghi Gioacchino Sbacchi e Franco Coppi, principi del foro, che le sentenze le sanno leggere meglio di quanto non riescano a recitare: dev'essere frustrante per un avvocato difensore passare da un'insufficienza di prove a una condanna per omicidio a una reformatio in pejus in appello con prescrizione, e per giunta per il rotto della cuffia.

E' comprensibile anche l'impudenza del senatore a vita, che parla di "falsi testimoni e falsi pentiti", quando il reato ritenuto provato e prescritto l'hanno raccontato proprio testimoni e pentiti giudicati attendibili dalla Corte (che lui stesso definisce "molto obiettiva").
E' comprensibile, infine, il delirio del cavalier Silvio Berlusconi ("è stato abbattuto il primo dei teoremi giustizialisti del 1993 che voleva sfigurare la storia d'Italia"), che ormai usa tutte le sentenze, anche quelle pronunciate in Australia, siano esse di condanna o di assoluzione o di prescrizione, per piazzare disperatamente il suo ultimo prodotto avariato: l'immunità parlamentare per "ripristinare lo spirito della Costituzione" (quella che due settimane fa lui stesso definiva "sovietica", beccandosi le reprimende di Andreotti). Si comprende, infine, la svogliatezza che coglie politici e commentatori di fronte a sentenze di 6 mila pagine, come quella di primo grado: informarsi è faticoso, lavorare stanca.
Ma qui basta leggere il dispositivo. Una paginetta, non di più. Con un piccolo sforzo, si può capire tutto.

E, fatta salva l'ignoranza crassa o la demenza galoppante, si potrebbero evitare corbellerie come il titolo del Giornale di oggi: "Andreotti mafioso era uno scherzo". O come le autorevolissime scemenze pronunciate ieri dai presidenti di Camera e Senato, che hanno subito voluto congratularsi col senatore a vita prescritto.
Casini ha straparlato di "onore ristabilito" (ma forse parlava di onore nel senso siciliano del termine). Pera ha farfugliato di una "riparazione di un torto inferto per anni all'immagine della Dc e dell'Italia" (ma forse si riferiva allo discredito arrecato al partito e al Paese dalla cinquantennale presenza di uno come Andreotti). I leader centrosinistri si sono invece affannati a esaltare il "fair play" e "l'esemplare comportamento processuale" tenuto dall'imputato.

L'unico concetto che questi tartufi riescono a esprimere, a proposito di un senatore a vita condannato in appello a 24 anni per omicidio e miracolato dalla prescrizione e dall'insufficienza di prove per il reato di mafia, è che si comporta da vero signore. Non dice le parolacce, non sporca, non mangia con le mani, non si mette le dita nel naso.
Due corti d'appello dicono che ha fatto ammazzare un giornalista, incontrato e aiutato i capi della mafia, ma è tanto educato e tanto ammodo, signora mia.

4 maggio 2003