Anni e anni
Sandro Portelli - 03-05-2003
PRIMO MAGGIO

E'emozionante pensare che il momento culminante di un grande concerto dedicato ai giovani sia arrivato quando sul palco è salita una signora che porta come una bandiera tutti i suoi anni. Ma nessuno più di Giovanna Marini ha il diritto di dire, come ha detto lei: «Questa è la nostra festa». Nessuno più di lei ha da offrire la sapienza di tutta una vita di artista dedicata alle persone, al mondo, ai suoni, ai valori che questa festa antica esprime ancora oggi e per molto tempo a venire. Mediata dalla presenza generosa e a suo modo protettiva di Francesco De Gregori, Giovanna Marini ha regalato ai ragazzi sulla piazza l'amarezza delle mondine, la speranza di un lavoro liberato («verrà un giorno che tutte quante lavoreremo in libertà»), la memoria storica (l'attentato a Togliatti, con quel finale - «l'interesse di noi lavorator»: di che altro parla se non di questo, il primo maggio?). Ma ha regalato anche una canzone nuova, dolcissima e spietata, sommessa e durissima, invocando un Dio che torni a spazzare via i potenti che piangono ai funerali delle loro vittime, gli arroganti che fanno legge dei propri interessi e vogliono farci diventare come loro. E ha tenuto in pugno una piazza sterminata con gli stessi mezzi che adopera nei teatri o nelle cantine: una voce, una chitarra acustica, e la passione della verità.

La guardavo in televisione e pensavo: chi avrebbe mai pensato di vedere Giovanna Marini sul megaschermo a San Giovanni come una star? Ma pensavo anche: lo strano non è che lei ci sia adesso; l'assurdo è che non ci sia stata tutti questi anni. Dando per obsoleta, per elitaria, per estremista una voce come quella di Giovanna Marini, la sinistra e il movimento operaio hanno mancato di ascoltare la propria stessa voce, hanno messo a tacere un pezzo della propria anima. C'è speranza, se adesso le prestano ascolto di nuovo.

Certo, adesso, Giovanna Marini e Francesco De Gregori si presentavano sull'onda di un inaspettato successo discografico: un'idea coraggiosa e anticonformista che, per una volta, è stata premiata. Ma il ruolo di protagonista che gli è stato riconosciuto a San Giovanni non è solo l'adeguamento a un fatto di mercato. E' anche il segno che qualcosa è cambiato, che l'aggressione revisionista e reazionaria alle fondazioni del nostro vivere comune ha risvegliato anche nei giovanissimi il senso della necessità della memoria storica. E' il segno che i movimenti di questi anni portano con sé anche una domanda di contenuti, di conoscenze, portano con sé il bisogno di una musica che, coltissima e semplice al tempo stesso, si lascia usare senza lasciarsi consumare, che resiste al tempo e ritorna nuova ogni volta che la riprendiamo.

Sullo schermo, i sottotitoli datavano le canzoni: «Sento il fischio del vapore - 2002». In realtà, è come minimo del 1920. Ma è anche del 2002, non solo perché è questo l'anno in cui l'hanno incisa Francesco De Gregori e Giovanna Marini, ma soprattutto perché parla ancora di noi e del nostro tempo. Le navi cariche di armi e di soldati continuano a partire, e gli stessi che cantano queste canzoni continuano a cercare di fermarle: anche ai tempi di quella prima spedizione in Albania, si bloccavano i binari e si occupavano le stazioni. Giovanna Marini sul palco, i ragazzi in piazza, tenevano tutto insieme, e lo riportavano a casa.

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