Il federalismo antifederalista
Giuseppe Aragno - 02-05-2003
Me lo chiede uno studente con la luce che hanno negli occhi i ragazzi quando in testa un’idea sembra aprire orizzonti:
- Ma che c’entra Bossi col federalismo?
La domanda ha una sua logica contestuale. L’Italia di Giolitti – ho do poco osservato – è figlia ancora giovane della “piemontesizzazione” e dell’accentramento. Farini e Cattaneo furono profeti inascoltati e la federazione degli stati regionali non trovò cittadinanza nella nostra storia. Ecco. E’ stata questa “nota a margine” che ha condotto lo studente a Bossi.
Il ragionamento non fa una piega.
Dovrei ricordare che di federalismo non sono un esperto e prendere tempo, ma la risposta sale dal profondo e replico secco:
- Niente. Non c’entra niente.
Mi rimane dentro, però, un bisogno di chiarezza e ricorro chissà perché al dizionario, sapendo che non basta. Se mi fermassi a ciò che ne ricavo, potrei archiviare a cuor leggero: “dottrina politica favorevole all’unione di più stati”.
Poco da dire, è vero, ma non mi sento tranquillo.
Miglio, Bossi – mi domando – destra, centro e tanta parte della sinistra che da anni si trastullano con la devoluzione e la nuova architettura costituzionale non consultano nemmeno un dizionario?
E’ impossibile – mi dico – e torno a ragionare, con in testa un’idea: se rifletto semplicemente sulla dottrina dello Stato federale, mi fermo ad un’accezione riduttiva. Mi muovo su ampi spazio, studi approfonditi, larga unanimità di vedute, ma, tutto sommato, è una visione limitata: mi fermo alle strutture, resto “fuori” e non afferro dentro che c’è che le fa funzionare, che tipo di società vi si organizza. Mi manca, insomma, una visione di assieme e non colgo le caratteristiche di una società che, diversamente da altre, sceglie modelli federativi. Non dico nemmeno – e non è poco – quali siano i comportamenti dei cittadini d’uno Stato federale. Eppure, per dirla con Lucio Levi, se penso al federalismo come ad una vera e propria dottrina sociale di carattere globale, penso evidentemente a qualcosa di diverso dal socialismo e dal liberalismo.
Ecco, questo almeno avrei dovuto spiegarlo allo studente: dichiarandosi federalista, Bossi afferma di assumere rispetto ai valori ed alla società posizioni diverse da chi dichiara di essere liberale o socialista. Ciò per non dire della diversa disposizione nei confronti del corso della storia. E qui l’intuizione si fa chiara. Se non sbaglio, infatti, Bossi non ha mai nemmeno accennato all’utopia di Proudhon e agli studi di Albertini. Ed è chiaro: al suo federalismo manca la dignità del percorso scientifico.
Bossi, e con lui gli alleati di governo che ne sposano le istanze – ecco, questo quantomeno avrei dovuto dirlo allo studente – non ha mai definito il suo federalismo secondo un insieme di dati di sistema, di qualità e caratteristiche e di analisi storico-sociale.
In questo senso, il federalismo di Bossi non si colloca nel corso della storia e non si mette in rapporto con le altre visioni globali della società. Paradossalmente, magari solo per tatticismo politico, Bossi nega di volere ciò che, di norma, domanda ogni federalista. Il leader leghista – e con lui i suoi alleati di governo – non nega infatti lo Stato nazionale, come vorrebbero logica e coerenza e come però non possono fare evidentemente Fini ed “Alleanza Nazionale”. Eppure la negazione dello Stato nazionale nell’Europa delle nazioni è, storicamente, la prima caratteristica del federalismo. E’ così dai tempi della rivoluzione francese, che espresse certamente anche una istanza cosmopolita: quella che si rintraccia nel pensiero di Kant, nell’utopia di Saint-Simon e corre come un filo rosso nella storia delle organizzazioni pacifiste, nelle spinte all’internazionalismo, nell’evoluzione delle scienza giuridiche e, con accenti diversi, in Cattaneo , Frantz, Mazzini e Proudhon. Per non dire dei valori fondanti del pensiero liberale, democratico e socialista, che quando non si sono identificati in una collettività di Stati hanno fatalmente partorito mostri.
Senza negare ciò che il federalismo generalmente nega – lo Stato nazionale – Bossi da un lato si chiude alle spalle la porta dell’Europa, che fa del superamento degli Stati nazionali la propria bandiera, dall’altro si affida ad una lettura superficiale della società italiana che riconduce paradossalmente alla fusione tra Stato e nazione – padano e geneticamente settentrionale è lo Stato di Bossi – in cui, con occhio acuto, Proudhon isolò in prospettiva il germe di feroci divisioni e lo “sterminio di razze”. Non a caso, del resto, la prima idea di Bossi è quella del “separatismo”. Divisione laddove la linea di tendenza sembra unire ed un principio ormai storicamente acquisito sembra indicare che in Europa l’antico confine tra progresso e conservazione - ma sarei per dire reazione – si colloca oggi lungo il crinale di una scelta: stato nazionale e federazione.
Il Federalismo di Bossi che ignora del tutto Rossi e Spinelli – ma sarebbe meglio dire il federalismo del centro destra, che ignora bellamente il Manifesto di Ventotene – non nasce dal desiderio di garantire la pace. E non è un caso che nell’attuale crisi internazionale Bossi e compagni sottovalutino o ignorino la ferita inferta dall’amministrazione Bush alla comunità internazionale e ai suoi organismi di tutela e governo. Organismi che nei fatti né Bush, né Bossi, né Berlusconi riconoscono.
Non credo di andare molto lontano dal vero, ritenendo che su questo delicatissimo tema il dissenso faccia in realtà capo a due diverse filosofie della politica. Il rifiuto dell’ONU e del suo ruolo è di natura “speculativa”, come “speculativa” è l’accusa di “soviettismo” rivolta da Berlusconi alla Costituzione. Quella, anche qui non è un caso, che esprime il suo netto ed irrevocabile rifiuto della guerra come risoluzione delle vertenze internazionali.
Due rifiuti di natura radicalmente opposta.
Il rifiuto della guerra è il prodotto della riflessione politica e filosofica nata dalla crisi dello Stato nazionale. Essa ha alle spalle Kant ed il suo magistero sulla natura della guerra che, applicato da Lord Lothian al mondo contemporaneo, consente di identificare in un organismo politico federativo soprannazionale il rimedio alla guerra. Non so se si tratti di un rimedio valido. So che contro organismi di questa natura si è mossa l’amministrazione Bush in nome di un nuovo ordine armato; un ordine unilateralmente pensato e perciò immagine speculare di un disordine internazionale, che, tuttavia, è la trave portante della dottrina della guerra preventiva recentemente enunziata dalla Casa Bianca. Un ordine che presume di sostituire al concerto dei popoli liberi il concetto aritmetico del rapporto di forza. Ed è, se non bastasse, un rapporto così squilibrato, che una sola potenza – paradossalmente federale – può proclamarsi garante dell’equilibrio. Un equilibrio nuovo, senza regole e senza nobiltà di diritto.
Significativamente il federalismo di Bossi e compagni, separando, piuttosto che unendo, un paese membro della comunità europea, indebolisce di fatto il processo di unificazione dell’Europa, che, a questo punto, non significa semplicemente ritorno alla molteplicità ma è garanzia di governo legale di una fase soprannazionale della storia.
E’ vero, la teoria dello Stato federale – come appare dai saggi di Hamilton e come sostiene Lucio Levi – non contiene “un’analisi delle condizioni storico-sociali che permettano alle istituzioni federali di funzionare e di mantenersi”. Tuttavia, “per la prima volta nella storia il federalismo assume il valore della pace come obiettivo specifico di lotta”.
In questa terribile temperie, in questo snodo cruciale della storia che verrà - se di storia ancora parleremo, incredibilmente Bossi è sempre a favore della guerra.
Hai fatto bene ragazzo a domandarlo e hai ragione:
- Che c’entra Bossi col federalismo?

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