breve di cronaca
Va' dove ti porta l'immigrato
Famiglia Cristiana - 01-05-2003
Scrivono storie di nostalgia e di speranza di chi ricomincia da capo e deve combattere non solo con una lingua diversa, ma anche con le nostre leggi e la nostra burocrazia. Sono un centinaio gli stranieri che hanno pubblicato racconti e poesie in italiano: "letteratura della migrazione". Sono scrittori senza patria, corsari, qualcuno addirittura dice "traditori", perché hanno rinnegato la lingua materna.

Il professor Armando Gnisci, docente di Letteratura comparata all’Università La Sapienza di Roma, li studia dall’inizio. A scommettere su di loro sono piccole case editrici come FaraTerre di mezzo e Il Caffè: una specie di altro mondo "equo e solidale" della letteratura. Un punto di vista interessante che serve per capire l’immigrazione, ma non solo.

Spiega il professor Gnisci: «Questi autori costituiscono una zona della letteratura italiana nella quale la nostra lingua si modella in forme nuove. L’italiano è la lingua più stratificata e longeva della tradizione letteraria d’Europa. Gli scrittori migranti possono fare del bene alla nostra lingua».

Gli inglesi li chiamano migrant writers e da tempo con questo nome si definisce una categoria letteraria. Ma accade anche per il francese, lo spagnolo, il portoghese. Salman Rushdie, indo-britannico, è uno di loro, come il marocchino Tahar Bel Jelloun. Il premio Nobel per la letteratura messicano Octavio Paz annotò: .

A un albanese il premio Montale

Per Gnisci, quella degli immigrati è una "letteratura creola": «È la migliore letteratura della nostra epoca. Lo dico da 10 anni. Sono migranti Soynka e la Gordimer, Brodskij e Walcott, fino a Naipaul, tutti premi Nobel. Julio Monteiro Martins, uno scrittore brasiliano in Italia, ha ragione quando dice che è la migrazione a farti diventare scrittore. Poi capita che l’industria editoriale ne scopra qualcuno e lo lanci, come è accaduto con l’iracheno Tawfik o il ghanese Gangbo, che hanno pubblicato presso Bompiani e Feltrinelli».

Nel 1997 il premio Montale, massimo riconoscimento letterario per la poesia italiana, lo ha vinto un albanese, Gezim Hajdari. Eppure in Italia resta un fenomeno carsico. Gnisci alla Sapienza registra e studia tutto, insieme a Franca Sinopoli, e dialoga criticamente con coloro che hanno da proporre qualcosa. È nata così una banca dati, che si può consultare su Internet all’indirizzo www.disp.let.uniroma1.it/basili2001, dove è recensito tutto ciò che la letteratura migrante pubblica oggi in Italia. È l’unica in Europa.

E l’anno scorso a Roma si è svolto il primo Festival europeo delle lettere migranti. Armando Gnisci è più di un appassionato. Sostiene l’idea che la "creolizzazione" non solo migliora la lingua, ma «ci costringe anche ad ascoltare racconti nuovi, inconsueti, scritti da gente che viene da lontano, ma apposta per incontrare noi. Anche se noi, di solito, non vogliamo capirlo».

È la sfida della letteratura comparata, condannata e osteggiata da Benedetto Croce e, prima ancora, da Francesco De Sanctis, per ragioni estetiche, che s’impone non solo all’attenzione degli accademici, ma anche della gente che legge e incontra uomini di culture diverse che hanno lasciato tre madri: la madre biologica, la madre naturale e la madre lingua. Non è facile vedere nella diaspora una sfida positiva per chi lascia qualcosa e per chi incontra qualcuno.

Eppure, "qualcuno" in Italia questo passo lo ha fatto. All’inizio questi scrittori si affidavano, per migliorare la lingua, a qualche italiano, giornalista o scrittore. Scrivevano a quattro mani. È il caso dei capostipiti, come il tunisino Salah Methnani, che scrive Immigrato nel 1990 insieme a Mario Fortunato, attuale direttore dell’Istituto di cultura italiana a Londra; o Pap Khouma, senegalese, che scrive Io, venditore di elefanti, insieme a Oreste Pivetta, giornalista dell’Unità; o Nassera Chohra, algerina, che scrive Volevo diventare bianca, insieme alla giornalista Alessandra Atti di Sarro.

A volte i loro testi entrano nella scuola elementare o nelle antologie delle medie. «È una buona cosa»«è il segno che nella scuola dell’obbligo c’è un po’ di amore per le lettere migranti». Ma potrebbe essere anche un punto da cui ripartire per far uscire questa letteratura da scritti e libri corsari: «È vero. I racconti della migrazione, della sofferenza, del riscatto, letti nella scuola a giovani alunni, formano il senso dell’ospitalità e possono predisporre a una cultura anche legislativa migliore della nostra».

Fanno grande fatica questi scrittori. E non solo perché, come tutti gli immigrati, devono fare i conti con lavoro precario e permessi di soggiorno.

Il siriano Yousef Wakkas ha dovuto imparare l’italiano e poi a scrivere da sinistra verso destra. «Ma i suoi racconti»«sono scritti in un italiano fioritissimo, straniante, assolutamente da non correggere».

"L’associazione Scuola di Babele di Legnano, che insegna l’italiano agli immigrati, ha raccolto in un libro alcune poesie e le ha intitolate Vorrei scrivere. Si legge nell’introduzione: «Lo abbiamo fatto affinché ognuno possa cogliere il filo rosso che lega l’abbandono di una terra madre, lo strappo di radici, la fatica del mondo nuovo, di suoni stranieri, il bisogno di legami. Narrano di illusioni sbriciolate, ma anche di una tenace voglia di raccattare una per una quelle briciole e di conservarle nel pugno. Narrano di loro, narrano di noi».

Non sempre questi testi sono capolavori, ma a noi farebbe bene leggere un po’ di letteratura dei migranti. Anche solo per vergognarci di come li trattiamo.



Alberto Bobbio


"...Mi manchi, mamma. Come le stelle guidano il viandante nella notte scura... Mi manca il tuo sguardo che mi porta avanti. Mi manchi... Mamma. "
(Elena)


"Quelli che si accampano ogni giorno più lontano dal luogo dove sono nati, quelli che spingono la loro vita ogni giorno verso un nuovo futuro, conoscono di più il corso delle cose difficili da ottenere, ma anche delle cose illeggibili; e come un’imbarcazione risalendo il fiume verso la sorgente, tra verdi apparenze, sono presto raggiunti da quella luce severa che fa perdere a ogni lingua il suo potere".
(Mercedes)







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