Ex 113
Giuseppe Aragno - 07-02-2001
Ho amato molto l’insegnamento, forse perché, da studente, i miei rapporti con la scuola sono stati decisamente difficili. Nominato maestro elementare di ruolo nel 1971, passato alla scuola media dell’obbligo nel 1976, dallo scorso ottobre sono un ex 113: docente addetto a mansioni diverse dall’insegnamento per ragioni di salute. Si conclude così, in maniera impensata e malinconica il mio percorso di insegnante. In realtà – e questa è davvero la cosa più triste - ormai sto bene e, volendolo, potrei tornare in classe, ma non ho alcuna intenzione di farlo. Il rapporto con gli studenti - tutto ciò che della scuola può mancare ad un insegnante cui hanno tolto la “classe” - non si è del tutto interrotto. Prosegue all’università - dove collaboro con la cattedra di storia contemporanea - e mi basta, anche se il lavoro non ha nulla a che vedere con quello che si fa di regola a scuola e spesso vi incontro “professori” che meriterebbero un’iscrizione d’ufficio a corsi intensivi d’alfabetizzazione didattica. Sono invece – ed è inutile dirlo - tra quelli che, di norma, vengono ogni tanto a scuola a “aggiornare” il personale docente. L’inefficienza della nostra università è un dato ormai storico, una sorta di regola fissa del nostro sistema formativo. Ma non vi fa caso nessuno ed anzi è dall’università che proviene la gran maggioranza dei “riformatori”, che cianciano di scuola senza sapere di che parlano e arrecano al paese danni incalcolabili, senza dar conto a nessuno di quello che fanno. La verità è che da noi non c’è parte politica disposta a rinunciare ai servi sciocchi.
Come che sia, potrà apparire strano, ma, per quanto mi riguarda, da quando è stato soppresso l’insegnante che era in me, non avverto più sensi di colpa e non provo più vergogna. Dico soppresso, perché di morte violenta si è trattato e alla spiaggia delle “scarpe vecchie” quel mio disgraziato ospite fu trascinato a viva forza per il suo passato di sindacalista onesto – ce ne sono, anche se sono in via di estinzione - per l’ostinata resistenza opposta alla più o meno strisciante privatizzazione e per la lotta senza quartiere e senza speranze ingaggiata in perfetta solitudine con l’ultima preside passata per la sua strada, una vecchia sbavante per i fasti promessi ad una componente di primo piano di una delle più agguerrite tribù di servi sciocchi che popolano il pianeta formazione: i disponibili “manager” della scuola d’ispirazione confindustriale. Morto l’insegnante, libero d’un tratto è ritornato l’uomo. Lo sospettai da studente e lo scopro da docente, messo, s’intende, come prescrive la norma, a vegetare nel limbo dei fuori ruolo. E perciò, non serbo rancore, né per la CGIL, che non usa difendere antichi dirigenti provinciali in odore d’eresia, né per i colleghi, spettatori passivi, e talvolta complici, della “soppressione”, né per il “manager” ambizioso, killer per elezione, modello e prototipo del braccio armato di quella tragica farsa che Berlinguer definisce “riforma”, il cui compito – immaginate quanto possa contare l’omicidio d’un modesto professore - è soprattutto quello di condurre alla morte per strangolamento le caratteristiche peculiari della scuola dello Stato e, con esse, quanto spirito critico era ancora possibile produrvi. Ciò che si vuole è, per dirla con Antonio Labriola, una bella stalla per il “bestiame votante”. E sì, votante, perché nella fatale evoluzione che i tempi impongono alle cose, anche le forme esteriori dei regimi cambiano, e sarebbe d’una rozzezza estrema e di una totale inefficacia, imporsi di nuovo con l’olio di ricino e con i manganelli. E’ questione di stile, s’intende, perché, nei fatti, la sostanza non cambia, così come non cambiano certi particolari che andrebbero attentamente valutati: è solo un caso, per fare un esempio, se, per la seconda volta in una manciata di decenni, occorre un pugno di disertori perché il veleno imposto dai poteri forti sia prescritto come un’efficace medicina alla popolazione altrimenti diffidente?
Ecco, il cittadino è libero, morto il professore, perché non è più costretto a porsi ogni giorno la domanda logorante: - Come faccio a spiegarlo ai ragazzi?
E’ una domanda che ha tormentato per anni il mio malcapitato ospite. Una condizione di difficoltà crescente, iniziata al tempo della guerra del Golfo Persico, con le “operazioni di polizia internazionale” e la Costituzione calpestata. Una difficoltà che si è fatta compagna di vita e non è più sparita, ma è anzi cresciuta di giorno in giorno, di fronte alle spettacolari - e per certi aspetti impossibili - uccisioni dei giudici Falcone e Borsellino, che indagavano sui rapporti tra mafia e politica; uccisioni che, incredibile a dirsi, sarebbero state “pensate” ed eseguite da una manciata di furfanti poco più intelligenti delle capre che custodivano; una difficoltà che si è fatta sensazione di soffocamento quando un’inchiesta subito “passata alla storia” e subito americanizzata dai media scatenati, ha colpito scientificamente un’intera classe dirigente, e con essa la storia della nostra giovane repubblica, ambiguamente ribattezzata d’un tratto “la prima”, come per segnale convenuto, benché nessun’altra l’abbia preceduta né seguita. Un’inchiesta costruita soprattutto sulla base d’una accusa che si è atteso decenni per formulare, d’un reato di cui tutti conoscevano perfettamente l’esistenza, giudici compresi, e che d’un tratto alcuni “magistrati” convertitisi alla riscoperta legalità hanno preso a contestare alle vittime predestinate. E non c’è stato chi abbia mostrato fastidio o si sia insospettito per un simile ritardo e per l’improvvisa ondata d’integralismo che ha caratterizzato l’inchiesta. Né sul tutto ha gettato ombre o sollevato dubbi il fatto che contro questi “impavidi magistrati” nessun pecoraio abbia mai pensato di esercitare la sua pur sperimentata capacità di ammazzare. Hanno parlato – i giudici – da tutti i pulpiti, hanno predicato, comandano, ammanettato, ma nessun arrestato è poi stato tenuto in galera, se si fa eccezione per un tal Cusani, che non si sa perché ci è finito da solo e, ciò che più conta, ci è restato. Hanno parlato, predicato, comandato, ammanettato, i giudici integralisti e se ne sono andati in giro tranquilli senza che nessuno abbia mai seriamente provato a colpirli, benché siano stati sempre molto meno protetti di quanto erano altri, che non ebbero certo il loro successo. Liberi, come l’aria nel cielo, sono andati e venuti, vanno e vengono, liberi e intoccabili, mentre altri, chiusi in caserme e superprotetti, sono stati colpiti. I caprai che hanno fatto mirabilie con Falcone e Borsellino hanno smarrito inspiegabilmente l’acume e nessuno se ne è meravigliato. Intanto è cambiato la legge elettorale: è giunto il momento del maggioritario, contrabbandato per una grande novità e descritto come la garanzia della governabilità. Lo dicevano tutti, e bisognava crederci per fede: la governabilità è sinonimo di buon governo e per garantirla è necessario stringere sempre più gli spazi della democrazia e rinunciare alla proporzionale che, tra l’altro, consente l’esistenza di troppi partiti. Presto si è scoperto che con la nuova legge la governabilità non è garantita, che i partiti si moltiplicano e che il buon governo è uno slogan. Ma indietro non si torna e si è così posto mano alla Costituzione senza far ricorso alla… Costituzione. Non è tempo di leggi costituzionali, si è deciso, ma di bicamerali, di patti scellerati che, tuttavia, non sono approdati a nulla. Tutto ciò che ancora si poteva fare è stato infine fatto: si è consegnato il programma dei poteri forti ad una pseudo sinistra, cui fanno finta di opporsi pseudo destre “pericolose” per definizione. Per Berlinguer che ha avuto infine l’atteso semaforo verde, è iniziato il dettato: Confindustria ha letto con voce chiaramente minacciosa ed il ministro ed i suoi “tecnici” hanno scritto. La “qualità aziendale” è entrata nella scuola, destinata a produrre Dio sa cosa, mentre tutti in una volta centomila docenti tentavano di uscirne. La strada dei pensionamenti, com’è ovvio è stata a quel punto prontamente chiusa sicché, forti di un così palpabile consenso, i disertori ora procedono sereni. E’ un lavoro facile: distruggere è sempre più agevole che costruire. Così si fa presto.
Quando tutto questo accadeva, io non c’entravo già più nulla, ed estraneo ero ormai alla tragica farsa che Berlinguer ed i suoi servi sciocchi mettevano in scena intitolandola “riforma”: il professore in me era morto, anche se il suo ricordo è ancora così forte, che m’indigno ugualmente quando mi accorgo che i docenti, ne discutono, questo criticando, questo accettando, come fosse davvero una riforma. La riforma che non ha programmi. La rivolta che m’aspettavo imminente, però non è scoppiata. Si è sollevato debolmente il personale amministrativo, di cui ormai sono in certa misura un componente, ha tentato di organizzarsi, si è agitato, e nella scuole dove vivo il mio triste tramonto gli ATA mi hanno chiesto di rappresentarli. Ho accettato dopo una debole resistenza, ed ho colto l’occasione per vuotare il sacco, inviando a Berlinguer, ancora ministro, la seguente e- mail:

“Gli Assistenti Amministrativi dell'84° Circolo Didattico "E. A. Mario" di Napoli condividono le rivendicazioni dei colleghi e ne sostengono la protesta.
Chi scrive, tuttavia, esclusivamente a suo nome, non si sperticherebbe in esaltazioni - nemmeno strumentali - del Ministro a cui gli Assistenti Amministrativi riconoscono "il grande e qualificato impegno profuso in questi anni per riformare la Scuola e portarla ai livelli di un paese moderno". A chi si rivolgono in cerca d'aiuto? A chi vive di rendita sul patrimonio d'una illustre casata? All'architetto d'un malfermo edificio, d'un contenitore vuoto, nel quale ficcare alla rinfusa paccottiglia di scarto d'origine confindustriale, esiti di patteggiamenti di dubbio profilo tra l'anima cattolica e quella laica - che tengono la poltrona sotto il Ministro - e ciò che vi può entrare d'una logica di mercato applicata ad una scuola virtuale, che non ha programmi, non ha insegnanti, se non quelli tenuti a forza dopo un tentativo di fuga in massa - centomila domande di pensione in un anno! - e non ha personale amministrativo se non quello che protesta via Intranet sul computer ministeriale, identificandosi in una categoria che "è stata ghettizzata e demotivata". Ma di ciò può occuparsi il Ministro? Egli, che sa tutto di scuola virtuale e di astrologia, contempla nel globo di vetro il suo nome già inciso a caratteri in oro sugli annali della storia patria, e bada, intanto, agli alambicchi dove bollono succhi didattici e metodologici, estratti di cicli e l'essenza del sapere: i programmi che chissà quando elaboreranno commissioni di saggi e sommi teorici, scelti - s'intende – soprattutto per la scarsa esperienza concreta d’insegnamento nella scuola di oggi e di ieri e sistemati da tempo nell'empireo del pensiero puro. In che sperano? Peggio di lui fece forse Gentile, quel Giovanni, filosofo esimio, che pagò con la vita le aberrazioni sottoscritte in nome del fascismo. Il ministro, per sua buona sorte, non corre rischi del genere ed attende il trionfo solenne. I rischi, se mai li corrono i poveri studenti o, per dir meglio, gli studenti poveri ospitati nel suo malfermo edificio.
Quelli ricchi, si sa, viaggiano ormai da tempo verso i lidi ospitali della formazione privata.
Per la solidarietà, il personale amministrativo dell'84° Circolo Didattico "E. A. Mario" di Napoli. Per il resto... Giuseppe Aragno - 84° CD "E. A. Mario" Napoli

Come mi aspettavo, non c’è stata una replica immediata. Quest’anno, però, non a caso, il Provveditore non ha voluto rinnovarmi l’incarico di funzione obiettivo, perché secondo una sua interpretazione personale, e del tutto arbitraria, del contratto nazionale di lavoro, la funzione obiettivo non comporta esonero. Come se un ex 113 potesse esser esonerato dall’insegnamento a causa della funzione obiettivo! Il collegio dei docenti, che pure mi aveva riconfermato nell’incarico, riconoscendomi la maniera del tutto estranea alla logica berlingueriana, con cui avevo svolto il mio compito, non ha avuto l’animo di reagire ed ha preferito rinunciare alle sue prerogative per non avere guai.
La sola protesta di cui gli insegnanti sono stati davvero capaci, di fronte allo scempio che si va facendo della scuola, si è concretizzata in una confusa e debole sommossa contro un principio che sarebbe invece condivisibile, se gli stipendi degli insegnanti non fossero da fame e se fossero chiari i criteri della valutazione: pagare di più chi fa meglio. Sarà stato un caso, ma per i soldi, solo per i soldi la categoria è insorta. Il bello è che a Roma hanno fatto subito eroicamente marcia indietro. E’ stata una vittoria? Naturalmente no, anzi, è apparso chiaro che meritiamo sia la farsa che la tragedia. Una verità è emersa, questo sì, ma ha un retrogusto sinceramente amaro: è stato molto più facile di quanto si potesse pensare. Sarebbe bastato probabilmente volare più alto ed attaccare con uguale decisione l’impianto stesso del progetto, per metterlo in crisi. Invece il gioco è fatto. Passa la “riforma” che si chiuderà, affidando la scuola alle regioni, così che ognuno avrà la sua. Naturalmente saranno l’una diversa dall’altra e le regioni povere avranno le scuole peggiori. Ma di ciò cosa importa a Berlinguer. I figli che per lui contano davvero, i suoi nipoti, studieranno ovviamente altrove: all’estero probabilmente, o nelle rare oasi del privato di qualità. Una qualità che – s’intende - non è quella aziendale, prescritta dalla Confidustria alla scuola dello Stato.



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