Lettera aperta ai Segretari Confederai
L.I.L.A.M. - 29-04-2003

Lettera aperta ai Segretari Generali di CGIL CISL e UIL


Epifani, Pezzotta e Angeletti....e a tutti i dirigenti nazionali di ogni altra organizzazione sindacale italiana.


Mancano pochi giorni al 1° Maggio, la Festa Internazionale dei Lavoratori, e ci rivolgiamo a voi che avete la massima responsabilità di rappresentare il mondo del lavoro in questa storica giornata di festa,di lotta e di speranza in un mondo migliore per milioni di lavoratrici e di lavoratori. Tutti hanno sotto gli occhi la difficile situazione che le diverse società di uomini e donne di questo pianeta debbono affrontare: la PACE minacciata da innumerevoli guerre regionali, ultima la guerra in IRAQ, che mettono in discussione la convivenza civile sulla terra ed il futuro stesso dell'umanità. La FAME e le MALATTIE vecchie e nuove che come l'AIDS in Africa miete milioni di morti. La LIBERTA' e la DEMOCRAZIA, messi in discussione da troppi dittatori che calpestano i diritti più elementari degli uomini. Il LAVORO che manca e che dove c'è deve essere più stabile e libero, fonte di maturazione della personalità del lavoratore e non di sfruttamento ed umiliazione come così spesso verifichiamo. I DIRITTI continuamente messi in discussione da chi non si vuole rassegnare al corso della storia. In questa situazione difficile noi, quelli della LEGA ITALIANA LOTTA AL MOBBING, facciamo appello alla vostra responsabilità perché nel corso delle manifestazioni, dei concerti che si svolgeranno innumerevoli nel nostro Paese, ci si ricordi anche di quel MILIONE e MEZZO di lavoratrici e lavoratori che nella nostra Italia soffrono sul loro corpo e nel proprio spirito i danni del MOBBING. Discriminazioni, angherie, violenze spesso sfocianti in molestie sessuali, emarginazioni con l'intento di eliminare ed espellere dal lavoro, ferite nella dignità e nella psiche. Danni incalcolabili alla persona e alle famiglie che la circondano. In Italia è tempo di varare una legislazione moderna ed efficace contro il MOBBING come in altri paesi europei. E' ora che il MOBBING sia riconosciuto come malattia professionale.

RICORDATEVI DI NOI, DEI MOBBIZZATI NEL NOSTRO PAESE, PERCHE' IL 1 MAGGIO SIA ANCHE PER NOI UN GIORNO DI FESTA E DI SPERANZA.

LEGA ITALIANA LOTTA AL MOBBING

Copia e incolla la lettera e inoltrala a tutte le strutture sindacali di tua conoscenza.

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 sandra    - 29-04-2003
Questa proprio non la capisco...
Io credo che dovrebbero esserci regole che difendano i diritti di tutti, sul posto di lavoro, e che bisogna operare per realizzare un'organizzazione del lavoro in cui ciascuno possa contribuire al meglio delle sue capacità.

Ma che si debba partire da comportamenti oppressivi verso la persona per riconoscerli come causa di malattia...mi sembra quasi aberrante.

In tutte le relazioni umane, di lavoro e no, si creano dinamiche per cui può capitare di sentirsi feriti, non gratificati, scarsamente considerati...nella famiglia come nelle relazioni affettive come nel gruppo dei coetanei o nel lavoro ecc...
La differenza è che nei posti di lavoro qualcuno può esercitare un potere per danneggiare altri (veramente, se volessimo andare a fondo questo può avvenire anche in relazioni diverse), ma opporsi a questo è semplicemente imporre il rispetto - appunto - dei diritti, non una logica che queste cose sembra quasi accettarle, purchè il singolo sia riconosciuto come vittima.

Poi, che vuol dire *un milione e mezzo di mobbizzati?*.
E' mobbizzata la collega, non malata, non handicappata, che percepisce uno stipendio come tutti, a cui - con tutti gli sforzi - non riesco ad assegnare un compito che sia in grado di svolgere con sufficiente autonomia all'interno della segreteria?

O è piuttosto mobbizzata la sua compagna di stanza,che deve farsi carico delle sue mancanze?

O sono invece mobbizzata io che non riesco a trovare una soluzione al problema?

No, questa cosa non mi piace proprio, non riesco a condividerla, la difesa dei diritti di uno che lavora non è cosa da medicalizzare, il disagio psichico o psico-fisico è cosa troppo delicata per affrontarla in questi termini...almeno secondo me.

Cominciamo col chiedere per tutti condizioni di vita e di lavoro un po' meno stressanti e un po' più gratificanti, e che ci consentano di essere - anche nel posto di lavoro - persone, con cervello e cuore di persone, e non macchine, e per di più arrabbiate...

 ilaria ricciotti    - 29-04-2003
E' proprio vero, esistono anche i lavoratori mobbizzati e /o ricattati. Che fine ha fatto la proposta di legge del governo precedente e precisamente dell'onorevole Benvenuto?

 Grazia Perrone    - 30-04-2003
Mia cara Sandra,
visto che non "capisci" leggi un po' qui ...

Dalla rubrica Nomobbing del sito GILDA.

Forum Mobbing
13 novembre 2001


Il mobbing, malattia sociale del nostro tempo.

Dal libro “Cattivi capi, cattivi colleghi” di Alessandro e Renato Gilioli (Oscar Mondatori – Milano – 2000) pubblichiamo l’introduzione e la testimonianza di Loredana: direttrice amministrativa di una italica scuola.

La vicenda che la vede protagonista rappresenta, emblematicamente, la realtà di ciò che avviene in ambienti – come acutamente osservano gli autori – in cui (…)” la strategia di isolamento serve a difendere una consorteria paramafiosa: in questo caso, la cordata del preside e dei suoi collaboratori che fa la cresta sulle spese correnti”. Realtà tutt’altro che virtuale nella scuola pubblica (che gestisce patrimoni non indifferenti … che diventeranno sempre più consistenti in regime di autonomia amministrativa/gestionale) come dimostrano le testimonianze che abbiamo raccolto e che abbiamo pubblicato – sotto forma di note - nel forum. Il sistema economico liberista - che si vuole introdurre anche nella scuola - è malato di efficientismo e competitività. Questa “competizione” assume – come osserva argutamente Francesco Alberoni sul Corsera del 27 agosto 2001 (…)” caratteristiche politiche, con formazione di gruppi, coalizioni, alleanze, cordate, assalti al potere”. Si fanno strada in questo contesto – prosegue l’Alberoni – (…)” formazioni sociali che potete chiamare confraternite, associazioni segrete, tribù o mafie a vostro piacimento, che hanno come scopo esclusivo il successo, il potere, il guadagno. Dove il merito, sempre elogiato, sempre esaltato, in realtà conta solo per i propri accoliti. Quando cambia la coalizione non si fanno strada i più meritevoli, ma quelli che appartengono al gruppo vincente. E vengono ammessi tradimenti e inganni che un tempo avrebbero suscitato riprovazione e condanna (…)”. (cfr. F. Alberoni Corriere della Sera 27 agosto 2001).

La nostra esperienza ci insegna che il lavoro, ogni lavoro, ha una sua specificità perché chi lo compie ha una dignità umana. Merita rispetto e stima e non può essere considerato secondo l’esclusivo calcolo del rendimento, dell’appartenenza al “branco”, del grado di servilismo o delle simpatie “padronali”. L’esempio riportato dimostra come sia estremamente facile distruggere una persona, demotivarla e mortificarla nella vita sociale, relazionale e nelle prestazioni professionali. La prassi, consolidata, di costruire intorno alla vittima un ambiente perverso che la emargina e gli crea ogni sorta di difficoltà non è alimentata solo dal capo ma anche dagli stessi colleghi che – con servile indifferenza o complice connivenza – diventano attori e, a volte, protagonisti di una perversa e vile sopraffazione. Questi meccanismi di emarginazione sociale e di disprezzo umano devono essere combattuti e denunciati. Il forum Nomobbing è nato proprio per questo. Continuate a scriverci. (gp)



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Il mobbing: come comincia ….



Una mattina arrivi in ufficio, ti siedi alla scrivania, accendi il computer. Come il giorno prima, come tanti altri giorni prima. Ma quella mattina c’è nell’aria qualcosa di diverso, di strano. Di impercettibilmente ostile. Sarà quel dirigente che in corridoio non ti ha salutato, tutto preso nei suoi pensieri. Saranno i colleghi che non ti hanno invitato a prendere il caffè con loro. Che strano, ti chiamano sempre. Sarà quella segretaria là in fondo, quella che appena ti ha visto ha sussurrato qualcosa nell’orecchio della sua vicina, chissà perché.

Forse non è niente, forse sono solo coincidenze e il giorno dopo tutto tornerà normale.

Forse, invece, qualcosa si è spezzato nei rapporti tra te e il tuo ambiente di lavoro. Forse qualcuno ha deciso di farti la guerra, di isolarti, di eliminarti dal gruppo.

E da quel giorno, a poco a poco, al lavoro tutto comincia a cambiare. In peggio. E’ una catena di segnali e di eventi apparentemente scollegati tra loro che nasconde però una precisa, progressiva strategia. L’attacco prima è surrettizio e subdolo, fatto di allusioni, sguardi, battute. Poi però diventa sempre più palese e violento. Sembra irreversibile. E chi ne è vittima si sente drammaticamente solo: non sa che altri milioni di persone, in tutto il mondo, si trovano nella stessa spirale. Non sa che si tratta di una malattia sociale sempre più grave, sempre più diffusa e ancora poco conosciuta.

Ha un nome preciso: si chiama mobbing. (cfr. Alessandro e Renato Gilioli – op. citata pagg. 5 e 6)



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Scuola di ladri
Loredana L. : direttrice d’amministrazione scolastica


“Mi perdonerà, se mi presento con questa faccia: per strada e nel taxi mi sono coperta con un foulard, ma lei invece mi deve vedere proprio così, tutta gonfia. Capirà meglio quello che sto passando.

Mi chiamo Loredana, ho 41 anni, sono sposata, niente figli. Sono diplomata in ragioneria e lavoro nello Stato dall’84. Durante la carriera ho già cambiato due enti pubblici e un ministero. L’estate scorsa, dopo aver vinto un concorso, sono stata assegnata all’amministrazione di una scuola media. Se avessi finito l’Università mi sarebbe piaciuto insegnare, e stare in una scuola, tra i ragazzi, è il lavoro più simile a quello che avevo sognato.

Non so se lei ha presente che cosa significhi fare il direttore amministrativo, ma per un ragioniere statale è un ottimo posto. Nelle casse di una scuola media passano più soldi di quanti lei non immagina. Non c’è solo la cancelleria, come a volte si pensa: oggi si acquistano computer, programmi di software, proiettori, televisori, videoregistratori …. Bene, il direttore amministrativo deve firmare tutti gli acquisti e accertarsi che l’affare venga concluso sempre nelle migliori condizioni possibili per la scuola. Almeno, questo era quello che credevo io.

La mia strana vicenda è cominciata il mattino stesso in cui ho preso servizio, all’inizio dell’anno scolastico. Mi sono presentata al preside, gli ho raccontato chi ero e che cosa avevo fatto nella vita; gli ho chiesto se prima di tutto potevo passare qualche giorno a studiare i fascicoli, le bolle, le fatture degli anni precedenti. Giusto per imparare, per capire quanti erano e come erano stati gestiti fino ad allora i fondi scolastici.

Il preside, un uomo anziano ed elegante, un’insegnante di matematica con i baffi esili e i denti gialli, mi ha risposto che purtroppo durante l’estate un temporale aveva allagato le cantine, sicchè gran parte dei documenti erano andati persi o distrutti. Ha frugato in un cassetto, ne ha estratto un foglio bollato e mi ha mostrato il rapporto dei vigili del fuoco, quasi a dimostrare che non mi stava raccontando balle. In ogni caso non dovevo preoccuparmi: mi avrebbe spiegato lui, con calma, come funzionavano gli acquisti, quanti soldi avrei avuto a disposizione e soprattutto quali erano le priorità di spesa. “Per esempio” ha aggiunto “una cosa da fare quest’anno è rinnovare la polizza infortuni per alunni e insegnanti: sono obbligatorie per legge e stanno per scadere. Uno di questi giorni ne parliamo, senza fretta” ha concluso.

Tornando nel mio piccolo ufficio, tra la biblioteca e l’aula dei professori, ho chiesto a una delle segretarie qual era la compagnia con cui ci eravamo assicurati negli anni precedenti e mi sono fatta mandare una copia del contratto. L’ho studiata per giorni, segnandomi bene i costi, le clausole, i premi. Poi ho iniziato il mio lavoro: ho preso informazioni da altre compagnie per confrontare prezzi e coperture; ho fatto telefonate, spedito lettere, mandato messaggi in e-mail. Sa com’è, volevo fare bella figura con il preside: era il mio primo incarico in una scuola ed ero ancora nel periodo di prova.

Dopo tre settimane avevo un quadro abbastanza completo della situazione. C’erano almeno tre assicurazioni che offrivano condizioni più favorevoli rispetto a quella degli anni passati. Una, addirittura, costava un terzo di meno e offriva le stesse prestazioni.

Ho chiesto di essere ricevuta dal preside e gli ho raccontato orgogliosa il lavoro svolto. Ma invece di congratularsi, lui pareva quasi seccato dal mio zelo. Ha detto che bisognava “stare attenti alle assicurazioni apparentemente troppo vantaggiose” perché di solito non sono affidabili e in caso di incidente si attaccano a qualsiasi cavillo pur di non pagare. “Invece, con la nostra vecchia compagnia ci siamo sempre trovati benissimo” ha aggiunto inarcando le sopracciglia bianche. Si è tenuto tutta la documentazione che avevo raccolto e mi ha congedato, dicendomi che mi avrebbe fatto sapere qualcosa al più presto.

Dopo meno di una settimana mi ha mandato a chiamare. Ha detto che aveva studiato le mie proposte e che, leggendole, si era convinto ancora di più che non fosse il caso di cambiare niente. Ognuna delle tre compagnie che gli avevo segnalato, infatti, aveva qualche controindicazione: una era sconosciuta e lui non si fidava delle assicurazioni di secondo livello; un’altra aveva una clausola che lo insospettiva e lui temeva che ci fosse qualcosa sotto; la terza, poi, non era neanche italiana, e la sua scuola aveva la buona abitudine di usare solo compagnie nazionali. “A proposito di abitudini – ha aggiunto sorridendo – vedo che lei è una persona dinamica, è appena arrivata e ha voglia di cambiare tutto; ma in questa scuola ci sono tradizioni consolidate cui siamo tutti, come dire? Affezionati. Faccia il suo lavoro con calma e senza fretta, vedrà che andremo d’accordo e sarà certamente confermata al termine della sua prova”.

L’ho ringraziato e sono tornata nel mio ufficio. A dire la verità però mi sentivo un po’ stupida e un po’ presa in giro. Non ero per niente convinta che le mie proposte di contratti fossero più rischiose. E non capivo bene che cosa c’entrassero le tradizioni, le abitudini, gli affetti e il mio periodo di prova. C’era qualcosa di vagamente minaccioso in quel discorso o me l’ero immaginato? A ogni modo, le confesso che la mia piccola battaglia sulle assicurazioni è finita lì: dopo tre giorni, come da ordine del preside ho firmato il rinnovo dei contratti con la stessa compagnia dell’anno prima, alle stesse condizioni.

Mi sono occupata invece di libri. Infatti la scuola ha una bella biblioteca di oltre 10mila volumi, fra narrativa e saggistica, a cui i ragazzi possono accedere liberamente. C’è un budget di 20 milioni l’anno da spendere in nuovi titoli, che vengono scelti di comune accordo tra il preside e una docente incaricata di gestire la biblioteca. E’ stata lei a darmi la prima lista di libri, con l’indirizzo e il numero di telefono del negozio in cui comprarli.

Ho chiamato e ho ordinato i titoli scelti. Sono stati consegnati la settimana successiva, con la bolla e la fattura. Ho notato che li avevamo pagati tutti a prezzi pieno, quello di copertina.

Qualche settimana dopo, mi è arrivata la seconda lista, ho provato a muovermi di testa mia. Per cominciare, ho telefonato alle case editrici per chiedere una copia omaggio: molti mi hanno dato picche, ma diversi libri sono arrivati gratis. E anche per gli altri volumi, invece di rivolgermi alla solita libreria, ho fatto un giro di chiamate in città e una serie di acquisti via internet, scoprendo che in molti casi potevamo avere sconti fino al 30%. Naturalmente ho comprato tutti i libri richiesti entro i tempi stabiliti e sempre ai prezzi più convenienti. Su dieci milioni ne avevo risparmiati quasi due.

Dopo qualche giorno, il preside mi ha fatto chiamare di nuovo nel suo ufficio. Era nervoso, aggressivo. Mi ha chiesto subito, seccamente, che cos’avevo combinato con l’acquisto dei libri. Come combinato?, ho risposto io, per risparmiare ho pensato che…”lei non deve pensare! - Mi ha urlato – lei deve eseguire e basta! Avevamo un rapporto consolidato con questo negozio e lei me lo va a rovinare per risparmiare quattro soldi?” Mi ha strillato che quella libreria aveva sponsorizzato non so quale spettacolo teatrale dei ragazzi, per non parlare del materiale di magazzino che spesso ci regalavano, ecc. ecc. Ero lì da poche settimane ma, se intendevo restarci a lungo, avrei fatto meglio a evitare in futuro di prendere decisioni di questo tipo senza consultarlo, ha detto.

Sono tornata a casa umiliata e rabbiosa. Che cosa avevo fatto di così sbagliato? Come si permetteva di dirmi che non dovevo pensare? Perché la mia buona intenzione aveva ottenuto un risultato così disastroso?

La sera ne ho parlato con mio marito. Sergio mi ha detto di non arrabbiarmi, e soprattutto di non reagire perché ormai stava per scadere il periodo di prova. E l’importante era quello.

Nei giorni successivi gli ho dato retta e ho ingoiato ogni perplessità, firmando pagamenti e bonifici bancari senza neppure controllare che cosa stavamo comprando, a che prezzo e da chi.

Quando però sono iniziate le gite scolastiche, sulla mia scrivania è arrivata la fattura di un’azienda di trasporti troppo alta per essere vera. Non me la sono sentita di far finta di niente. Ho telefonato un po’ in giro scoprendo subito altre cinque società che per lo stesso servizio chiedevano una cifra più bassa. Molto più bassa. Allora ho rimandato al preside la fattura, dicendo che certamente si trattava di un errore perché esistevano in commercio contratti più convenienti che gli elencavo a parte.

Il giorno dopo è arrivata la bidella dicendomi che ero attesa con urgenza. Questa volta non c’è stato bisogno di pretesti, com’era avvenuto per le polizze o per i libri: il preside mi ha urlato addosso che decideva lui “ a chi affidare i nostri ragazzi”, che io non dovevo metterci il naso e che lui si era stufato di me. E ancora, io mi stavo mettendo in un vicolo cieco e stavo diventando un ostacolo per il funzionamento della scuola. Poi, passando senza accorgersi dal lei al tu, ha aggiunto:”La vuoi smettere di rompermi le balle? Ancora non l’hai capito chi comanda qui dentro? Ancora non hai capito che i primi della classe come te io li schiaccio come scarafaggi?”

Non l’avevo mai visto così furibondo. Sono scappata dalla scuola, sono arrivata a casa in lacrime e ho pianto tutto il pomeriggio, finchè non è tornato mio marito. Quando gli ho raccontato tutto, Sergio ha cercato di buttarla sul ridere: mi ha detto che ero la solita rompiscatole, che non sapevo stare al mio posto: Possibile che mi dovessi ficcare sempre nei guai?

Ma quella notte ho fatto una serie di sogni spaventosi, incubi pieni di ammazzamenti e cadaveri; mi sono svegliata con la gola secca e il mal di pancia; mi era venuto anche il mestruo, più doloroso del solito e con dieci giorni d’anticipo.

Ho telefonato al lavoro dicendo che mi ero ammalata. Due giorni dopo è arrivata la visita fiscale: la prima della mia vita. Non era solo un’umiliazione, era anche un’implicita minaccia; come dire: se tu rompi le scatole, qui la tua esistenza diventerà un inferno.

E all’inferno, tornata a scuola, la mia vita si è avvicinata parecchio. Avevano deciso che c’erano dei lavori urgenti da effettuare nelle tubature della mia stanza, così la mia scrivania era stata spostata in mezzo alla segreteria generale. La responsabile, fedelissima del preside, non mi rivolgeva neppure la parola. Non solo, ma durante la mia assenza buona parte dei miei compiti erano stati affidati ad altre ragazze della segreteria, assai più mansuete e indifferenti ai costi. Io non avevo quasi più niente da fare e quelle mi detestavano perché dovevano star dietro ai miei conti e alle mie fatture. Un giorno, mentre stavo leggendo una rivista, una di loro ha alzato lo sguardo dalla scrivania, mi ha fissata con odio ed è sbottata: “Complimenti, bell’idea crearsi la fama di rompiballe, così adesso il tuo lavoro lo dobbiamo fare noi”. Al mattino, quando ordinavano i caffè e le brioche dal bar sotto la scuola, si dimenticavano sempre di me e mi lasciavano seduta, da sola, mentre loro facevano colazione. Al pomeriggio, quando uscivano si salutavano l’un l’altra evitando di guardarmi, come se io non esistessi. Un’altra volta, in corridoio, ho sentito due che parlavano. Si erano accorte che ero lì, a due passi, ma hanno fatto finta che non ci fossi. Una diceva:” hai visto il fascicolo sulla scrivania del preside?” E l’altra, contenta:” Sì, vedrai che adesso quella la smetterà di darsi tante arie”.

Che fascicolo c’era sulla scrivania? Ed ero io quella che si dava arie? Terrorizzata, ho chiesto al preside di potergli parlare. Mi hanno risposto che era molto impegnato e non aveva tempo. Ho ripiegato sulla vicepreside, una prof. dai capelli grigi e dall’aspetto materno, che invece mi ha ricevuto subito. Sono entrata nel suo ufficio e subito sono scoppiata a piangere; lei mi ha preso la mano, mi ha fatto sedere, mi ha parlato con voce dolce, mi ha rassicurato, mi ha offerto un bicchiere d’acqua e un fazzoletto pulito. Mi ha detto di parlarle.

E io ho parlato. Anzi, mi sono sfogata: le ho raccontato tutto, dal primo giorno; dalle carte misteriosamente scomparse in cantina fino all’acquisto senza senso di libri o di polizze. Le ho detto che secondo me c’era qualcosa di sospetto in quegli acquisti. Qualcosa di strano, mi sono corretta.

Lei mi guardava attonita, a tratti davvero incredula, aggrottando le sopracciglia come se le stessi raccontando fatti inverosimili e terribili. Mi ha lasciato finire, poi mi ha detto che ero troppo turbata e stanca, in quel momento; succede spesso quando si entra in un nuovo ambiente di lavoro. Dovevo calmarmi, perché adesso vedevo tutto nero, ma le cose certamente non stavano come credevo io. “il preside è un uomo all’antica, severo ma onesto” mi ha assicurato. “ed è molto attaccato a questa scuola, alle sue tradizioni. Il libraio, per esempio, è un suo amico da tanti anni. E anche la storia delle assicurazioni, degli autobus… io avevo di sicuro frainteso, perché il preside “era molto conservatore”, ecco tutto. E io non potevo pensare di cambiare la scuola dall’oggi al domani. Comunque , adesso ci avrebbe pensato lei a mettere le cose a posto; sarebbe andata a parlare col preside, in modo che io potessi tornare al mio lavoro con tutta la tranquillità di cui avevo bisogno.

Sono uscita da quel colloquio più rinfrancata, quasi serena. A Sergio, la sera, ho detto che forse tutto poteva ancora sistemarsi.

Dopo qualche settimana, il preside mi ha convocato di nuovo. C’erano anche la vice, la responsabile della biblioteca e la segretaria più anziana, quella che mi detestava. Mi hanno fatta sedere in mezzo a loro; per la prima volta ho visto, in evidenza sulla scrivania, il fascicolo con la scritta a pennarello:”L.L., direttrice amministrativa – Disciplina”.

Ha parlato solo il preside. Questa volta era calmo, troppo calmo. Ha detto che i vertici dell’istituto erano molto insoddisfatti di me e del mio comportamento; che non avevo capito lo spirito con cui questa scuola, da decenni, era inserita nel tessuto sociale del quartiere; che non avevo svolto bene il mio lavoro, tanto che lui era stato costretto a delegarlo in gran parte alle segretarie; che non mi ero fatta benvolere da nessuno all’interno della scuola e anzi avevo creato gravi disarmonie; che lui si era dimostrato come al solito troppo generoso nel lasciar scadere il mio periodo di prova senza prendere provvedimenti, ma evidentemente io avevo frainteso la sua generosità, scambiandola per debolezza.

E non era finita, proprio no. Perché, dopo un’occhiata alla sua vice, il preside ha alzato il tono di voce per dire che “non esistevano parole adatte a definire il mio vergognoso tentativo di mettere l’uno contro l’altro due colleghi che lavoravano insieme da tanti anni”, ma mi rendevo conto di quello che avevo fatto? Soltanto “per il buon nome della scuola e per amor di pace” lui non mi aveva denunciato per calunnia. Ma che non ne approfittassi, perché da quel momento ero una sorvegliata speciale. Ero nel mirino. Suo e dei suoi collaboratori. Al minimo errore sarei stata stangata. Proprio così ha detto: “stangata”. Strana parola, per un uomo istruito.

Gli altri non hanno aperto bocca. Neppure la vice-preside, che guardava in terra, scuoteva la testa, come a significare che io ero proprio un’anima persa, una poveretta, una stupida. E forse un po’ di ragione l’aveva: ero stata davvero stupida a fidarmi di lei.

Sono uscita dalla presidenza senza avere la forza di aprire bocca e mi sono ritrovata in strada, ancora sotto shock. Non piangevo neppure, ero troppa sconvolta da quello che avevo sentito. Com’era possibile che per aver cercato di fare al meglio il mio dovere io fossi diventata un’incapace, una calunniatrice? E la vice-preside che aveva finto comprensione per poi riferire tutto? E il fascicolo che era lì in bella mostra sulla scrivania perché ognuno sapesse che ero una reietta? E gli altri testimoni muti del mio processo, presenti solo per sottolineare la loro compattezza e il mio isolamento? Era tutto assurdo, incredibile. Mentre ci pensavo, ho sentito lo stomaco rivoltarsi e ho vomitato in un cestino di rifiuti, sul marciapiede, sotto gli occhi disgustati dei passanti.

A casa, quella sera, non ho avuto nemmeno il coraggio, l’umiltà e la forza di parlarne con Sergio.

Il giorno dopo a scuola ho scoperto che le mie mansioni erano definitivamente cambiate. Niente più fatture, niente conti, niente bonifici: quelli erano passati alle segretarie, che poi trasmettevano tutto per approvazione al preside o alla sua vice. Sul mio tavolo, invece, cerano due lettere scritte a mano, più un biglietto in cui mi si ordinava di batterle al computer. Ero diventata l’ultima delle segretarie.

Ora gli insegnanti, gli impiegati, i custodi, perfino i bidelli, tutti mi evitavano, come se ci fosse stato un misterioso passaparola di cui ero l’unica tenuta all’oscuro. O come se eseguissero, felici di farlo, un ordine superiore.

E’ per la rabbia, la frustrazione e la vergogna che mi si è gonfiata la faccia. Il male che mi hanno voluto si è incarnato in questa macchia orrenda che mi deforma il volto e racconta meglio di ogni parola la mostuosità della mia vita quotidiana. Sulla mia pelle ora affiora il senso d’impotenza che ho dentro, sta scritta la voglia che ho di mandarli tutti in galera, il desiderio di picchiarli che mi esplode dentro ogni mattina, quando arrivo davanti al portone in legno della scuola (….)” (cfr. Alessandro e Renato Gilioli – opera citata pagg.61/70).