I Giovani e le polemiche di questi giorni
Gianni Mereghetti - 26-04-2003
Le polemiche di questi giorni sulla Resistenza sono ciò che di più estraneo ci sia al mondo giovanile e che il mondo adulto non lo capisca è preoccupante. Ai giovani d'oggi, se non ad un'esigua minoranza, non interessa la diatriba che destra e sinistra hanno inscenato.
Chi tra gli adulti, insegnanti in testa, è ancora avvinto ad un modo ideologico di interpretare i fatti giudica questo in modo negativo e si trincera dietro il solito e stucchevole "ai nostri tempi....."
Per me invece che ai giovani d'oggi non interessi lo scontro ideologico messo in atto è un segno positivo, da un certo punto di vista si tratta di una sfida, che vorrei capire e assumere.
Per ora mi sento di dire che il rifiuto di un modo ideologico di interpretare i fatti sta dentro un rifiuto che viene prima, quello della centralità della politica ( per chiarezza non della politica, ma della sua centralità!).
Però non vi è solo un rifiuto, anzi in questo atteggiamento vi è una domanda sulla vita. Sì, perchè ai giovani d'oggi non interessano le idee sulla vita, ma la vita in quanto tale e chiedono agli adulti come trovare in essa la felicità.
Assumere questa sfida mi pare la questione seria di noi adulti, genitori e insegnanti, una questione eminentemente educativa.

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 Marino Bocchi    - 26-04-2003
Caro Mereghetti, che ai giovani d'oggi, come lei dice, non interessino i discorsi sulla Resistenza, è un fatto. Ma forse perché, per l'appunto, sono discorsi "sulla" e non "della" Resistenza. Ci ha mai pensato? Intendo dire che i ragazzi vorrebbero ascoltare molte più storie e molta meno storia. Una volta, tanti anni fa, ho raccontato ai miei alunni la storia di mio zio. Faceva il contadino, viveva in collina, dove è nata mia madre. Coltivava la terra e mungeva le mucche e si limitava a seguire il ritmo del sole. Un giorno arrivarono i tedeschi accompagnati da un manipolo di repubblichini. Cercavano i partigiani. Le devo confessare che i partigiani frequentavano spesso la casa di mio zio. Il tempo necessario per farsi dare qualche uova, un pò di verdura, una forma di formaggio che mia zia faceva col latte delle mucche. Erano ragazzi di altre province, quei ribelli, come oggi si usa dire. Avevano fame. E siccome erano gentili mentre i fascisti della zona arraffavano tutto e gli insidiavano le figlie, mio zio andava a raccogliere le uova nei giacigli di paglia delle galline e glieli portava. Un giorno, come le dicevo, arrivarono i tedeschi e i repubblichini. Mio zio riuscì a fuggire nascondendosi nel pagliaio. Ne uscì di notte e fuggì in una località vicina, presso una famiglia di agricoltori. Gente dura, che si alzava al mattino alle 5, come lui, per mungere le vacche e faceva colazione alle 9, con latte e crescentine e poi di nuovo al lavoro, sui campi, a raccogliere foraggio o per la semina, secondo il ritmo delle stagioni. Lì una notte lo raggiunse suo fratello. Che era più politicizzato ma non tanto. La sua coscienza politica era elementare: ai soprusi, alle sopraffazioni, si risponde con la rivolta. Lei, caro Mereghetti, sicuramente saprà che la Resistenza e' nata così, almeno per gran parte di coloro che l'hanno abbracciata. Un soprassalto di coraggio, di dignità, contro le prepotenze dei fascisti, l'olio di ricino, le razzie. Contro i figli picchiati, le figlie insidiate, le poche robe razziate. Secoli di umiliazione contadina, di schiene spezzate a lavorare per il padrone, in affitto o in mezzadria, potevano essere riscattati da un sentiero che portava in montagna. Lo zio di cui le dicevo all'inizio un giorno venne arrestato. Si trovava in una stalla, di notte, a sentire le storie (di nuovo le storie, come vede) con cui le famiglie contadine usavano intrattenersi dopo il lavoro, nei giorni pre-festivi, cullate dall'alito delle mucche e dal profumo del letame. Venne trascinato fuori, condotto ad un centinaio di metri, messo contro un muro scrostato. Ma proprio mentre la squadraccia stava per aprire il fuoco, proprio in quel momento preciso, ecco che nel buio si sente un fruscio. Il muro era giù in basso. Dall'altro lato, sotto la luna, apparvero un gruppo di partigiani, guidati da suo fratello, l'altro zio. Ci fu uno scontro a fuoco, mio zio riuscì a scappare. Finita la guerra ha portato la sua famiglia in pianura, la montagna non offriva più lavoro. I figli lavoravano in fabbrica, lui, ormai in pensione, stava tutto il giorno a coltivare il campicello e ad allevare le due mucche che gli avevano lasciato. La sua casa era sempre piena di lavoratori extracomunitari, venivano a chiedere da mangiare e lui cedeva la minestra, il pane e il vino, come aveva fatto con quegli altri ragazzi.. Il giorno in cui e' morto c'erano al suo funerale tante facce nere, mulatte, olivastre. Le ho viste piangere. Poco prima di spegnersi un prete e' venuto a dargli la benedizione, un po' titubante e incerto sul suo sincero pentimento. "Io credo in Dio. Sono solo un antifascista", gli ha detto. Ed e' spirato. Proprio così, caro Mereghetti. Solo un antifascista. E basta. Che dice? Questa è una storia di destra o di sinistra? Cari saluti. Marino Bocchi

 Gianni Mereghetti    - 27-04-2003
Carissimo BOCCHI,
la ringrazio delle sue osservazioni. E' vero che ciò che colpisce i giovani d'oggi, come del resto noi che giovani non siamo più, è la storia e non la sua ideologizzazione. E' questo che io mi chiedo, perchè tanta ideologia e poca memoria?
Io credo, ma potrei sbagliarmi, che la ragione stia in una povertà di impegno con la vita: infatti è quando c'è poca vita che prevale l'idea della vita, ossia l'ideologia!
Detto questo io voglio solo dire che noi adulti, genitori e insegnanti, dovremmo abbandonare finalmente i lacci dell'ideologia. E per farlo i nostri giovani ci aiutano, perchè non ci chiedono idee, ma vita. Basterebbe sstare a questa provocazione, o no?

 corrada cardini    - 28-04-2003
Scusa M. ma mi chiedo: che cosa intendi con ideologia?
L'ideologia si può ragionevolmente definire un sistema di idee che viene assunto in modo dogmatico, acritico. E' una banalizzazione della complessità con la quale la realtà si presenta nella storia. Ma se ideologia è questo, ti accorgi di quanta ideologia c'è anche nel tuo ideologico e banalizzante modo di propagandare una certa versione, vaga e generica, di libertarismo?
L'ideologia caro M. non si annida solo fra comunisti e fascisti, ma anche fra chi usa in modo dogmatico parole come democrazia e libertà. I giovani vogliono la felicità, i giovani vogliono la vita...che cavolo vuoi dire? anche i giovani che combattono o hanno combattuto per una maggiore giustizia, contro il privilegio senza scrupoli, contro l'ipocrisia dei benpensanti, per una società meno bigotta e ingessata, cercano e hanno cercato la felicità e la vita.
E' non sono ideologiche le religioni, che ritualizzano il senso di precarietà dell'uomo e lo cavalcano per esercitare un immenso potere di condizionamento dei comportamenti su masse spesso ingenue e prive, o deprivate, di strumenti culturali per fare scelte consapevoli? Vogliamo dunque essere un po' più rigorosi, caro M.?

 Lino Milita    - 01-05-2003
E bravo il prof Mereghetti! Se lei è quel tartufesco professore che, come testimoniano le sue meravigliose comunicazioni web da lei disseminate a più non posso, si presenta come un individuo tutto scuola e famiglia che ha disgusto dei cattivi sindacati, educa all’oblio della Resistenza e della Costituzione i suoi allievi, diffida delle dimostrazioni dei pacifisti, subisce ripetuti orgasmi per le riforme dell’amata ministra che lo ha voluto fra gli eletti componenti del comitato deontologico presieduto da Mons. Tonini, perché non chiede anche l’abolizione degli esami ormai evidentemente per lei inutili per gli stessi motivi esposti per l’eliminazione dell’adempimento contestato. Non le sembra che anche gli studenti abbiano diritto a veder certificata l’attività didattica che li riguarda?

 Lucio Lambari    - 09-05-2003
Gentile Signor Mereghetti,
io sono uno di quei giovani che Lei tratteggia così bene nel Suo intervento. Ho attraversato gli anni della scuola dell’obbligo, sono stato plasmato da un buon liceo statale ed infine sono approdato all’Università. Alcuni miei coetanei (io ormai ho 26 anni) hanno intrapreso lo stesso mio percorso, altri diversamente, di varie fasce d’età, hanno scelto di entrare subito nel mondo del lavoro; i restanti, con qualche anno in meno dei miei, cercano di cavarsela negli stessi licei della riforma o nell’università dei crediti. Quotidianamente ho a che fare con tutti loro e non riconosco in nessuno di noi il ritratto da Lei fornito. Lei stesso ammette nel suo intervento di faticare a capire noi giovani e Le posso dire che su questo ha proprio ragione. Lei parla di un nostro rifiuto della centralità della politica ma nella maggioranza di noi questo non corrisponde a realtà. È reale e tangibile tra noi il disprezzo per le diatribe ideologiche, ma questo non significa che la politica in toto sia stata da noi abbandonata, né che le ricorrenze devono cessare di essere ricordate. Noi disprezziamo coloro che utilizzano le idee (che Lei le chiama ideologie) e le indossa a proprio uso e consumo, utilizzandole come armi contro tutto e tutti. Questo non vuol dire rigettare le idee stesse: noi giovani abbiamo più che mai bisogno di credere in qualcosa, di trovare valori là dove, in questa spoliazione quotidiana, vi sono ormai solo simulacri. Lei dice che cerchiamo la vita stessa, che identifica colla felicità. Noi siamo abbastanza disincantati da non credere che la felicità sia tutto. Si può essere felici perché si hanno i soldi o perché si realizzano le proprie ambizioni. Ma in un mondo del genere la felicità non è tutto, lo capirebbero anche i sassi.
Personalmente sono passato sotto le grinfie di diversi educatori ed ho imparato a distinguerne di due tipi. Vi sono stati quelli che mi hanno dato moltissimo e quelli che non mi hanno dato niente: i primi mi hanno sempre insegnato a ragionare con la mia testa, a difendere e sostenere le mie idee, imparando anche ad ascoltare quelle degli altri. Ma per fare questo, per essere credibili nella loro funzione di educatori, hanno dovuto prima di tutto dimostrarmelo colla convinzione delle loro idee, di qualsivoglia fede politica essi fossero. Non è forse insegnare politica, seppur spicciola, questo?
I secondi non mi hanno dato nulla, anzi.
Per Lei noi giovani non abbiamo bisogno di essere introdotti alla politica come rito del vivere sociale: non ci interessa e non ci arricchisce. Ma così molti di noi potrebbero assuefarsi alla ricerca del proprio bene personale, ciascuno rinchiuso nel proprio piccolo giardino, ignorando di proposito ciò che sta oltre la siepe di casa nostra.
Lei invece sembra dimenticare che noi giovani saremo il nostro ed il vostro (di Voi “adulti”) futuro; forse perché teme che in fondo in fondo potremmo anche possedere le capacità e le potenzialità di renderlo un po’ diverso da questo spesso triste presente di alcuni?
Cortesi Saluti.
Lucio Lambari