La Resistenza nel nostro paese
Alba Sasso - 25-04-2003
Sono preoccupanti le uscite e le dichiarazioni a cui stiamo assistendo in questi ultimi giorni: a livello nazionale il presidente del consiglio dichiara di non poter partecipare alle celebrazioni della Liberazione, perché ha da farsi curare una mano, mentre l’onorevole Bondi di Forza Italia sostiene la tesi per cui nelle stragi nazifasciste ebbero le loro responsabilità anche i partigiani, i quali, colpevolmente, “radicalizzarono lo scontro”; in Puglia il gruppo alla Regione di Alleanza Nazionale apre una polemica sullo Statuto Regionale, chiedendo di eliminare qualsiasi accenno alla Resistenza.

Tante prese di posizione che, non a caso, vengono a cadere proprio qualche giorno prima delle commemorazioni del 25 Aprile, e che sono in tutta evidenza tese a ridimensionare il ruolo e il significato della Resistenza nella storia del nostro paese.

E’ in atto infatti il palese tentativo di ridurre la Resistenza a guerra civile, a scontro fra due fazioni interne a uno stesso popolo, a una stessa nazione, quasi che fosse possibile equiparare e mettere su uno stesso piano i combattenti dell’una e dell’altra parte.

Si dimentica, o si fa finta di dimenticare, che da una parte c’era chi combatteva per la libertà e per la democrazia, mentre dall’altra parte c’era chi pretendeva di mantenere in vita un regime totalitario con la forza della repressione armata.

La Resistenza non fu guerra civile: fu piuttosto una lotta di liberazione, fu la sollevazione politica, civile e morale di un popolo contro la dittatura nazifascista e contro l’occupante tedesco.

Quello che abbiamo di fronte è un revisionismo storico che in realtà non offre il tentativo di un’altra e diversa interpretazione dei fatti, ma stravolge e distorce i fatti stessi.

La Resistenza è e rimane l’evento fondante della Repubblica italiana, è e rimane l’esperienza storica da cui sono sorti i valori e i principi della nostra Costituzione.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 ilaria ricciotti    - 25-04-2003
Chi ci ha donato la nostra Costituzione, combattendo contro coloro che avevano cancellato ogni diritto di Libertà, deve essere ricordato sempre dal popolo che ne sta usufruendo, anche se chi oggi lo governa sembra che non ami onorare tale data.
Ciò non è davvero giustificabile, nè tantomeno accettabile.
Il Presidente della Repubblica, garante della nostra Costituzione e sensibile a queste argomentazioni, dovrebbe intervenire.

 Giuseppe Aragno    - 26-04-2003
La lezione si avvia alla fine in una facoltà semideserta. Turati mi conduce dall'età giolittiana al fascismo ed a me, che ho seguito Salvemini nella sua polemica contro il ministro della malavita sostenuto dal leader riformista, appare naturale rendere l'onore delle armi all'antico socialista.
A ragazzi che di storia sanno poco non puoi prescrivere la terapia d'urto.
Lascio perdere il durissimo giudizio di Antonio Labriola sul PSI che "pesca" nel "bestiame votante" e ricordo la nobiltà della politica che Turati incarnò con la sua storia di militante e dirigente del movimento dei lavoratori. Pongo l'accento sull'assedio fascista, cui lo strappano Rosselli e Pertini, e sull'epilogo doloroso in terra straniera, quando il tramonto della vita assume i colori bui della disfatta ideale. E' senza retorica che ricordo un'altra disfatta, quella che nell'aprile del 1945 assume il sapore della nemesi storica. Ricorro istintivamente ai toni alti e sento che il richiamo è appropriato: è Pertini che incontra a Milano Mussolini battuto: Pertini, che aveva condotto in Francia Turati battuto. Poche parole, la resa senza condizioni e una solo garanzia: salva la vita e un processo.
Il duce sceglie la fuga ed è piazzale Loreto.
La storia talvolta è anche giusta, commento. E provoco senza volerlo la domanda naturale: in che senso?
Un abisso - rispondo - separa sul piano morale Pertini e Mussolini.
Dietro Pertini ci sono i partigiani. Combattenti di lingua, cultura e religione diversa - altro che guerra civile - lottano in tutta Europa, soldati della democrazia, esercito irregolare che non ha patria e nazionalità: è fatto di francesi, jugoslavi, belgi, olandesi, polacchi, russi, angloamericani sfuggiti alla cattura o evasi. Li unisce un ideale: la volontà di battere il nazifascismo. Dall'altra parte ci sono italiani e tedeschi soprattutto e sparute unità militari fornite da governi fantoccio e dall'inferno dei campi di concentramento. Difendono le leggi razziali, la follia del genocidio fatta scienza di governo, il disprezzo per la democrazia eletto a dottrina politica. Uno spartiacque che non è possibile superare - e che non consente strumentali paragoni nemmeno con la degenerazione stalinista - ideali che non si possono in alcun modo confondere né sul piano morale, né su quello materiale. E se i morti meritano rispetto, non altrettanto si può dire per gli ideali che li hanno visti lottare e cadere.
E' un fatto: da morti, i ragazzi di Salò sono uguali ai ragazzi caduti in armi dalla parte opposta.
Uguali, per il rispetto dovuto alla morte.
Da vivi no.
Da vivi furono ciechi o criminali difensori di un'aberrazione.
Non ci saranno leggi o governi a modificare il giudizio morale della storia.

 Gianni Mereghetti    - 26-04-2003
La polemica che è stata scatenata sul 25 aprile mi sembra del tutto inutile e legata ad un passato ideologico, che ormai poco ha a che fare con l’oggi. Il problema è che qualcuno ancora ci crede, e non solo in campo politico!
L’inutilità della polemica sta proprio nella riproposta sia da destra che da sinistra di un confronto ideologico. Il 25 aprile è e rimane la festa della liberazione, e al di là dei sofismi di varia natura, liberazione significa che il popolo italiano venne liberato dall’oppressione nazi-fascista e potè così iniziare a costruire la democrazia.
Detto questo vi sarebbero tre semplici osservazioni fa fare.
La prima è che a liberarci dai nazi-fascisti furono e i partigiani e gli anglo-americani. La seconda è che il primo periodo della ricostruzione fu molto interessante, perché vide in atto una reale democrazia, costituita dal dialogo aperto tra le diverse identità popolari. Questo inizio così positivo venne interrotto bruscamente dal prevalere dello scontro ideologico, favorito dal clima della guerra fredda: il problema è che questo peso ideologico che disumanizza e avvelena i rapporti è stato il filo rosso della vita repubblicana, e anche dopo il crollo del Muro di Berlino rimane incombente.
La terza osservazione è che celebrare la libertà non può essere un rito, ma è per l’oggi. E’ per questo che non si può celebrare la libertà senza da una parte riconoscere che anche oggi essa è minacciata, da noi stessi, oltre che dal potere, e dall’altra che la libertà è l’impegno quotidiano a che ogni uomo sia se stesso.
Usare il 25 aprile per riproporre un’ideologia, o usarlo per combatterla fa comunque parte di una stessa logica, quella che mette le idee davanti agli uomini. Io a questo non ci sto per il semplice motivo che ogni essere umano vale più di tutto il mondo; per questo motivo mi preoccupa che non solo nei palazzi del potere, ma anche negli ambienti di vita quotidiana si tenti di riproporre un affronto ideologico del 25 aprile, come di tanti altri problemi.
Mi preoccupa, perché lacera l’umano, anche se tale affronto è già stato condannato dalla storia. Del resto il 25 aprile è stato un po’ anche questo, la liberazione dalle ideologie, peccato che poi ce ne siamo dimenticati!

 Liborio Mingoia    - 27-04-2003
Le recenti farneticazioni sulla Resistenza sono uno dei tasselli di un mosaico di dichiarazioni e, soprattutto, di comportamenti che rappresentano la "spia" di un preoccupante andazzo della politica nel nostro Paese. Il ricordo della polemica sui libri di storia è ancora fresco e, ritengo, che la vicenda purtroppo non sia ancora conclusa. E' necessario vigilare con grande attenzione.

 Angelo Pinto    - 28-04-2003
Grazie Alba, finalmente una parola chiara sul significato della "Resistenza".
E' dai tempi in cui Violante, assumendo la presidenza della Camera e parlando di pacificazione, ci ha condotto a barcamenarci con interpretazioni sempre più indecenti. Non meravigliamoci del solo Berlusconi.