Joyce Lussu, la partigiana
Patrizia Caporossi - 24-04-2003


Joyce Salvadori Lussu
(1912-1998)


Il Liceo scientifico "Cambi" di Falconara M.ma (AN) ha organizzato un incontro pubblico su
"Joyce Lussu, la partigiana"
all'nterno dell'ottava edizione del ciclo di incontri pubblici
"Nel 2mila" (Matteo Ricci; Giacomo Leopardi; Gioacchino Rossini; Maria Montessori) in collaborazione con il Comune di Falconara M.ma.

L'incontro specifico è stato inserito come conferenza capofila delle iniziative comunali per il 25 aprile
("...era giunta l'ora di resistere...").







Joyce nasce a Firenze nel 1912 da genitori “progressisti”, di origine marchigiana, aristocratica e terriera. La madre, Giacinta Giacchetti di padre romano e madre inglese, aveva sposato Guglielmo Salvadori di Porto San Giorgio nell’ascolano, anche lui mezzo inglese. Il padre aveva tradotto le opere del filosofo positivista Herbert Spencer per l’editore Bocca di Torino, a causa del suo impegno antifascista era stato costretto a trasferimenti continui, costringendo così la famiglia a frequenti spostamenti e, infine, all’esilio in Svizzera. Joyce vive gli anni dell’adolescenza, ricevendo un’educazione non formale e molto collegata agli interessi culturali e politici della famiglia, in un clima aperto al dialogo, alla curiosità e ai rapporti sociali. Studia Filosofia con Jaspers, Rickert e Gunter a Heidelberg fino all’avvento del nazismo. Prenderà poi la laurea in Lettere alla Sorbona a Parigi e la laurea in Filologia a Lisbona, durante la vita clandestina della Resistenza. Dal 1933 al 1938 viaggia, comunque, moltissimo e, soprattutto, si reca in Africa. A Bengasi e a Port Said, nel Kenya, matura la sua attenzione per i paesi sfruttati e per l’ecologia, tanto che qui scriverà i suoi primi testi poetici, letti e apprezzati da Benedetto Croce sulle pagine della rivista da lui diretta, “La critica” (II, 1939) e di cui curerà la pubblicazione del 1939. Benedetto Croce coglie subito la forza del temperamento della giovane Joyce, così volitivo e laico, come sarà sempre. A Parigi, nel 1938, si unisce sentimentalmente a Emilio Lussu, “Mister Mill” per gli organizzatori della Resistenza in esilio, leader delle formazioni di “Giustizia e Libertà” e uno dei fondatori del Partito Sardo d’Azione, con il quale condividerà fino alla Liberazione la vita politica clandestina, narrata da Joyce in un testo, Fronti e Frontiere, del 1944, rimasto esemplare per lo stile, che lo storico e il critico letterario Gaetano Salvemini considerò “un capolavoro di semplicità, di chiarezza e di immediata efficacia”. Il libro, ripubblicato nel 1967 e nel 1969, è diventato un vero e proprio classico senza retorica, tradotto in inglese nel 1969 e in spagnolo nel 1979. Negli anni Sessanta si dedica a un proficuo lavoro di traduzione, introducendo in Italia e in Europa, poeti delle avanguardie africane e asiatiche. Traduce Nazim Hikmet, Agostino Neto, Josè Craveirinha, Alexander O’Neill, Ho Chi Mihn. Tali sue traduzioni non sono mai solo il frutto di analisi e studi filologici e linguistici, ma anche l’esito di grandi amicizie, rapporti interpersonali intensi, di grandi passioni personali e di un libero confronto con gli stessi autori: è la ricerca di un’affinità intellettuale e morale al centro del suo prezioso lavoro di traduzione. Nel saggio, Tradurre poesia, del 1967 lo sostiene con forza: “…tradurre poeti di diversa nazionalità e cultura è anche la narrazione della loro conoscenza, della loro ricerca per le strade infangate e impolverate dei loro paesi, africani, curdi, afgani …”. E’ quanto accade con la poesia di Nazim Hikmet, tradotto da Joyce nel 1964 e divenuto ben presto un best seller. E’ tra le prime a promuovere la causa (ancora oggi drammaticamente dimenticata o/e sottovalutata) del popolo curdo. La fisionomia intellettuale di Joyce è quella di una dimensione impegnata sul piano estetico, letterario e insieme politico. E’ tra i fondatori del Partito d’Azione (Pd’A) e anche dell’Unione Donne Italiane (UDI), partecipa come capolista alle prime elezioni amministrative italiane del 1946 e si occuperà fino alla fine dei Movimenti di Liberazione internazionali. E’ stata decorata, dopo la Resistenza, con la medaglia d’argento al valor militare. Ha militato, poi, sempre insieme al marito, nel Partito Socialista, nel Psiup e, dopo la morte di Emilio nel 1975, si avvicina, sempre con il suo spirito libertario, al Partito Comunista di Enrico Berlinguer e diventa poi segretaria della Sezione italiana della “Bertrand Russel Peace Foundation”. Scrive testi specifici sulla condizione della donna, come il famoso libro di impianto femminista, Padre Padrone Padreterno, del 1976 o come le sue ricerche di natura antropologica sulla Sibilla dell’Appennino marchigiano di cui il Libro Perogno su donne, streghe e sibille del 1982, dove raccoglie i racconti, le favole e tutte le tradizioni popolari, nate attorno al mito delle Sibille, le sacerdotesse dell’antico matriarcato dell’Appennino dell’Italia centrale. Profondo è il legame con le tradizioni (“le nostre radici”), con la storia locale, novità per la ricerca storica in quegli anni, quando, nel 1969, pubblica La Storia del Fermano, suo luogo di origine, battendosi affinché la storia locale potesse entrare nei programmi scolastici. Nel 1970, scrive il romanzo della sua famiglia, Le Inglesi in Italia, una trama fitta di personaggi veri, anglo-franco-marchigiani, che con quel comportamento no conformist delineano il suo immaginario e il clima in cui si è formata. Ma, l’amore per le tradizioni la porta anche in Sardegna, sua seconda patria per via di Emilio Lussu, leader dell’autonomismo sardo. Il tutto si colloca all’interno della sua personalità pacifista e nonviolenta, progressista e illuminista. L’impegno politico, la ricerca poetica, l’indagine storica sono poi riscontrabili anche nelle tante opere saggistiche e narrative dedicate alla guerra, al militarismo e all’ecologismo, come L’uomo che voleva nascere donna, 1978; L’acqua del 2000, 1977; Donne guerra e società, 1982 e moltissimi articoli e interventi svolti con grinta, in prima persona e a romanzi fantasiosiosamente veri, tipo Sherlock Holmes, anarchici e siluri del 1982, ambientato in una suggestiva Ancona del 1908. Tra le ultime opere: Alba rossa del 1970 con l’inedito Diplomazia clandestina di Emilio Lussu; Il turco in Italia ovvero l’italiana in Turchia del 1992, che narra l’evasione della moglie e del figlio del grande poeta, suo amico, Nazim Hikmet, organizzata da Joyce stessa. Gli ultimi anni li ha vissuti tra Roma, dove vive suo figlio Giovanni e San Tommaso di Fermo, davanti alla grande stufa di maiolica o nella veranda, che dava sul verde dell’amata campagna collinare marchigiana, della antica casa paterna, sempre aperta a chiunque volesse fermarsi a parlare, cucinando e mangiando insieme con la libertà dei gesti e delle parole: dirette, crude e così vitali per tutti e tutte. Joyce muore a 86 anni a Roma, dove è stata cremata, come il marito, il 4 novembre del 1998, reduce da un attacco cardiaco e da diverse disfunzioni fisiche, tra cui alcuni problemi alla vista che non le hanno impedito, però, di leggere fino alla fine. La morte l’ha colta, infatti, caparbia, con un libro di poesie tra le mani.







Sulla storia
di Joyce Lussu
(liberamente tratto dal testo di Silvia Ballestra, Joyce L., Una vita contro, Baldini&Castaldi, 1996)


“Non si può essere obiettivi nel fare storia. Vivendo la fai e se la fai, lo sei, diventi tu la storia. L’importante è l’onestà dello sguardo che non adombri, che non escluda pregiudizialmente. Nessuno non è nella storia.
Dicono che, per esempio, le donne non ci sono state. Dicono.
Le donne ovviamente vivono la vita, come tutti, generandola anche e, quindi,
vivono la storia del proprio tempo tanto che della loro presenza le cose hanno il segno e il senso. Ovviamente. Vivere è dare senso alla storia individuale e sociale dell’umanità. Sempre per tutti e per tutte. Indipendentemente da dove siamo o da chi siamo. Nulla può essere eliminato, cancellato, quasi ucciso, perché la vita afferma, sempre e ovunque, il suo esistere. Sempre. Che nessuno si senta chiamato fuori! Dipende dalla propria coscienza capirlo.
E qui sta la differenza (forse, fra noi). Anche se prima o poi ognuno arriva a capire questo fatto, anche quando ideologicamente lo nega, sottraendosi magari dalle colpe o dagli esiti negativi. C’è un tratto di storia in cui noi ci siamo stati: dove eravamo, da che parte guardavamo? E questo vale per ogni presente, anche l’odierno: qualsiasi esso sia. Bisogna chiederselo, quindi, perché anche lo sguardo è presenza. Niente è muto neanche il silenzio.
E questo è il diritto di ogni singolo incarnato nel suo essere umano e nel suo vivere necessariamente collettivo. E’ impossibile pensare alla storia del mondo senza gli uomini e le donne che l’ hanno prodotta e vissuta.
Noi siamo questi, non altro.”


RISONANZE DEL PUBBLICO
(studenti/esse, docenti, genitori ed esterni)
relative all’incontro al Liceo di Falconara di martedì 15 aprile 2003
“Joyce Lussu, la partigiana”
(prof. P. Caporossi*)


  • Grazie a Joyce Lussu ho capito che bisogna sempre essere se stessi e non dare peso ai pregiudizi degli altri e cercare anche di essere come Joyce che ha sempre esposto le proprie idee.
  • Mi ha colpito la lettura delle poesie e del brano tratto dal testo di Silvia Ballestra.
  • Vedere ascoltare esternare: tre verbi per essere se stessi e sapersi accettare per come si è; bellissimo poi il concetto di partigiana espresso e comunicato.
  • A me ha colpito il modo di esporre la figura di Joyce Lussu, in modo chiaro e anche ricco di dettagli tanto che mi sono particolarmente piaciute le numerose esperienze vissute da Joyce Lussu.
  • “Il più bello dei nostri mari/ è quello che navigammo,/ il più bello dei nostri giorni/ non lo abbiamo ancora vissuto,/ il più bello dei nostri figli/ non è ancora cresciuto,/ e quello di più bello/ che volevo dirti/ non te l’ho ancora detto.” (Nazim Hikmet). La citazione è a memoria e quello che volevo dire è grazie (…) per la fame di cultura, la voglia di conoscenza e gli occhi per trovare le risposte ai perché della vita (…), da una sua alunna: grazie!!!
  • Non ci sono solo radici, esistono anche gli innesti.
  • Joyce Lussu, giovane sempre: da non dimenticare. Bisogna essere fastidiosi, ingombranti e controcorrente come lei. Stupende le frasi sulla guerra terroristica. Attualmente Bush, seguito da Sharon, è il numero 1 (…).
  • Partigiana: che partecipa (…)
  • Avrei voluto vedere un dibattito-arringa di Joyce Lussu sulla guerra in Iraq.
  • Successo è il fatto che ha invece interesse per il succede e succederà. Il doppio senso (!!!) che ha estrapolato dalla domanda rivoltale nell’intervista. (…).
  • Mi ha colpito la sua voglia d’indipendenza dagli uomini. In fondo è così: da quando si nasce, non si è dipendenti da qualcuno? E’ curioso il suo volersi far chiamare Lussu.
  • L’enorme coraggio di interrompere i discorsi di chiunque per esprimere le sue idee.
  • La poesia delle Scarpette rosse m’ha fatto venire in mente altre scarpe che non verranno consumate.
  • Successo, succedere, succederà: non ci avevo mai pensato.
  • La sua grinta e il grande interesse nel far valere le sue idee.
  • Vedere, ho visto, successo, succede succederà.
  • Guardare per vedere, vedere per sentirsi parte, per sentirsi responsabili di quello che è e di quello che potrà essere (…).
  • Mi ha colpito come è stato trattato lo sguardo e la vista di Joyce Lussu.
  • Joyce Lussu avrebbe approvato questo odierno americanismo? Avrebbe prevalso in lei l’antiterrorismo o il pacifismo?
  • Joyce Lussu, Sibilla profetica, aveva intuito gli avvenimenti attuali.
  • Hai ragione dipende anche da noi!
  • Mi ha colpito la grande consapevolezza di essere parte della storia e, quindi, di possedere una potenzialità per poter intervenire, cambiare e fare la storia.
  • Mi ha particolarmente colpito il motivo per cui Joyce Lussu abbia voluto chiamarsi, dopo essersi sposata, con il nome del marito. Come può una donna che vive per la libertà e l’indipendenza accettare di cambiare il proprio nome? Bè, la spiegazione che dà è bellissima, infatti dice che il cognome che abbiamo è sempre quello di un uomo, di nostro padre e volente e nolente lo dobbiamo tenere, mentre nostro marito lo possiamo scegliere e così Joyce Lussu è riuscita a cogliere un pizzico di autonomia anche in questo.
  • Joyce Lussu può essere poetessa, scrittrice di storia, ma soprattutto è una donna che trasporta tempo e del suo tempo e del suo tempo trasporta la vita. Noi possiamo rivivere il tempo passato anche dalle sue parole. Noi siamo il risultato di ieri e saremo il solco per il discorso del tempo che tramandiamo agli altri.
  • Essere sempre se stessi senza farsi inquadrare.
  • (…) Be’, sì! Una gran donna (…) con il coraggio della provocazione, una gran forza, (…) la disponibilità come regola e il mettersi in gioco (…).
  • Il suo mondo, i libri, la cultura; i suoi nemici i nemici della cultura; oggi a Bagdad il museo archeologico, le biblioteche distrutti; i militari in guerra hanno difeso i pozzi di petrolio come se la cultura non valesse neanche un dollaro!
  • La personalità, l’autenticità, il coraggio, l’intelligenza, l’umanità di una donna quasi unica: Joyce Lussu. (…)
  • E’ bella l’immagine che dà Joyce Lussu nella poesia Non ci vedo (…), quella del riconoscere nel volto degli altri un sorriso, anche quando non c’è. C’è sempre la possibilità del bene nell’infinito male che ci circonda.
  • Quello che mi ha colpito di più di questa donna è la limpidezza che c’era nei suoi occhi e come fosse facile per lei il non avere pregiudizi verso gli altri, cosa molto difficile per tutti noi.


*Ringrazio per tutte le manifestazioni di affetto e di stima, ricevute durante e subito dopo la conferenza e anche per iscritto nei foglietti delle risonanze (che ho tenuto per me). Grazie di cuore: ognuno/a può essere quello che è grazie anche agli/lle altri/e e ai contesti in cui si trova a crescere, a maturare e a operare: in una parola, a vivere!
Grazie di nuovo, quindi, a tutti/e voi!
(P.C.)









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 ilaria ricciotti    - 24-04-2003
L'ultima volta che ho sentito la tua voce al telefono, tenera e forte Joyce era la prima settimana di luglio.
Mi hai chiesto, da donna matura, se ero pronta a fare un bliz in una comunità lager che in molti conoscevamo.
Questa tua richiesta mi ha disarmato. Avevo paura di ciò che ci avrebbe potuto riservare tale dolorosa, ma giusta avventura. Poi, sentendo la tua voce sicura, decisa e rassicurante, ti ho risposto che avrei accettato di seguirti.
Purtroppo non abbiamo potuto portare a termine il nostro obiettivo. Non ti ho più rivista cara Joyce, ma ora quella comunità lager non c'è più: le forze dell'ordine sono intervenute per spazzarla via.
Tuttavia anche noi abbiamo contribuito a ridare la dignità a coloro che erano considerati, da individui senza scrupoli, persone che non meritavano di vivere.

Ciao, Ilaria


 piero menzietti    - 15-04-2004
Ciao , sono Piero, non ci conosciamo, tuttavia vi scrivo per dirvi che ho visto la pagina dedicata a Joyce Lussu in occasione dell’incontro con lei a macerata. Io vivo vicino a San Benedetto del Tronto ed insieme ad alcuni compagni stiamo realizzando un video racconto su Joyce in quanto abbiamo provveduto a far ristampare un suo libro, l’acqua del 2000.

Ora stiamo organizzando alcune iniziative in Sardegna e guardando il sito ho pensato di “rubarvi” la scheda della sua vita.

In tutto questo lavoro nessuno percepisce denaro. È solo militanza.

Non so se queste informazioni possano interessarvi.
Stiamo cercando contatti per recuperare materiale su Joyce.

Saluti

Piero e Adele