Il posto di frontiera
Marino Bocchi - 12-04-2003
Il posto di frontiera e’ un bazar sporco e maleodorante, il prato che costeggia l’asfalto un’enorme pattumiera dove, al vento gelido che spazza la pianura, fogli e fazzoletti ti danzano attorno e vanno a sbattere contro i fianchi del pullman. Il mio è in fila da alcune ore. Davanti, a pochi metri, transitano lente comitive di studenti italiani in gita verso Praga. Il gruppo che accompagno io, insieme ad altri 5 colleghi, e’ composto da tre classi, quasi tutte femminili e cinque alunni disabili. Fra le ragazze, tre extracomunitarie: una italo americana con passaporto USA, un’albanese, una marocchina. Delle tre, la prima e’ una mia carissima alunna, la terza una mia altrettanto cara ex studentessa. E’ una di quelle ragazzine arabe orgogliose di esserlo. Abituata a sostenere con lucidità e carattere le ragioni dell’Islam nelle infinite discussioni in classe coi compagni, che peraltro le vogliono molto bene. E’ occidentalizzata al punto da aver assimilato un certo nostro costume, ascolta la nostra musica, parla con quello strano e misterioso slang giovanilistico che mi fa sentire sempre un analfabeta quando ci capito in mezzo.

Fa parte di quelli che il sociologo Stefano Allievi definisce gli arabi della seconda generazione, disponibili a farsi contaminare dalla nostra cultura quel tanto che basta per sopravvivere e godersela la vita, ma indisponibili ad ogni aggiustamento o patteggiamento sui principi. Si sentono insieme come gli altri e diversi dagli altri. E’ una ragazza intelligente e spiritosa, Manal: la chiamerò così anche se non è il suo nome. Ci ho messo due anni per imparare a pronunciarlo correttamente. E adesso che lo so, mi diverto a punzecchiarla e lei si diverte a punzecchiare me. Giochiamo, io, sui luoghi comuni della sotto-cultura leghista e stracciona, lei su quelli del fondamentalismo letto alla maniera di Vittorio Feltri. Manal ha lo sguardo malinconico e assorto delle ragazze arabe, l’espressione dolcissima in un volto abituato a cambiare spesso espressione, a rispondere con la durezza improvvisa e orgogliosa dei lineamenti alla minaccia raccolta negli occhi di chi intuisce dal colore della sua pelle olivastra la presenza del nemico. Questo suo sguardo malinconico me lo ritrovo spesso alle spalle camminando per le strade di Praga. Lei finge di arrabbiarsi ai miei scherzi ed io ai suoi, poi ci prendiamo a braccetto e contiamo le statue del ponte Carlo.

Il posto di frontiera e’ un luogo delle delizie, per i ragazzi: il duty free offre sconti a prezzo di saldo per le stecche di sigarette. Ognuno ci va per comprare la sua, io la mia. Racconto a Manal e alle altre che di là dalla dogana si estende la foresta e sulla radura, tanti anni fa, vidi all’ora del tramonto centinaia di caprioli e cervi a brucare l’erba fresca. Non li vedrò, questa volta. Sugli spiazzi erbosi sono sorti come funghi fast-food e locali notturni e anche Tabor, la mia Tabor, dove scendevo sempre coi ragazzi a raccontare che lì era sorta la prima comunità moderna di eguali ispirata dall’eresia ussita, sembra ormai un luna park.

Finalmente sale il funzionario ceco. Abbiamo tutti il passaporto collettivo, tranne le tre extracomunitarie, che hanno quello personale. Il funzionario chiede di vederli. Prende quello americano fra le dita, lo osserva, neppure lo apre, lo restituisce. Prende gli altri due, li analizza a lungo, li sfoglia. Chiede alla marocchina e all’albanese di firmare un foglio. Ci fa cenno di attendere. Va in ufficio, torna quasi subito. Passaporti regolari, si può finalmente partire. Si passa la frontiera. Scivolo al fondo del pullman da Manal. Hai visto, le dico, ecco come trattano quelli come te. Sta al solito gioco, sorride ma gli occhi non sorridono...”hanno ragione, siamo tutti potenziali terroristi o kamikaze”. La mattina dopo, prima di partire in visita per Hradcany, mi dirà che ha passato la notte a seguire su Al Jazeera la guerra in Irak. “Saddam e’ un criminale, noi arabi non lo abbiamo mai amato. Ma la guerra non è contro di lui, è contro l’Islam e se riesce a sopravvivere diventerà un eroe per noi”. E il suo volto ha i lineamenti duri e orgogliosi dei momenti in cui le sta di fronte il nemico.

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