La guerra e l'infanzia che scompare
Noemi Lovei - 28-03-2003
Primo giorno di guerra.
“Avete parlato della guerra a scuola?”, chiede il papà a suo figlio che fa la quarta elementare. “No”, risponde il bambino senza aggiungere niente.
Secondo giorno di guerra.
“Avete parlato della guerra a scuola?”, chiede il papà nuovamente. “No”, risponde il bambino e comincia a parlare d’altro.
Terzo giorno di guerra.
Il papà per la terza volta ripete la stessa domanda: “Avete parlato della guerra a scuola?”. “No”, arriva la solita risposta. Allora il papà decide di esprimere il proprio disappunto, quando…

…la sigla del telegiornale annuncia guerra, bombe, feriti, morti.
Il bambino in un attimo gira le spalle allo schermo:
– Allora io me ne vado – dice pieno di angoscia ed esce dalla stanza.

L’episodio, realmente avvenuto, fa riflettere su tante cose.
Una di queste riguarda alcuni concetti di base della psicologia infantile, come la costruzione dell’autostima, la fiducia in sé e negli altri. Ogni educatore sa che senza l’autostima lo sviluppo del bambino non è equilibrato ed armonico. Ma sappiamo anche, pur parlandone poco anzi pochissimo attualmente, che il bambino ha bisogno di aver fiducia in sé come ha bisogno di aver fiducia negli adulti, nel mondo dei “grandi”, nella vita in generale, in particolare e in ogni senso. Questa fiducia nel prossimo e nel futuro rende il bambino sereno, capace di concentrare le proprie forze ed energie sulle cose che deve elaborare ogni giorno: non solo le grandi notizie, ma i piccoli-grandi conflitti nei suoi rapporti interpersonali, pensieri e stati d’animo, propri e altrui, a volte imprevedibili, inspiegabili o contraddittori, le proprie conquiste come i propri insuccessi e così via… Che fatica!
Girare le spalle sembra allora una lecita autodifesa, pari allo sforzo con cui un piccolo cerca di credere che l’uomo nero non esista (“È vero, Mamma?”), di pensare che il giorno nuovo comunque e sempre sorgerà (“Papà, è vero che dopo il buio viene il sole?”).
Circola da una ventina d’anni l’idea che “l’infanzia è scomparsa”, i bambini di oggi diventano adulti troppo presto. Ad esempio, qualche decennio fa, un bambino non doveva sapere dove si trovano Iraq, Kuwait o New York, non doveva conoscere il nome e il volto del presidente Bush, del dittatore Saddam Hussein e neanche del cavaliere Berlusconi. Non doveva affrontare e capire con tanta urgenza e prepotenza il perché di tante morti per una guerra, per un terremoto, per la violenza gratuita di genitori e figli alienati. Forse era meno solidale, ma aveva sicuramente meno incubi.
Certo, un bambino qualche decennio fa aveva le sue preoccupazioni e non doveva andare lontano per sentirsi depresso. Non tirava un’aria buona né in casa né nella scuola autoritaria, punitiva e selettiva. Tutto sommato sarà vero: il mondo non va indietro, lo sviluppo procede sempre “in senso positivo”.
Nonostante ciò, l’idea dei bambini adulti dovrebbe disturbare non poco i sogni degli educatori onesti e la coscienza delle persone responsabili: genitori, politici e così via.

Una seconda questione che emerge a proposito dell’episodio raccontato, riguarda invece la scuola, una volta severamente rimproverata perché ermeticamente chiusa, impermeabile ad ogni forma di pensiero autonomo, ad ogni evento, ad ogni segno di vita sociale. Poi tutto è cambiato, prima fuori, poi, molto lentamente, anche nella scuola. L’insegnante ha portato in classe i quotidiani, è arrivato (dove è arrivato) il televisore, il videoregistratore e il pc, i testi sono diventati più ricchi, gli argomenti più vari, sono entrati gli esterni, le “educazioni” e finalmente la scuola ha cominciato ad essere presente partecipando a manifestazioni, feste e proteste, collette e trasmissioni televisive. Ora la scuola è nuova, moderna, aperta a tutte le idee o quasi. Sorge un unico dubbio: sarà responsabile anche la scuola? Anche nelle aule si è costretti a trasformarsi in piccoli adulti? Scuola dell’infanzia: a 2 anni (aggiungiamo pure: “ e mezzo”, ma solo per confondere le idee). Scuola elementare: a 5 anni.
Avrà la sua ragione quell’insegnante che in questi giorni non parla (più) della guerra?!
Pensa e ripensa, tutte e due le questioni portano allo stesso problema: com’è il nostro modo di comunicare con i bambini? Quant’è forte la nostra disponibilità ad immedesimarci?
Non c’è dubbio: è più facile trattare i bambini da adulti. È più comodo parlare e parlare, senza cercare le parole giuste, far vedere, ma mai spiegare, far partecipare e a nostra volta, mai e mai partecipare a ciò che loro sentono, fanno o pensano.
E invece si può parlare anche della guerra con un linguaggio adatto, si può far capire in tono sereno e non allarmante che una specie di uomo nero esiste qua e là, si può spiegare una morte con tatto, con molta delicatezza (perché si tratta di cose “grandi” e tristemente “serie” che non fanno parte della normalità), si può affrontare angosce se si vuole rassicurare, si può essere, insomma, adulti attenti e sensibili. Se si vuole prima di tutto difendere l’infanzia. Difendere che equivale a rispettare.


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