breve di cronaca
La riforma della scuola: fatta la legge, la strada è ora tutta in salita
Infantiae.org - 27-03-2003


Intervista a Franco Frabboni, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione Primaria, Università di Bologna.


Domanda
E’ stata definitivamente approvata dai due rami del Parlamento la nuova legge sulla riforma del Sistema Scolastico Italiano. Che cosa ci dobbiamo aspettare?

Risposta
Ora occorre attendere i Decreti Delegati attuativi della legge ai quali il Ministro è chiamato. La legge si presenta leggera: è composta di soli sette articoli e, nella sua leggerezza, ha diverse zone ambigue, non chiare, rispetto alle quali, si spera, i Decreti Delegati potranno assumere posizioni diverse rispetto ad una prima lettura della legge che in alcune sue parti apre a soluzioni diverse. Nutriamo la speranza che i Decreti Delegati potranno migliorarla.
Il Ministro ha a disposizione due anni di tempo per la loro definitiva emanazione e in questo arco di tempo si spera che siano attivate delle commissioni di lavoro autorevoli, ed adeguatamente rappresentative, con il compito di precisare e costruire i percorsi della riforma per quanto riguarda tutti i gradi scolastici.

Domanda
Un primo elemento che pare preoccupare molti è quello dell’anticipo. Qual è il suo punto di vista in merito?

Risposta
E’ chiaro che per la scuola dell’infanzia e per la scuola primaria questa legge rappresenta un terremoto. Lo sconvolgimento è rappresentato da una parte dall’anticipino (la possibilità di accesso non più a tre anni ma a due anni e mezzo), dall’altra dalla reintroduzione del “maestro prevalente” (che, nella sostanza, vuol dire il ritorno al maestro unico: un maestro di fatto ‘tuttologo’ della classe, almeno all’inizio della scuola primaria).
Va ricordato che l’anticipo non è stato voluto dal Governo sulla base di scelte pedagogiche, che sarebbero state legittime. Il bambino e la bambina di oggi non sono più quelli di cinquant’anni fa, sono immersi in una galassia di informazione visiva, elettronica ed anche verbale che li sollecita fortemente e li alimenta sul piano delle conoscenze. Anticipare l’obbligo, cioè chiamare a scuola tutti i bambini anticipatamente, sarebbe una scelta condivisibile che, per quanto mi riguarda, ho sempre sostenuto. Al contrario, questa forma di ‘anticipino’ è stata messa in campo soltanto per potere chiudere la secondaria a 18 anni invece che a 19. La scelta di reintrodurre, un ottennio tra scuola primaria e scuola media avrebbe riportato il terminal della scuola secondaria a 19 anni, in sostituzione del settennio previsto dalla proposta Berlinguer.
L’Europa chiedeva e chiede con forza ai 15 paesi (o ai 25 del prossimo anno) la conclusione degli studi scolastici a 18 anni e l’attuale Governo ha messo in atto l’escamotage (o il pasticciaccio?) di questo anticipino il cui volante è stato dato in mano alle famiglie. Gli esiti potranno essere quanto meno curiosi: nella prima classe della futura scuola Primaria potranno trovarsi insieme un bambino di cinque anni e quattro mesi ed uno di sette.
Dico tutto questo con una valutazione positiva sull’anticipo: condiviso il principio ma certamente non la soluzione organizzativa adottata.

Domanda
Perché la scelta dell’anticipo è priva di ragioni pedagogiche?

Risposta
L’anticipo, non costruito pedagogicamente sul bambino della scuola dell’infanzia e della scuola primaria, ci fa pensare che questa legge voglia assecondare una sorta di pseudo-pedagogia o pseudo-cultura oggi in voga e di moda, frutto anche del dominio del mediatico: sembra essere prefigurato un bambino velocizzato, accelerato, che deve lasciare anzitempo il suo mondo ludico, magico, animistico e fantastico. La legge prende le distanze dalle “dimensioni di sviluppo” che gli Orientamenti del ‘91 segnavano con forza, e cioè dalla sfera affettiva sociale, cognitiva, valoriale ed etica, propria del bambino dai tre ai sei anni. Il bambino viene in qualche modo ‘rapinato’ precocemente del suo mondo per essere proiettato verso l’alto, per accelerare il suo sviluppo, per divenire un adulto in piccolo. Questa società della velocizzazione, dell’anticipazione, del porsi sempre in avanti, brucia il tempo di vita dell’infanzia e non lascia al bambino il tempo di sostare un momento a riflettere, a considerare il proprio mondo esistenziale. E’ una sorta di rapina pedagogica: i bambini hanno il diritto al proprio tempo.

Domanda
La legge vuole affidare un ruolo di primo piano alla famiglia. Qual è il suo punto di vista in merito?

Risposta
Da sempre la scuola ha avuto come pilota l’insegnante e insieme, all’insegnante anche tutta una serie di altri copiloti, compresa la famiglia. Ora è previsto, insieme all’insegnante prevalente, un unico copilota che è la famiglia. Anzi, in certi casi è la famiglia che pare essere da sola al volante. L’insegnante dovrà stare a guardare ciò che deciderà la famiglia perché in gran parte decide sul portfolio, sulla biografia, sul diario, sulla storia del bambino. La famiglia decide se anticipare o non anticipare, se utilizzare ‘quote-orario’ per attività private che i bambini possono svolgere nel territorio e non a scuola, aprendo inevitabilmente la forbice fra le famiglie ricche e quelle povere. Tutto questo non appartiene all’alfabeto pedagogico.
Come pedagogisti siamo preoccupati dall’esproprio che viene prodotto all’inizio del sistema scolastico. Oltre al fatto che la scuola dell’infanzia rischia di diventare di due anni e mezzo: se la scuola primaria inizia a cinque anni e mezzo non sappiamo a che età le famiglie iscriveranno i bambini alla scuola dell’infanzia. E’ possibile che la scuola dell’infanzia stessa si riduca a due anni e mezzo, divenendo una sorta di servizio a domanda individuale.

Domanda
A parte gli elementi di criticità che ha sottolineato, qual è uno degli aspetti positivi più significativi di questa riforma?

Risposta
Innanzi tutto, la riconferma dell’idea che il bambino e la bambina siano collocati al ‘centro’ del sistema scolastico. La legge mette in campo il concetto di “personalizzazione” con l’aiuto del tutor, anche se il tutor è lo stesso insegnante prevalente. Anche in passato, quando nella scuola elementare operava un unico insegnante per ogni classe, era chiaro che era anche colui che personalizzava in qualche modo l’attenzione ai processi di sviluppo dei singoli bambini. Questa accentuazione della personalizzazione, la determinazione di un insegnante unico che è anche tutor è un elemento positivo in quanto impegna la scuola non solo a tenere conto della mente del bambino ma anche, per così dire, del cuore, cioè delle sue dimensioni affettive, emotive e sociali.

Domanda
Un fiore all’occhiello di questa riforma sembra essere l’introduzione del laboratorio di informatica e di lingua straniera. E’ così?

Risposta
Si tratta di un altro aspetto che confido positivo, anche se, a ben vedere, non è ben espresso nelle Indicazioni Nazionali e nelle Raccomandazioni. Che si affermi il principio del laboratorio è importante. Attenzione, però. Informatica e lingua straniera non sono laboratori, sono aule specializzate. Il laboratorio è ad esempio quello musicale, quello delle attività motorie, della manipolazione, ecc. Non è inoltre chiaro chi saranno i docenti. Se saranno, ad esempio, i docenti in soprannumero della scuola media che potranno essere ‘prestati’ alla primaria, se saranno figure di laureati pescati da graduatorie ad hoc in quanto “laboratoristi” o altro ancora. Siamo preoccupati che i laboratori possano diventare un ambito professionale sotto-qualificato, perché negli Ordinamenti della formazione universitaria degli insegnanti non c’è traccia per ora del concetto di laboratorio e di figure legate al laboratorio, ma si fa riferimento soltanto agli insegnanti di classe.

Domanda
E per quanto riguarda il portfolio?

Risposta
Anche questa non è una novità italiana. Anzi, su questo concetto arriviamo buoni ultimi in Europa. E’ la biografia, la narrazione, il diario, la telecamera accesa nella scuola sui singoli bambini. E questo è positivo, ma c’è anche il rovescio della medaglia. La preoccupazione è che il curatore del portfolio sia solo l’insegnante tuttologo e la famiglia, perché costruirebbe un sistema chiuso. Dovrebbero comparire anche altri soggetti che concorrono al sistema formativo, come il dirigente, i laboratoristi, ecc.

Domanda
Quale idea di competenza emerge da questa riforma?

Risposta
Un ulteriore punto positivo che ho più volte sottolineato è il principio delle competenze che coinvolge anche la scuola dell’infanzia. Troviamo però una definizione quanto meno curiosa del concetto di competenza. La competenza non può essere riconducibile alla riproduzione, a pappagallo, di saperi prescritti dalle Indicazioni Nazionali e dalle Raccomandazioni. In tali documenti le competenze appaiono come una sorta di saperi da ripetere, come abilità esclusivamente da riprodurre, come semplici automatismi.
Essere competente significa sapere, saper fare, saper essere. Godere di padronanze disciplinari ed interdisciplinari. Di tutto questo non si trova traccia nelle Indicazioni.
Anche in questo caso cioè ci troviamo di fronte ad una medaglia a due facce. Da un lato la competenza rappresenta un elemento importante per la scuola dell’infanzia, dall’altro temo che la competenza, così come definita nelle Indicazioni e nelle Raccomandazioni, trasformi la scuola futura in una sorta di saperi a quiz, organizzati su prestazioni, per così dire, a pulsante. Si corre il rischio di promuovere un’intelligenza “scattista”, velocizzata sul piano mnemonico ma vuota sul piano delle formae mentis, delle padronanze endogene, delle competenze trasversali, interdisciplinari.
Questo è tutto ciò che dovrebbero fare i Decreti Delegati: dare luce alle facce oscure di queste medaglie, far scomparire gli elementi opachi e far brillare gli aspetti che sono positivi.


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