breve di cronaca
Vademecum
Corriere salute - 26-03-2003

Vediamo come è opportuno parlare della guerra ai bambini nelle diverse fasce d’età, in modo d’essere certi di adeguare le nostre spiegazioni alle loro reali capacità di comprensione.

DAI 2 AI 5 ANNI
«In quella che possiamo indicare come "l'età del gioco", il bambino non riesce a distinguere nettamente, nelle immagini Tv, una guerra vera, da quella simulata nelle fiction. La ripresa Tv dell’aereo che realmente bombarda non è, perciò, di per se più traumatizzante di quanto il bambino ha già visto nei film o nei cartoni» dice il professor Burgio.
Ma se davanti ad immagini violente, vere o finte che siano, il bambino si spaventa, che cosa dirgli?
«Il bambino, per sua natura, tende all’egocentrismo - aggiunge Silvia Vegetti Finzi -. Quindi, prepariamoci a rispondere a domande quali: "Bombarderanno la nostra casa?", o " Che cosa mi succederà?". Per non fargli vivere la guerra come una minaccia personale, suggerisco di dargli risposte che tengano conto delle sue conoscenze. Il richiamo alle favole che gli sono familiari, per esempio, può offrire spunti per spiegare l'eterna lotta tra il bene e il male. Oppure, si può fare leva sugli "altrove", tanto cari alla fantasia dei più piccoli, per spiegare che la guerra non è vicina, ma fortunatamente è "laggiù, in un paese lontano, lontano ..."».
Dunque la guerra è lontana. Ma, la televisione non è delicata con i bambini; anzi, durante un conflitto spesso mostra loro più di quello che dovrebbe. Come comportarsi, allora?
«Mai cambiare canale o spegnere la TV. Le emozioni dei bambini non vanno spezzate, ma lasciate sedimentare qualche secondo in silenzio, poi commentate con chiarezza e brevità. Altrimenti, si rischia di ingigantire situazioni e di "portare" in casa paure inutili che, ai più sensibili, possono causare ansia o incubi» risponde la professoressa Vegetti Finzi.

DAI 6 AGLI 11 ANNI
«A questa età, il bambino - spiega Burgio - è in grado di distinguere realtà da fiction e si rende conto della gravità di quanto vede. Come un adulto può immedesimarsi nell'evento e pensarsi potenzialmente coinvolto, ma, a differenza di un adulto, non ha gli strumenti per razionalizzare e circoscrivere la sensazione di rischio».
«Per riportare il conflitto "mondiale/universale" nei suoi giusti confini - aggiunge Vegetti Finzi - basterà munirsi di carte geografiche e mostrare le regioni colpite».
«D'altra parte, - riprende Burgio - per un bambino di questa età, le relazioni al di fuori dell'ambito familiare sono già talmente estese che non ha senso porsi il problema del "far vedere" o "non far vedere": verrà a conoscenza dell'evento. Diventa quindi fondamentale il comportamento dei genitori che dovranno, anche "forzando" la realtà, tranquillizzarlo sull'impossibilità che una cosa del genere possa capitare a lui e dove lui vive. E le "rassicurazioni" dovranno sempre essere motivate e almeno verosimili». Quindi, come rispondere alle domande su armi chimiche e batteriologice? «Spiegando - dice Vegetti Finzi - che gli uomini per ogni arma di distruzione, hanno creato un sistema di difesa. Contro le pallottole i giubbotti antiproiettile, contro le bombe i rifugi. E così pure per le armi chimiche e batteriologiche, che hanno i loro antidoti». E come rispondere a un imbarazzante "tu, da che parte stai?" «Parlare con franchezza, secondo le convinzioni personali» afferma la psicologa. «I pacifisti, riconoscendo l'esistenza/necessità della guerra solo come forma estrema di difesa, possono denunciare la loro avversione per ogni sopraffazione. Gli schierati, invece, dovrebbero utilizzare molti "secondo me..., questo è il mio parere..." per evitare di generare certezze assolute o fanatismi».

DAGLI 11 AI 14 ANNI
Inutili, a questa età, i giri di parole e le reticenze. La guerra c'è e i giovanissimi ne sono consapevoli. «Sono comunque in un momento della loro evoluzione in cui razionalità ed emotività sono separate da confini esilissimi» mette in guardia Burgio. «Importante, per l’equilibrio di un ragazzino, è che ci sia da parte dei genitori la disponibilità all'elaborazione critica del perché possono accadere cose di questo tipo e, ancora, un intervento tranquillizzante, non finalizzato a minimizzare, ma sempre a rassicurare sul fatto che "lui" non corre rischi».
E davanti alla domanda "perché questa guerra?
«Qui ogni genitore ha il dovere di dare risposte chiare, a costo di denunciare la sua "ignoranza", o disinteresse» sottolinea Vegetti Finzi. «Tuttavia, è d'obbligo per tutti sottolineare il fatto che in ogni guerra non ci sono né vincitori, né vinti; ma solo desolazione e distruzione».

Flavia Fiori

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