L’ho aspettata fuori
Anna Pizzuti - 25-03-2003
“Ti aspetto fuori!” in genere è una minaccia.
Per me oggi è stata una necessità.

Alla facoltà di Sociologia di Roma si presentava un libro che raccoglie un’esperienza di ricerca-azione sull’educazione ai diritti umani, proposta alle scuole del Lazio dall’allora I.R.R.SA.E., in collaborazione, appunto, con la Facoltà di sociologia.
Bella l’esperienza, interessante la formazione, buoni i risultati, ma non è di questo che intendo parlare.

Tra le autorità che presenziavano all’evento, c’era una Dirigente scolastica che fa parte della Direzione generale del MIUR per la formazione e l’aggiornamento del personale della scuola.
Il suo intervento, tutto dedicato all’attenzione che, da parte del MIUR viene rivolta all’educazione ai diritti era incentrato su tre punti:

 l’educazione alla convivenza civile inserita nei programi della scuola media;

 l’intenzione di undici assessorati regionalialla scuola ed alla formazione di avviare progetti analoghi a quello al quale noi avevamo partecipato;

l’ auspicio che anche nei curricoli previsti per il sistema di istruzione, per gli otto licei, l’educazione ai diritti umani entri a pieno titolo.

Sul primo punto, in verità il ragionamento non è stato molto conseguenziale, in quanto la Dirigente ha cercato di tenere insieme l’introduzione della disciplina specifica che andrebbe – a suo avviso - inserita nelle attività di laboratorio - e la trasversalità dell’educazione ai diritti umani.
E nemmeno sul secondo punto, almeno secondo me, perché nel momento in cui considerava molto positivo l’interesse degli assessorati regionali e ricordava il ruolo di questi enti nella determinaione del curricololo lo collegava alla famosa quota del 15% che, secondo il decreto isitutivo dell’autonomia scolastica spetta alle scuole.

Mentre la ascoltavo esporre ed argomentare sentivo salirmi dentro un’irritazione profonda.
Per l’impostazione generale del discorso, narturalmente: l’educazione ai diritti come scoperta recente ed innovativa che questo MIUR e solo questo, sta valorizzando.
Ma ormai siamo abituati: avant nous le déluge, e non aprés nous.
Ma quando l’ho sentita affrontare il terzo punto: l’educazione ai diritti nel sistema di istruzione, il modo in cui dovrà essere introdotta, il modo in cui dovrà essere organizzata, negli otto licei otto, l’irritazione è diventata incontenibile.
E allora ho fatto un gesto che mai avrei pensato di poter fare. Ho alzato la mano per interrompere.
In realtà già durante un precedente intervento c’era stata un’interruzione: era entrato un ragazzo a chiedere soldi ai presenti. Con molta naturalezza: prima al tavolo delle autorità, poi a noi del pubblico. E in un consesso sui diritti, se pure con molto imbarazzo, è stato accettato, anche se alla fine da dietro il tavolo è venuto fuori qualcuno che lo ha, educatamente, allontanato.
Naturalmente la mia mano alzata, se pure è stata notata, non è stata presa in considerazione e la relatrice ha tranquillamente continuato l’intervento. Come era giusto che fosse.
Concludendo, ha chiesto scusa per non poter rimanere fino al termine dei lavori. Ed è allora che mi è venuta l’idea di andare ad aspettarla fuori.
E l’ho fatto.
Con molta calma, quando è uscita, le ho mostrato il libro. Che ha, sulla copertina, l'immagine – piuttosto rozza, lo riconosco, ma efficace – di un domino, che era il logo del nostro progetto.
Gliel’ho mostrato, le ho spiegato di cosa si trattava e le ho fatto notare che, essendo il nostro un istituto professionale e non essendo stato da lei nemmeno nominato tra i destinatari dell’educazione ai diritti, ne deducevo che per il futuro ai nostri ragazzi questa educazione non era più destinata. Debbo averle fatto pietà, perché mi ha fatto una carezza e mi ha detto: ma su, non si preoccupi, staremo a vedere….
Questo atteggiamento mi ha irritato ancora di più, così ho continuato: come poteva parlare di diritti, quando la sua bella legge delega ha abolito l’obbligo scolastico?
A quel punto il suo tono è cambiato, niente più carezze.
Quasi fuggendo, mi ha detto: “Io non c’entro, non c’entro, non è di mia competenza…non c’entro”
Ed è sparita. Volata via.

Naturalmente potrei tenere per me questa storia e considerarla una delle tante figure barbine che mi contraddistinguono, ma non riesco a vergognarmene. Anzi, mi chiedo: sono io che dovrei vergogarmi?

PS Per onestà debbo confessare che l'immagine è stata scelta perchè era l'unica presente nei progetti presentati dalle scuola. Ma alla Dirigente questo non l' ho detto.






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