Roma: 24 marzo 1944
Grazia Perrone - 22-03-2003

Lunedì 24 marzo ricorre il 59° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine e – per una curiosa coincidenza – tale ricorrenza collima con due eventi tra loro non sovrapponibili, ma di grande significazione sociale ed umana.

Il primo evento - selvaggiamente brutale e antistorico - è rappresentato dalla guerra in Irak. Col suo corollario di morte, distruzione, lutti. E fatta di tanti … perché. Ai quali è difficile dare delle risposte razionali che non siano slogan. Come quello – cinico come pochi – di “libertà per l’Irak”. Quasi fosse possibile imporre la “libertà” a colpi di cannone.

Il secondo è rappresentato dallo sciopero - finalmente unitario - della scuola che protesta (non solo per il rinnovo contrattuale) ma anche e, forse, soprattutto contro una politica di riforma scolastica alla cui elaborazione teorica e pratica gli “operatori” (intesi come personale docente e non) ne sono stati esclusi.

In questo contesto e con l’orecchio costantemente rivolto ad ascoltare le notizie provenienti dalla radio vorrei ricordare il clima di quei giorni di brutale occupazione nella Roma antifascista. Lo farò citando due documenti. Il primo è rappresentato dalla toccante testimonianza di Carla Capponi. Partigiana. Medaglia d’Oro al valore e una delle componenti il gruppo che compì – materialmente – l’attentato di via Rasella, che servì da pretesto per la rappresaglia nazista. Che ricorda un suo compagno - col quale aveva diviso gli stessi valori e la stessa passione politica – caduto quel tragico pomeriggio di 59 anni fa.

Il secondo documento, invece, chiarisce le modalità con le quali la strage fu scoperta – casualmente – da un gruppo di ragazzi. Ambedue le testimonianze sono tratte da due libri scritti dal prof. Antonio Lisi al quale va il merito di aver dato il giusto riconoscimento storico a due personaggi nati e vissuti nella cittadina pugliese di Terlizzi. Sacerdote, l’uno. Comunista e partigiano l’altro. Il primo animato da cristiana solidarietà. Il secondo da passione politica, civile ed etica. Entrambi caduti a Roma. Il 24 marzo 1944.

***

Gioacchino, una guida ideologica per il partito [1]
di Carla Capponi**

Dopo l’otto settembre Gioacchino tornò a trovarci; la mia casa era già a disposizione del PCI per le riunioni clandestine. Lallo Bruscani, Giacomo Pellegrini, Adele Bei ed Egle Gualdi vi tenevano riunioni. In una stanza ospitavamo anche i Cattolici comunisti, la casa era divenuta il punto di raccolta per la distribuzione al centro di Roma dei giornali: l’Unità e la Voce Operaia: Gesmundo mi propose di organizzare ed ospitare un corso per la formazione ideologica dei compagni. Trovammo modo di sgomberare una stanza. Gioacchino preparò un paio di lezioni su vari temi politici. Vennero a svolgerli, oltre a Gesmundo, Giacomo Pellegrini, Luciano Lusana, Mario Leporatti. La discussione più accesa ebbe luogo su due questioni:

  • l’attesismo dei moderati, che si preparano per l’ora X restando nascosti, in opposizione alla tesi dell’intervento immediato secondo la richiesta degli alleati di colpire il nemico ovunque si trovasse;
  • quale fosse il nemico principale da combattere, se il nazismo o il fascismo, o entrambi.


La risposta fu scritta dalla storia dei mesi che seguirono, che videro i Romani, nella stragrande maggioranza, opporsi a nazisti e fascisti con straordinario coraggio.
Io passai ai GAP centrali del PCI e non rividi più Gesmundo. L’ultima volta che mi recai a via Licia per prelevare della balistite era autunno inoltrato. Gesmundo mi mostrò un ritratto di Lenin, (forse ricavato da qualche rivista). Non gli dissi che passavo ai GAP, ma quando fui sulla porta convinta di andare a fare un lavoro più rischioso del suo, lo salutai come se non lo dovessi rivedere. “Chi sa come finirà tutto questo?” Lui, con sicurezza, sorridendo, mi rispose:”Con la vittoria della ragione, della giustizia, con la pace”.
Scendevo le scale, mi richiamò, mi voltai e lui era là, inquadrato dalla porta, in alto il pugno chiuso in segno di saluto.
Era la prima volta che qualcuno mi salutava da comunista.


Zagarolo, 21.4.1993 (da L’altro martire di Terlizzi, 1993)


**Carla Capponi vice comandante di una formazione partigiana. Medaglia d’oro al valor militare partigiano partecipò all’attentato di via Rasella del 23 marzo 1944 che provocò la feroce rappresaglia tedesca. Fu eletta, nel 1953, deputato in Parlamento nelle liste del PCI.



Dopo la strage [2]


(…) Parecchi giorni dopo, un soldato austriaco di guardia alle celle sul ballatoio condusse il dott. Caggegi per fargli trasportare della legna. A un certo punto si guardò intorno circospetto, poi abbassò lo sguardo e si mise a fissare un giornale abbandonato per terra. Il prigioniero non ci fece caso. Il soldato allora gli fece un cenno col capo indicandogli il giornale. Il dott. Caggegi lo rivoltò e lesse la notizia del massacro. Profondamente scosso quando risalì lo comunicò ai suoi compagni di cella: i cinque portati via non erano andati a lavorare, non erano stati deportati, ma erano stati uccisi chi sa dove.

Dopo una decina di giorni, alcuni ragazzi, mentre giocavano, scorsero una buca a ridosso delle cave. Vi si affacciarono e videro la catasta dei morti. Corsero ad avvertire i Salesiani delle Catacombe di S. Callisto, vicinissimi alle grotte, e il padre don Giorgio Ferrando si recò sul posto rimanendo inorridito. Da quel giorno la notizia cominciò a diffondersi, e i familiari delle vittime, che da molti giorni vagavano angosciati in cerca dei loro congiunti, si dirigevano da quelle parti chiedendo notizie ai salesiani. Don Giorgio li accompagnava sul posto.
I tedeschi vennero a sapere la cosa e si precipitarono sul posto con una mina che fecero scoppiare chiudendo quell’apertura che era loro sfuggita il giorno delle fucilazioni.
Don Ferrando dovette mettersi in salvo per non essere arrestato dai tedeschi che lo cercavano.
Il 13 aprile 1944 i tedeschi dettero la notizia ufficiale del loro misfatto.
Soltanto nel mese di agosto, sotto la pressione del prof. Ascarelli, fu possibile riesumare quei morti in avanzato stato di decomposizione. Lascio immaginare le scene strazianti dei familiari, chiamati a riconoscere i loro cari.
Molti di quei morti rimasero sconosciuti per sempre, e le loro tombe sono contrassegnate nel sacrario delle Fosse Ardeatine con una sola parola: “IGNOTO” (Antonio Lisi op. citata pagg. 162 e 163).



[1] “Gioacchino Gesmundo L’altro martire di Terlizzi” di Antonio Lisi – associazione turistica pro-loco Terlizzi, 1993

[2] “Don Pietro Pappagallo – un eroe un santo” del prof. Antonio Lisi (ed. Libreria Moderna Rieti, 1993).



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