Bergamo: 20 marzo 2003
Naila - 21-03-2003




C’è la guerra, svegliati. È tardi.
Lavarsi, vestirsi, fare lo zaino in fretta e via.
C’è la guerra.
Sei sveglio? Non si va a scuola oggi. C’è la guerra.
Si scende in piazza.


Venti marzo duemilaetre, nove e trenta, Bergamo.
Guarda là, verso la stazione. Anche là, guarda. Ne arrivano altri, stanno arrivando. Siamo tantissimo.
Si parte, si va, si parla, si cammina.
Colori, musica, persone, persone, persone,
Parole: guerra, pace, bombe, basta, avanti, ci siamo, fatevi sentire, guerra, guerra, America, Iraq, giustizia, guerra, pace.
Colori, musica, parole, persone, pace.
Un’unica parola, quattro lettere, sembra così facile…
Cammini e pensi, bombardato da mille emozioni diverse, mille sensazioni, un solo grande sogno.
Tu, gli altri, tutti insieme, ti senti padrone della strada, padrone del momento, di quella voce che urla di rabbia, che invoca una pace così difficile e dolorosa, ma così forte da farti sperare, da farti andare avanti., fra le macchine, fino all’autostrada e poi oltre, all’infinito, all’infinito…
Sali là sopra, vedi? Vedi quanti sono? Non c’è né inizio né fine, non vedo che gente, persone, colori.
Né inizio né fine, non c’è che una grande voglia di esserci, di cambiare le cose, di sognare.
Dicono che non ci ascolterà nessuno, dicono che non serve a niente.
Serve a noi stessi, serve alla consapevolezza che ti senti crescere dentro. Serve a quell’odio che provi verso il dolore, verso le immagini di bambini, bunker e soldati, verso quella distanza che cerca di dividerti da una guerra che sembra tremendamente lontana, ma che in realtà è qui, dentro di noi, tra di noi, sempre.
Basta. Basta, la guerra è qui, è arrivata, basta.
E’ dentro le lacrime di chi l’ha già vissuta, dentro chi davanti ad un telegiornale prova disprezzo, angoscia, paura.
La guerra è dentro chi non capisce, dentro chi pretende una libertà che non si ferma davanti a quella degli altri, ma che va avanti, che scade nell’egoismo, nell’ignoranza, nella violenza.
Il fine non giustifica i mezzi. No, non è così semplice.
Sei lettere e un bottone non risolvono niente.
Non è l’Italia che ripudia la guerra, è l’uomo che ripudia la guerra, è l’uomo che, in quanto tale, non dovrebbe nemmeno immaginarla.
L’uomo non può fare la guerra. L’uomo. E noi siamo uomini, no?
Cosa siamo?
Venti marzo duemilaetre, ore dodici e trenta, Bergamo.
Tutto quello che mi viene in mente è un grazie, un grazie immenso a tutti quelli che erano con me, che sono con me sulla strada verso il nostro grande sogno.
Una strada difficile, forse impossibile. Una strada che, però, stiamo costruendo.
Una strada che è la nostra forza, perché non può essere distrutta con una bomba.
No war, no alla guerra.
Non è uno slogan, è un sogno e un dovere.

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