Meno scuola ma più maschi
Arturo Ghinelli - 28-02-2003
I capigruppo della maggioranza si sono messi d'accordo per "blindare" il progetto di legge Moratti, cioè di non presentare emendamenti per accelerare l'approvazione definitiva della legge evitando che debba tornare al senato. L'accordo prevede di presentare, in sostituzione, degli ordini del giorno che il governo si impegna a rispettare. In questo quadro la deputata leghista Bianchi Clerici, durante il recente dibattito nell'aula della Camera, ha presentato un ordine del giorno che impegna il governo a reclutare "più insegnanti maschi". La deputata giustifica questa sua richiesta con due convinzioni. La prima è che troppe donne insegnanti possono costituire "un handicap nei processi educativi e di maturazione degli adolescenti soprattutto maschi". La seconda è che la progressiva femminilizzazione della categoria insegnante sia dovuta alla progressiva perdita di prestigio economico e sociale, pertanto la deputata chiede che il governo introduca degli incentivi economici per i maschi che vogliano intraprendere la carriera di insegnante.
Non è esagerato prevedere che una volta approvata la legge( malgrado l'accordo, dovrà comunque tornare al Senato per la copertura finanziaria) si riapriranno le iscrizioni e i genitori oltre a chiedere di iscrivere anticipatamente i propri figli alla classe prima potranno anche richiedere un insegnante unico e maschio.
La deputata leghista non lega la richiesta del maestro maschio alle situazioni eccezionali di paura, ma all'ordinaria attività educativa, che se portata avanti da sole donne produce un handicap negli adolescenti maschi, cioè mi diventano mammoni se non addirittura gay.
Come appartenente alla categoria di uomini che di mestiere fanno l'insegnante, faccio mia la parola d'ordine di Attac "meglio Rimbaud che Rambo" e inviterei le colleghe a far conoscere la loro opinione in proposito.



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 Stefano Falomi    - 05-03-2003
Sono consapevole di andare controcorrente, di "espormi" ( e allora potrei chiedermi: chi te lo fa fare?).
E' probabile che il percorso culturale che porta l'on. Clerici a formulare la sua proposta sia diverso da quello che ha portato me a esplicitare analoghe considerazioni nell'ambiente scolastico in cui opero.
Per quanto mi riguarda, senza contrapporre Rambo a Rimbaud, rivendico una diversità (nella PARITA'). Diversità che ritengo di pari dignità nella famiglia come nella scuola - ambienti primariamente - ancora - preposti all'educazione delle nuove generazioni.
Nuove generazioni non ancora ermafrodite!! (Se qualcuno vuole può riporre le sue speranze nelle capacità di trasformazione dell'ingegneria genetica.
Vedo la scuola permeata di "mammismo". Tra le tante cose di cui è fatta, possiamo discutere anche di questo?

 Antonella Foscarini    - 05-03-2003
sono una docente nelle scuole medie inferiori,
tanto per non schematizzare, esistono:
docenti competenti
docenti incompetenti
docenti mammoni
docenti non mammoni
deputati/e che non semplificano problemi complessi
deputati/e che semplificano problemi complessi
ordini del giorno idioti
ordini del giorno intelligenti

 maura    - 05-03-2003
Credo che ogni commento sia superfluo a tanta stupidità e arretratezza sociale e culturale.
Sono soltanto molto triste al pensiero che tali persone hanno in mano le sorti del nostro paese. Sono impaurita e molto triste!!!!!!!!

Maura, insegnante donna da sedici anni che non ha mai creato problemi di identità nei ragazzi con i quali è entrata in contatto.

 Luciano Bertazzoni    - 05-03-2003
Riflettete su questo articolo di Alessandra Graziottin
(da “Il Gazzettino” del 24 febbraio 2003)


Perché insegnare, soprattutto nelle scuole primarie, non attrae più gli uomini d’oggi? I dati parlano da soli: la presenza di insegnanti uomini è in caduta libera nella scuola. Alle elementari sono ormai meno del 5% e non ci sono segnali di ripresa. Le ragioni? Molteplici, come in tutte le situazioni professionali in cui si crea un forte squilibrio di genere nel rapporto maschi e femmine. Agli inizi degli anni ’80, in un convegno sulla perdita di prestigio della medicina, ricordo che uno studioso americano affermò: «Due sono i segni principe rivelatori, quando una professione è in crisi: quando aumentano i negri e le donne». E’ facile liquidare la questione dicendo che i trattava di un razzista misogino. Lo studioso in questione, a supporto della sua tesi, portava tuttavia una serie di dati non altrettanto facilmente confutabili.
Che cosa rende una professione massimamente appetibile, e quindi oggetto di competizione forte tra coloro che vorrebbero svolgerla? Presto detto: che dia potere, denaro, status, ossia che abbia un ruolo forte grazie a cui sia socialmente prestigiosa, con tutti i vantaggi, diretti e indiretti, che questo comporta, che valorizzi le qualità personali in modo competitivo e sia limitata a pochi.
Di fatto, fare l’insegnante, oggi, soddisfa ben pochi degli aspetti sopraccitati. Fino a trenta-quarant’anni fa, soprattutto nei paesi di piccole e medie dimensioni, fare l’insegnante era considerato un lavoro di qualità: formava i piccoli per il futuro, dava loro le basi della cultura, il gusto dell’apprendere, il senso della responsabilità e della disciplina. Certo, non sempre e non benissimo. Tuttavia la professione di insegnante era vissuta, da uomini e donne, con passione e spesso anche con orgoglio. Nei piccoli paesi, le persone di riguardo e di riconosciuta autorevolezza erano il maestro, il sindaco – se c’era – e il prete. Più tardi, con la capillarizzazione della medicina, il medico. Per chi insegnava sempre nella stessa scuola per decenni, era la regola insegnare l’abc anche a tre generazioni della stessa famiglia. Il Maestro, la Maestra, avevano un’identità forte – non a caso li ho scritti con la maiuscola – e avevano il rispetto di tutti. Lo stipendio non era alto ma dignitoso, rispetto agli stipendi dell’epoca. La passione e il rispetto sociale facevano sì che la professione venisse considerata come uno sbocco possibile anche dalle famiglie della piccola borghesia, quando pensavano al futuro dei figli.
Oggi il valore della professione di insegnante, soprattutto per le elementari e le medie, è in crisi paurosa. L’orgoglio di svolgere un lavoro così appassionante e delicato è rimasto a poche anzi pochissime persone. La frammentazione oraria del rapporto con i bambini, anche alle elementari, non aiuta a creare rapporti significativi che hanno bisogno di continuità e di tempo. Il credito sociale è minimo. E gli stipendi certo non incoraggiano un uomo anche minimamente ambizioso a prenderlo nemmeno in considerazione, questo lavoro. Per fare l’insegnante, oggi perfino più di ieri, è indispensabile credere che nella vita contino altre cose, più del denaro, più dello status, più del potere visibile. Ci riescono, per scelta, pochi idealisti per i quali insegnare, soprattutto ai piccolissimi, è uno dei lavori più belli del mondo: per il senso forte che può dare alla propria vita, per l’inventiva e la capacità di empatia che richiede, per il cuore grande che bisogna mettere in gioco per aiutare davvero a far crescere l’anima e non solo la competenza linguistica o matematica, per minimizzare gli effetti di famiglie scalcagnate o francamente patologiche. A molti, in passato, l’incontro con un insegnante in gamba ha cambiato la vita: per la fiducia in sé che quell’incontro ha fatto sbocciare, per quello che si è imparato, per le finestre sulla vita che un insegnante appassionato sa aprire nella mente di un bambino. Certo, anche un insegnante donna in gamba può fare, e fa, tutto questo. Tuttavia alcune caratteristiche maschili sono preziose, come stile di pensiero, come guardo sulla vita, come metodo e sono complementari a quelle femminili. Pensiamoci bene. Oggi i nostri bambini crescono con intorno un’overdose di donne: oltre alla mamma, baby sitters, maestre, professoresse. Se non hanno la fortuna di avere un padre presente e affettuoso, o un allenatore di qualità se praticano qualche sport, la maggior parte degli interlocutori adulti di un bambino fino all’università sono donne. Ed è vero che la nostra è una società sempre più femminilizzata anche nelle grandi tendenze di pensiero. Ma è davvero positivo, negli anni della crescita, avere solo insegnanti e riferimenti femminili? E non c’è, in questo, anche un rischio di indebolimento sostanziale dell’identità maschile? Per segreta simmetria mi piacerebbe che oltre a fare una legge che incoraggi le presenze femminili in Parlamento, si pensasse a come incoraggiare gli uomini a riamare l’insegnamento, anche alle scuole elementari, con incentivi di valorizzazione sociale e, perché no, anche economici. Soprattutto incoraggiando quelli che questa passione, come intuizione di sé, l’avrebbero. Per pensarci su in modo fresco e antico, andate a vedervi “Avere o essere” del francee Nicholas Philibert. Un film bellissimo e originale, poetico e forte, dedicato a chi crede che nella vita l’essenziale sia davvero invisibile agli occhi. Purtroppo, un credo di pochi.
Alessandra Graziottin


 Pianini Patrizia    - 07-03-2003
Nella scuola siamo rimaste solo donne perchè lo stipendio è una miseria, inoltre la professione di insegnante è considerata una professione di serie B. Una professione adatta alle donne che così possono fare anche le casalinghe e offrire cure e assistenza agli anziani genitori.

 GILDA RICCI    - 07-03-2003
Ritengo di appartenere alla categoria dei docenti :"unità di uomini e donne " come dice anche Venditti in una splendida canzone, di cui ha bisogno una scuola non limitata al "sesso degli angeli" appunto, ma aperta alle PERSONE in quanto tali.
Una scuola di bambini e bambine, di ragazzi e ragazze che nei docenti non vedano o si identifichino in quanto figure "materne " o "paterne" ma in quanto persone che svolgono un lavoro ,capaci di relazionare e comunicare con loro per INSEGNARE e per educare ad apprendere.
Credo si stia completamente ribaltando il ruolo della SCUOLA che non è la Famiglia.Ci son voluti anni ed anni per far diventare la "Scuola materna" "SCUOLA DELL'INFANZIA" ed ora si tenta di tornare alle mamme maestre, così come ai professori papà.
I nostri ragazzi hanno bisogno d'altro e noi docenti abbiamo bisogno di esser tali non certo sulla base dei nostri attributi fisici, nel 2003!!!!

 Guido Ghiselli    - 08-03-2003
Come appartenente alla stessa futura 'specie protetta' degli insegnati maschi, mi trovo in linea con le osservazioni di Ghinelli, ma con qualche distinguo.
A mio parere è vero che una eccessiva femminilizzazione del ruolo di docente rischia di dare una immagine distorta della professione, anche se dubito fortemente che ciò si traduca immediatamente e automaticamente in minor qualità del servizio.
La causa è senza dubbio lo scarso prestigio derivato principalmente dallo stipendio inadeguato per chi alle spallle ha una laurea, concorsi ecc.. A ciò però si pone rimedio con un aumento per tutti, non solo per i maschi!
C'è però la contropartita: se ormai i docenti sono per la stragrande maggioranza donne lo si deve alla possibilità di intendere e praticare tale professioine come una specie di part time mascherato, che una madre può conciliare con le attività domestiche ( come ci riesca davvero mi sfugge, visti i nostri carichi di lavoro attuali...).
Pongo perciò il problema: in cambio di uno stipendio veramente adeguato, saremmo disposti, come categoria, ad accettare un orario d'ufficio a 35 ore o giù di lì ( sempre con un massimo di 18 h di docenza ), rendendo visibile quel lavoro casalingo di correzione compiti, preparazione lezioni ecc. che da sempre gli esterni alla scuola non calcolano mai ( 'Comodo, voi prof, 18 ore la settimana, tre mesi di vacanza bla bla bla )????

 Cardini Corrada    - 16-03-2003
Ti svegli, la mattina, e ti dici che bisogna farci l'abitudine, che al potere ci sono loro, che in democrazia questo è normale, che se pure questa destra è anomala e arrogante, le scelte che fa sono esattamente il risultato di una visione dello stato e della società che ci si può aspettare da una destra, tanto più da una destra come questa. Poi però cominci a sentire le notizie che rimbalzano dalle sedi istituzionali e ti prende un senso di frustrazione difficile da gestire.
Ogni giorno una piccola o grande parte dei principi, dei valori in cui credevi, e che ti sembravano ormai acquisiti, condivisibili da chiunque, frutto non tanto di sistemi ideologici, ma del faticoso percorso verso una società a misura d'uomo, viene smantellata.
Vale per decine e decine di scelte politiche imposte dalla maggioranza, vale per il modo stesso in cui viene gestita l'informazione, vale per questa proposta (non a caso leghista). Sia chiaro, a me va benissimo che ci siano più uomini nella scuola, noi donne docenti per prime sentiamo la mancanza di figure maschili: è una questione di equilibri, di pluralità di visioni, di complementarità. L'assurdo è che si sia pensato di incentivare i maschi, creando un elemento di discriminazione: Perchè invece non aumentare le retribuzioni, non valorizzare il ruolo professionale, non rendere più appetibile la scelta di una carriera nella scuola per tutti? Se la smettessimo di pensare al docente come ad un lavoratore part-time?.In realtà quello che si è sempre voluto, al di là di ogni altra valutazione è creare molti posti di lavoro, ma a basso
costo. Ora si vuole solo avere meno scuola, e a costi ancora più bassi... meno scuola, ovviamente, per chi non è disposto a pagare, e/o a farsi indottrinare in qualche istituto confessionale.

 ilaria ricciotti    - 17-03-2003
Questa "saggia" proposta mi era proprio sfuggita, anzi a dire la vertà avevo ben altri titoli più accattivanti da scorrere velocemente e da commentare. Poi, notando che questo tema veniva commentato da molti lettori, non ho resistito alla curiosità di leggere un titolo, provocatorio, obsoleto, anche se concretamente realista. Una volta analizzato il suo contenuto mi è venuto sinceramente da ridere e nello stesso tempo anche di intervenire sull'assurdità di una proposta, talmente inconcepibile che sembra provenire da un altro pianeta. Chi la sostiene, comunque in parte ha ragione: le donne nella scuola sono troppe, perciò il governo immetta dentro i maschi italiani, anche quelli senza titolo, ma che siano maschi, in quanto ciò che conta non è la cultura, ma l'apparteneza ad un sesso piuttosto che ad un altro. I maschi non partoriscono, le donne sì, quindi lo stato risparmierebbe tanti soldini. La stessa richiesta potrebbe tuttavia essere estesa a tutta la vita sociale italiana ed" in modo particolare al nostro Parlamento dove dovrebbero essere partoriti meno decreti delega e le poltrone è necessario che siano occupate da più femmine".