Che fare?
Emanuela Cerutti - 20-02-2003
Martedì18 febbraio ha avuto luogo alla Camera il seguito della discussione del disegno di legge: S. 1306 - Delega al Governo per la definizione delle norme generali sull'istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e formazione professionale (approvato dal Senato) (3387) e delle abbinate proposte di legge.
Il racconto stenografico consultabile sul sito del Parlamento Italiano, per quanto lunghissimo, avvince per la strenua difesa di principi che sembra impossibile vengano cancellati con un colpo di spugna, senza appello e senza dibattito sulle questioni di fondo.

Ben conclude l'onorevole Gerardo Bianco:

"Signor Presidente, onorevoli colleghi, prima di passare agli ultimi voti, vorrei stigmatizzare il clima assurdo nel quale si è svolto l'intero dibattito. Si trattava di un argomento di grande rilievo e di grande importanza. Non vi è stata invece alcuna ragionevolezza e non vi è stato nessun reale confronto.
Se mi permette vorrei dedicare al ministro Moratti, al presidente della Commissione cultura Adornato e alla maggioranza un passo di Platone: Il vero e il falso di ogni vera questione si apprendono insieme dedicandovi molta attenzione e molto tempo. Quando tutti questi elementi, nomi, immagini, sensazioni, vengono con fatica messi insieme, a contatto gli uni con gli altri e discussi con domande e risposte che qui non vi sono state, in dibattiti privi di animosità e di ostilità, allora l'intelligenza e la conoscenza brillano intorno ad ogni problema.
Qui non hanno brillato né la conoscenza né l'intelligenza"


Il ritmo dei lavori è scandito dagli incipit del Presidente Casini, che per sei volte ripete in battere il refrain:



e per cento volte (qualcuna in più) contrappone in levare il controcanto:

"Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge".


Impressione finale: sordità, e non tanto alle parole con le quali in molti nel palazzo hanno tentato di creare un fronte, una breccia nel muro, quanto ai significati diversi che quelle parole portano con sé, ben al di fuori, nelle aule in cui i processi educativi si giocano ogni giorno, recuperando ormai faticosamente terreno sui falsi valori, sulle mercificazioni in atto, sulle strumentalizzazioni che volentieri confondono la scuola, sulla conoscenza "di guerra" della quale siamo talmente imbevuti da non accorgercene quasi più.
La guerra è "prepotere", esattamente come il fingere di basare su una sperimentazione risultati già decisi, secondo la logica poco scientifica del "fatto compiuto".

Giovanna Grignaffini. In questo settore nevralgico si interviene senza aver acquisito i dati della sperimentazione. Ciò è gravissimo perché, nel caso della rottura di un sistema equilibrato come la scuola dell'infanzia, il vostro richiamo all'efficienza e all'efficacia avrebbe dovuto imporre una valutazione dei risultati, una valutazione delle potenzialità nuove che questi risultati sono in grado di promuovere e non una costrizione per legge di una generalizzazione, di una sperimentazione che distrugge ciò che tutti i paesi europei ci indicano, vale a dire la nostra scuola dell'infanzia.

Ed è "demagogia", stacco dai bisogni oggettivi e ricaduta in un soggettivo che si chiude su di sé.

Titti De Simone. Signor Presidente, siamo arrivati al cuore della proposta di riforma perché stiamo affrontando esattamente gli aspetti che riguardano il riordino dei cicli. Noi ci contrapponiamo nettamente alla proposta qui formulata dal Governo per una serie di ragioni che rivendicano il ruolo ed il carattere fondamentalmente unitario del sistema scolastico, a partire dalla funzione strategica del primo ciclo, che è quello riguardante la formazione e lo sviluppo dei bambini e delle bambine.
Nella proposta del Governo qui avanzata non solo andiamo verso una frammentazione del carattere unitario del sistema scolastico - che verrà ripresa in modo dirompente, con elementi di esclusione selettivi e classisti, laddove nei passaggi successivi si fa riferimento alla canalizzazione a 13 anni e, quindi, alla divisione tra il percorso dell'istruzione e quello della formazione -, ma anche verso la frammentazione dovuta all'anticipo, tra l'altro facoltativo, delle iscrizioni alla scuola dell'infanzia e alla scuola elementare. Siamo fermamente convinti che si stia cercando di avanzare una proposta del tutto demagogica, che non tiene in nessuna considerazione i tempi e le esigenze dei bambini e delle banbine. Proponiamo che la scuola dell'infanzia venga inserita e riconosciuta a pieno titolo nel sistema nazionale dell'istruzione e che l'ultimo anno della scuola dell'infanzia diventi il primo anno di espletamento dell'obbligo.


Nicola Rossi. Signor Presidente, naturalmente è inutile tornare a sottolineare l'importanza di questo articolo 4 e della questione relativa all'alternanza scuola-lavoro. Vorrei solo far osservare che, attraverso questo articolo, anticipiamo in maniera considerevole la scelta - che viene lasciata ai ragazzi - del percorso formativo da seguire. L'anticipazione di questa scelta implica delle conseguenze particolarmente gravi; vorrei soffermarmi proprio su questo per sottolineare come
questo articolo - alla pari di altri, in realtà - nasconda un disegno molto preciso della società italiana e meriti di essere soppresso, se non considerevolmente emendato.
La scuola pubblica da quando è nata ha avuto un obiettivo molto preciso, e cioè quello di recidere i rapporti che legano ognuno di noi con il proprio passato e con il proprio presente. Sto parlando di quel filo sottilissimo - e pure così resistente -, il quale fa sì che ancora oggi i figli provenienti da famiglie con elevato capitale umano tendano ad accedere, molto più facilmente, all'università e ad uscirne nella migliore maniera possibile e che, invece, i figli di famiglie con ridotto capitale umano si trovino nelle condizioni di dover scegliere, in maniera molto precoce, un percorso che li porterà, spesso e volentieri, ai margini della società o del mondo del lavoro. Questo è esattamente ciò che la scuola pubblica non dovrebbe permettere; questo è ciò che accade da tempo in Italia, nonostante il grande lavoro svolto nella passata legislatura, e ciò che continuerà ad accadere anche dopo l'approvazione di questo provvedimento.
Sarebbe stato opportuno e desiderabile che il ministro Moratti si preoccupasse anche di queste cose, oltre che di altre che sono oggetto del suo affanno. È tragico rilevare che sulla specifica questione relativa alla stratificazione sociale non sia stata spesa nemmeno una parola sia in quest'aula - da questa maggioranza - sia all'interno degli altri documenti.
Naturalmente preoccuparsi di questo problema avrebbe comportato la trattazione di alcune questioni molto semplici come, ad esempio, legare la scuola dell'infanzia al percorso scolastico della scuola dell'obbligo, legame che invece si è inteso recidere. Sarebbe stato necessario pensare ad una scuola a tempo pieno e dotata di tutti i sostegni necessari, cosa che, ancora una volta, si è tentato di fare nella passata legislatura e sulla quale, invece, si è voluto tornare indietro attraverso questo provvedimento. Infine, sarebbe stato necessario posporre il momento della scelta, per far in modo che i ragazzi potessero scegliere, eventualmente anche in maniera difforme da quella voluta dai loro genitori.
Così non è stato, così non avete voluto e ci consegnerete, a questo punto, una società simile a quella che oggi è la società italiana: una società statica e socialmente immobile. Non so se il Governo si rende conto che è esattamente sotto questo profilo che ci mostriamo all'Europa come un caso particolare. Il grado di mobilità sociale degli italiani è molto più basso di quello di altri partner europei. Appare strano e straordinario a molti europei il fatto che sia la sinistra a preoccuparsi di dare un po' di dinamismo a questa società e che, invece, sia la destra a rinunciarvi. Comunque, ciò, a ben vedere, non è affatto strano: i conservatori siete voi.


Piera Capitelli. Signor Presidente, vorrei cominciare a porre un problema già sollevato, implicitamente, dall'onorevole Sasso: con l'introduzione del voto di condotta all'articolo 3, comma 1, lettera a), andiamo contro la ratio complessiva di una legge. Ricordo che lo statuto delle studentesse e degli studenti è legge. Vorrei ricordarlo al ministro, che tanto tiene a questo concetto: si tratta di una legge che ha messo al primo posto la centralità dell'alunno come persona. Cosa si fa di queste leggi? Le abroghiamo o le punzecchiamo qui e là? Questo mi viene da chiedere. Lo statuto delle studentesse e degli studenti che, come hanno già detto i colleghi, ha abolito, correttamente, il voto di condotta, oltre a mettere in rilievo la centralità dell'alunno come persona, esplicita diritti e anche doveri degli alunni. Vogliamo tenere conto di questa legge e del suo significato complessivo?
Quella legge dettava alle scuole le condizioni per realizzare i diritti ed esplicitare i doveri degli allievi. Io credo non si possa fare sempre carta straccia delle leggi proposte dai governi precedenti e che, se c'è bisogno di rivisitarle, si debba procedere con altri strumenti. Sicuramente, non con lo strumento della delega e non con le punzecchiature, beccando qui e là, e estrapolando un punto qui e un punto là per snaturarle.


Colpisce che molte conquiste, come quelle partecipative, vengano improvvisamente buttate via, e ci si domanda se le abbiamo mai credute tali; colpisce sentir parlare dei molti "finalmente" che almeno da dieci anni vengono portati avanti nelle didattiche e nelle sperimentazioni continue, quelle che sono coraggiosamente rimaste tali.
Colpisce l'avanzare serpeggiante di una classismo rinato, che mai avremmo detto possibile solo qualche anno fa e il gioco al ribasso della cultura, che ben si sa funzionare secondo le leggi della progressione geometrica, come tutte le cose difficili.
Non resta che affidarci al profetico "Io speriamo che me la cavo" pensando che ci sarà forse chi sta meglio di noi.

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 ilaria ricciotti    - 21-02-2003
Che fare? Cara Emanuela lo sanno bene i docenti italiani, i presidi, gli studenti, i sindacati quale risposta dare alla tua domanda. Le uniche strategie che ci sono rimaste sono lo sciopero ad oltranza,il referendum, e sperare che questo governo voluto da milioni di italiani alle prossime elezioni termini,definitivamente, il suo mandato. Ciò tuttavia che mi meraviglia moltissimo e che forse provoca in me anche una certa repulsione per la categoria a cui appartengo è il suo immobilismo, le sue critiche celate, l'attesa che altri parlino, agiscano: " così io stando zitto non ci "rimetto" in alcun modo"." Vuol dire che mi adeguerò ai venti che soffiano, o addirittura mi iscriverò a diversi partiti per tutelarmi o vedere riconosciuti certi diritti". Questi diversi modi di pensare "moderni", credimi non sono inventati, ma esternati da diversi colleghi che oltretutto continuano a criticare questa rifoma, questo governo e ad essere insoddisfatti. Tutti noi che abbiamo studiato la storia antica e quella contemporanea a quanto pare non abbiamo imparato un granchè da essa e dai movimenti operai passati e presenti. Noi oggi siamo in "dolce " attesa, forse che la scuola pubblica degradi sempre più, sfornando servi e non persone partecipative, creative e critiche. Almeno forse avremo un alibi: siamo malpagati, le classi sono numerose e sono molti i casi difficili,ogni giorno arrivano nuovi extracominitari, gli alunni non amano più il sapere e quindi..., io non posso fare più di tanto.
Per fortuna in Italia però non tutti i docenti ed i presidi non la pensano così e per questo continuano a lottare, come del resto hanno fatto da più di 50 anni a questa parte.
I colleghi di Genova sono una dimostrazione.