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Sweet sixteen
La Nuova Sardegna - 20-02-2003
Ken Loach a Roma per presentare «Sweet sixteen»
Gioventù senza speranze






Liam ha quasi sedici anni, una madre ex tossica in carcere, un patrigno violento, un nonno tutt'altro che amorevole, un presente senza scuola, un futuro nella strada o peggio. La sua storia di disagio e di voglia d'amore, attorno a cui gira il nuovo film di Ken Loach, «Sweet sixteen», non lascia indifferenti, ma neppure permette spiragli. «Il peggior tipo di speranza è la falsa speranza», dice Loach, ieri a Roma per presentare il film, che all'ultima edizione del festival di Cannes ha vinto per la migliore sceneggiatura (Paul Laverty) e che esce venerdì in 40 sale. «La parola speranza non fa parte del vocabolario di Liam, né dei tanti come lui. Prima di poter cominciare ad avere speranza bisogna avere - dice Loach - la comprensione realistica di come stanno le cose».
Ecco appunto, le cose stanno male, «bisognerebbe dare alle comunità un programma di investimento, un piano di produzione di beni che servono veramente e di restituzione della dignità umana. Ma il nostro e credo anche il vostro governo sono ideologicamente incapaci di farlo». L'incorreggibile Loach, comunista a oltranza, passa dai ferrovieri privatizzati senza norme di sicurezza di «The navigators» agli adolescenti scozzesi di «Sweet sixteen» senza un futuro legale con uguale affetto.
«Ma un film non può cambiare il mondo: è la politica, i movimenti, la solidarietà a farlo. Da tre generazioni ormai non c'è lavoro: cinismo, alienazione, disperazione sono sempre più profondi. Anche se i politici inglesi, e credo anche qui, giudicano il tasso di disoccupazione non troppo negativo. Per questi ragazzi il futuro sta in corsi di formazione in cui non credono, contratti a breve termine mal pagati o semplicemente la strada».






Una recensione da Centraldocinema
Il nuovo film di Ken Loach (2002)

I "dolci sedici" sono l'eta` di Liam, il teenager disagiato-tipo scozzese. Immaginate di avere vissuto con madre tossicomane e in galera, padre sconosciuto, boyfriend della madre spacciatore e violento, e in uno dei sobborghi piu` orrendi (Greenock) di una delle piu` brutte citta` del Regno Unito (Glasgow). Liam a sedici anni ha un solo desiderio: riavere la madre con se' non appena esce, e costruire per loro due un futuro, diciamo decente se non proprio splendido.
La via piu` rapida: sottrarre un po' della coca spacciata dal patrigno e mettersi in proprio con un amico, la sorella e l'amica di lei. Le cose funzionano a dovere, e Liam, passo dopo passo, e` in grado di acquistare un caravan con vista sul Clyde Firth. Li` aspettera` la madre. Ed ovviamente le cose non andranno come devono. Diciamo che dei dialoghi del film ho capito un terzo scarso. La qualita` migliore di Sweet Sixteen e` il realismo: non solo e` girato on location, tutto parlato in glasvegiano (e mi pare che abbia i sottotitoli perfino in Inghilterra!), ma ritrae inoltre tutta una serie di situazioni da ordinary life in maniera perfetta. Il cibo, i rapporti di pura forza, lo spregio per le forze dell'ordine, il desiderio soprattutto di uscire dall'indigenza.
Desiderio perennemente frustrato da una sorta di forza cieca del destino.

Come i personaggi di Verga, anche quelli di questo film non possono che ricadere nel ruolo che il fato ha assegnato loro: quello degli infelici. Visti da vicino, sul grande schermo, i film di Loach sono probabilmente tutti cosi`: semplicemente, inequivocabilmente grandi, anche dal punto di vista strettamente cinematografico. La lingua originale e` assolutamente imperdibile, sebbene ostica. Uno sforzo che vale la pena di fare, anche se, come nel caso di questo film, non e` inglese propriamente parlando. Loach pedina letteralmente i suoi personaggi, muove la cinepresa con rapidita` ma senza scadere nella faciloneria. Tutto ascoltato in presa diretta, il quadro che emerge e` assolutamente realistico --- fate un giretto per le strade di Edimburgo e vi accorgerete che non c'e` molta differenza. Non perdetelo.

Claudio C.


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