In difesa della pace e del popolo iracheno
Isa Colonna - 19-02-2003
APPELLO

IN DIFESA DELLA PACE E DEL POPOLO IRACHENO, IN NOME DELLE NORME FONDAMENTALI DELLA CARTA DELL’ONU.



La Carta dell’ONU, approvata il 26 giugno 1945, che costituisce la più importante delle norme regolatrici del diritto internazionale, dichiara che il suo scopo primario ed essenziale è quello di “salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità” e precisa che fra i suoi fini essenziali vi è quello di “conseguire con mezzi pacifici….la composizione delle controversie che potrebbero portare ad una violazione della pace”.
Lo Statuto riconosce ad ogni Stato solo il diritto alla legittima difesa, che può essere consentita, peraltro, solo in presenza di un attacco armato in atto e ciò fintanto che il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza , anche con operazioni di polizia internazionale che sono tutt’altra cosa rispetto alla guerra che è caratterizzata da una violenza senza limiti.
Nel caso dell’IRAQ non ci troviamo di fronte ad atti di aggressione ma alla necessità di completare l’accertamento della eventuale esistenza di armi di distruzione di massa e di provvedere alla loro distruzione, se esistenti; cioè di riprendere le indagini fatte dagli ispettori dell’ONU dal 1991 al 1998 e di portarle a termine con misure non implicanti l’impiego della forza (art. 41) dato che, soprattutto nell’ultima fase , gli ispettori stessi hanno dato atto di un notevole spirito collaborativo da parte del governo iracheno che ha accettato tutto quanto è stato loro richiesto compreso il sorvolo da parte di aerei- spia. Quindi allo stato attuale non appare necessario neppure l’impiego della forza, consistente nell’invio di caschi blu che, in appoggio agli ispettori Onu, dovrebbero costringere il governo iracheno a consentire ogni tipo di indagine. In questa situazione appare perfino prematuro tale invio proposto l’8 febbraio scorso dai governi francese e tedesco ed accolto con favore anche dal governo russo, che comunque costituisce l’unica forma di uso della forza che sia coerente con lo spirito e le norme della Carta dell’ONU ed in particolare dell’art. 26, che parla di piani (per un sistema di disciplina degli armamenti, che devono essere formulati dal Consiglio di Sicurezza) per il mantenimento della pace “col minimo dispendio delle risorse umane ed economiche mondiali per gli armamenti”.
L’iniziativa del governo degli Stati uniti, che si accingono (anche senza l’ONU) a scatenare una guerra distruttiva di tragiche dimensioni (l’organismo dell’ONU che si occupa di aiuti umanitari fa una previsione realistica di 500.000 morti e di un numero doppio di persone costrette ad abbandonare le loro case per finire chissà dove) appare, dunque, una follia del tutto ingiustificata; e lo stesso Kofi Annan, Segretario del Consiglio di Sicurezza, l’ha censurata rivendicando allo stesso Consiglio ogni decisione in merito e dichiarando indebita ogni iniziativa “unilaterale”.
Dobbiamo dire, peraltro, che la risoluzione 1441 (dell’8/11/2002) del Consiglio di Sicurezza, che è alla base della iniziativa dell’ONU, che fa riferimento a possibili gravi conseguenze nel caso che l’IRAQ prosegua nella violazione dei suoi obblighi di informazione e di collaborazione, non può essere interpretata come una minaccia di “guerra”, che l’ONU non potrebbe mai fare in coerenza col proprio statuto, né autorizzare altri Stati a farlo, salvo il caso della legittima difesa.
La citata risoluzione 1441 non può, dunque, aver minacciato o autorizzato l’apertura di un conflitto armato, con le prevedibili (e previste) spaventose conseguenze in termini di vite umane (crediamo che sia doveroso distinguere nettamente il popolo iracheno dal suo Presidente Saddam Hussein, della cui dittatura esso è vittima e non responsabile).
Bisogna, infatti, tener conto che in IRAQ non dobbiamo far fronte ad una aggressione armata, ma solo ad un problema di accertamento della esistenza (forse residuale, perché ci sono già stati 7 anni di ispezioni) di strumenti di distruzione di massa o della presenza di materiali che potrebbero preludere alla possibilità di una loro futura costruzione.
E se si sostenesse, infondatamente, che la risoluzione 1441 contenga davvero la minaccia di una guerra, bisognerebbe obiettare che essa sarebbe palesemente viziata di illegittimità, per evidente contrasto con lo Statuto dell’ONU.
Non hanno poi nulla a che fare con l’ONU e con la citata risoluzione 1441 le motivazioni che sono state via via addotte dal governo degli Stati Uniti per giustificare l’intervento armato: all’inizio, i presunti collegamenti con il terrorismo islamico (Al Qaeda), sui quali non è stata fornita alcuna prova; poi la necessità di liberarsi da un feroce dittatore: ma quando mai gli Stati Uniti si sono mobilitati contro i dittatori (basta ricordare, fra i tanti, Pinochet in Cile, o Mussharraf che è diventato dittatore in Pakistan a seguito di un colpo di stato militare ed è, ciononostante, un grande amico degli americani); ma, infine, come mai gli Stati di mezzo mondo possono possedere armi di distruzione di massa – da Israele al Pakistan, dagli Stati Uniti alla Francia e alla Corea del Nord che ha dichiarato platealmente di volerla costruire, e non è successo niente) mentre per l’IRAQ il solo pericolo - che è in corso di accertamento – che possa avere qualche pezzo di simili armi rischia di farci precipitare in una guerra dalle conseguenze nefaste, esponendo oltretutto i paesi occidentali che si sono dichiarati disposti ad aderirvi all’aumento esponenziale del rischio di subire atti di terrorismo ?
Gli Stati Uniti, inoltre, dovrebbero spiegare al mondo per quale motivo decine di risoluzioni dell’ONU, la maggior parte delle quali riguardano Israele e la Turchia, sono rimaste del tutto ineseguite (fra esse quella del 1967, che ordinava ad Israele l’immediato rilascio dei territori palestinesi occupati: e sono passati 36 anni !) ed essi non hanno alzato un dito perché l’ONU facesse tutto il possibile per attuarle, anche con azioni di polizia internazionale.
Perché, allora, non ci diciamo francamente che questa guerra è spiegabile unicamente con il bisogno di petrolio che ossessiona gli Stati Uniti, da quando ha scoperto che le sue riserve petrolifere si esauriranno nel giro di 10 anni (com’è documentato da un rapporto dell’Agenzia di Informazioni sull’Energia del Governo americano, reso noto lo scorso anno dalla Deutch Bank in Germania) ?
Ma allora mobilitiamoci ancora di più contro la guerra e chiediamo alle Istituzioni che ci rappresentano, Capo dello Stato, Governo, Parlamento, di prendere le distanze dalla pericolosa politica imperiale degli Stati Uniti , di prendere sul serio i valori di pace, di convivenza e di giustizia contenuti nella Carta dell’ONU e nella nostra costituzione, e di reclamare coerenza e fermezza per l’attuazione delle altre risoluzioni – come quelle sopra citate – rimaste inattuate.

Bari, 12 febbraio 2003
Isa Colonna
per il Coordinamento contro la guerra di Bari
Testo inviato ieri a tutti i parlamentari


Associazioni aderenti:

Acli,Arca, ARCI Puglia, Arci Bari, Arci gay , Associazione per la pace, Assoc. Adirt, Assoc. Aifo, Associazione Esposti Amianto, Casa delle Culture, Cedam, Città Plurale, CGIL, Cobas Scuola, Comitato per una pace giusta in Palestina, Comunità Palestinese, Coordinamento artisti per la pace-Bari, Coordinamento ‘Insegnanti contro la guerra’, Coordinamento Studenti Medi Antifascisti – UDS di Bari, Francescani di Santa Fara, Donne in nero, Gesuiti, Gruppo Educhiamoci alla Pace, Iune mond’a la lune, ‘La Farandula’, Most za Beograd, Mutua Studentesca Bari, Gruppo ‘Oltre il girotondo’, Missionari Comboniani, , Missionarie dell’Immacolata ‘Padre Kolbe’, Orffea, Parrocchia del Buon Pastore, Parrocchia Resurrezione, Parrocchia S. Marcello, Pax Christi Bari, Samarcanda, Il Seme, Saro Wiwa, Socialismo Rivoluzionario, UDS Puglia, Ufficio del Mondo Sociale e del Lavoro - Diocesi di Bari e Bitonto, Unione degli Universitari di Bari.
Sono presenti anche molte adesioni singole


Salôm 'alêka
"Io sono per una pace senza se e senza ma"

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