Dura cervice
Vincenzo Andraous - 27-10-2001
E’ singolare come su questa guerra in Afghanistan si sprechino gli aggettivi, i sostantivi, le banalità dette in fretta proprio per non dire niente.
Gli estremisti di ogni sponda ammettono l’uso della forza e si annettono una fetta di lungimirante globalizzazione.
I democratici ( di bianco vestiti ) accettano l’uso di una violenza che sana altra violenza, con la pretesa di non esagerare troppo.
Poi ci sono quegli altri che ancora non conoscono il colore del sangue, e non stanno da nessuna parte, se non con l’utopia della creazione di un mondo perfetto.
In questa ottica c’è la nascita di un nuovo stradario, più modesto dello scudo spaziale, ma certamente più consono alla realizzazione di un rispettabile inferno, salvo poi chiederci chi riuscirà a controllare i lucifero in maschera e i cherubini in armi.
C’è davvero un grande spreco di sfide alle parole, agli intendimenti, agli inganni; quando invece i morti sono morti, i terroristi sono terroristi, la guerra è guerra, i soldi sono soldi, il potere è potere…..
Occorre chiamare le cose e le persone con il loro nome, avere il coraggio di indicare, sì, la strada maestra, ma dopo avere percorso per intero le vie laterali, quelle che hanno prodotto il presente.
La verità è verità da qualunque prospettiva la si inquadri.
La Fallaci in controtendenza? Agnoletto e Casarin in ibernazione? Bin Laden al museo delle cere? Bombe invisibili e morti nascosti? Paesi lontani e paure vicinissime? Indipendentemente dalla ragione o dalla compassione, c’è dispendio di immagini e di proclami, ma il cratere è in attesa di anime vaganti, anime con la barba e senza, con in mano il Corano o con il Vangelo. E’ un cratere che s’allarga e vomita tolleranze che non sono vissute, tanto meno convissute.
C’è paura di ciò che non vediamo, di rumori in sottofondo, di boati e di silenzi improvvisi.
E’ paura che procede spedita sotto i cingoli di quelli che non ammettono cedimenti. Non udire il fremito della resa alla follia, significa rimanere davvero indifesi, non sapere reagire con giustizia agli accadimenti, pur di lasciare comunque un segno del proprio passaggio, perché “c’ero anch’io”, poco importa se a Kabul o ad Assisi.
Si sciolgono come cristalli di neve al sole le parole, i caratteri cubitali, le ovazioni populiste.
E’ novena dei defunti, di ieri, di oggi, di domani. Seimila morti di là, qualche centinaio di qua, per confermare che poco giova la nostra tecnologia, i nostri sistemi di sicurezza, le nostre belle rassicurazioni, quando c’è l’imprevedibilità che non pone alcun annuncio.
Nuovamente ci rifugiamo nella giustizia che corre con occhi bendati sull’analfabetismo emotivo che ci coglie ogni qualvolta siamo chiamati a porvi rimedio.
Ci stiamo abituando alla guerra vera, ai morti sul selciato, a quelli che ancora respirano ma sono ruderi ambulanti. E nonostante questo palcoscenico mondiale, che non è affatto un proscenio virtuale, ma presente e futuro all’intorno, persiste la caduta di stile in cui inciampiamo, che non è patologia della dislessia, di una difficoltà congenita. E’ qualcosa di peggio, è corruzione del linguaggio, è autoipnosi della parola attraverso una reazione che non ha mediazione, perché l’angoscia e l’inquietudine albergano tra i nostri possedimenti, non certamente nella disperazione e nel dolore di quanti a brandelli cadono giù dal settantesimo piano di un grattacielo, o di quanti saltano per aria su una mina antiuomo.
Terrorismo, guerra, ingiustizia, sono il sintomo di un male più grande: tanti uomini a perdere….irrimediabilmente.
Di fronte a tutto ciò, è il caso di smetterla con i convincimenti che esistono divinità e civiltà contrapposte, persino un Dio con più cognomi altisonanti. Forse è il caso di ridimensionare l’uso di una etimologia di tendenza, e affermare che guerra santa e guerra vera, entrambe possiedono l’abito mentale dell’assassino.
Forse è il caso di curarci delle parole che pesano e contano per davvero, per indurci infine a curarci di più delle persone….anche quelle che solamente….. tolleriamo.

Vincenzo Andraous
Carcere di Pavia e
tutor della Comunità “Casa del Giovane” di Pavia
ottobre 2001

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 cristina bizzarri    - 11-11-2001
Mi stavo, come al solito, fermando dopo le prime righe, presa dalla solita noia delle parole - buccia, dei moral -ismi senza fine, degli autoincensamenti, quando le tue parole mi hanno...cristallizzata nella loro limpidezza.
Cosa dire o aggiungere a quello che hai detto.
Non so.
Forse, che un dio voluto dalla nostra megalomania di risurrezione, di paradisi con i piedi e i sederi sempre profumati, un dio così non dovremmo più volerlo, un dio specchio delle nostre brame e della nostra disperazione di finire che ci rende schiavi.
Forse, è ora di smetterla con fiabe tragiche e crudeli, mitologie di mostriciattoli che non fanno che gesti insensati e finti, eternamente imbesuiti dal dio che crea e che distrugge...
Ecco, è doloroso guardarci tra di noi, così come siamo tutti, senza corone di cartone di vari colori: ma quanto più vero e quanto poi alla fine più umano.
Caro Vincenzo, ti sono amica in questa ricerca di una Verità che è ben oltre il piccolo dio - squallore che la violenza ha costruito per acquietarsi (ma non si acquieta così!), un dio anagrafico usa e getta.
Una Verità che non ha bisogno dei nostri riti illusori e cruenti poiché, da sempre, è.