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«Noi iracheni che odiamo Saddam e la guerra»
La Stampa - 12-02-2003
IN CITTÀ SONO UNA QUARANTINA, TRA LORO LO SCRITTORE YOUNIS TAWFIK

Una comunità in ansia





Per la seconda volta, dopo la guerra del `91, noi, iracheni di Torino, ci sentiamo sotto i riflettori. Responsabili di quanto accade nel mondo, pur non avendone colpa». Lo scrittore Younis Tawfik celelebra con gli amici e la giovane moglie marocchina, sposata un anno fa, la festa musulmana dell´ Id al Kabir . Il profumo dell´agnello, simbolo del miracolo di Allah che sostituì con un montone il figlio d´Abramo pronto per il sacrifico, esala dal piatto con gli aromi mediorientali. La comunità irachena cittadina, una quarantina tra professori, architetti, imprenditori, segue con ansia gli sviluppi della crisi e le notizie dei parenti sotto embargo. Nessun fan di Saddam: tutti trepidanti per il paese d´origine. Sono i più italianizzati tra gli immigrati islamici: tolto il centro italo-arabo Dar-al-Hikma, che raccoglie soprattutto stranieri di Casablanca, non esistono locali esclusivi per Tawfik e i suoi amici. C´erano il Bagdad Cafè e il Newroz, chiusi entrambi. C´è il Kirkuk Kaffé di via Carlo Alberto 24, proprietà e gastronomia curda. L´autore del romanzo «La straniera», premio Grinzane Cavour 2000 (Bompiani), ci capita volentieri per un kebab. Poeta nazionale con tanto di medaglia sul petto, Tawfik arriva in Italia il 13 agosto 1979. Da un mese Saddam Hussein ha raccolto la staffetta del presidente Al-Bakr, passando da vice a numero uno. Lo studente ventenne appassionato di Dante Alighieri è tesserato: sogna di laurearsi in letterature comparate e insegnare in patria «il rapporto tra Islam e Divina Commedia». «Le cose sono andate diversamente», ricorda Younis Tawfik che da vent´anni non vede Mossoul, il paese natale sulle rovine dell´antica Ninive. L´ultima volta, nell´83, in pieno conflitto con l´Iran: «Un soggiorno breve, poi decisi di andar via per sempre. Dopo aver assaporato la democrazia occidentale, l´idea di quella prigione dove la gente si ammazzava nelle strade mi parve insopportabile». Nell´87, saputo delle armi chimiche usate dal dittatore contro i curdi, Tawfik abbandona il partito. Da allora è l´outsider più noto a Torino: paladino della cultura araba e fiero accusatore del gap di democrazia che separa la sua terra d´origine da quella d´adozione. Né con Bush, né con Saddam. La posizione pacifista funziona per chi ignora il vivere sotto regime: l´intellettuale segnato dalla nostalgia d´un luogo dove non può tornare è interventista, «vorrei la fine della dittura subito, non domani». Ma: «Intervento non vuol dire guerra. Sono passati dodici anni dalla giusta reazione all´invasione del Kuwait. Io e i dissidenti iracheni di Londra, Parigi, settanta partiti d´opposizione disseminati in Europa, abbiamo atteso invano che gli Stati Uniti, oggi tanto preoccupati dei nostri diritti, ci armassero aiutando un´infiltrazione graduale che alimentasse la resistenza. Allora sì, avrebbe avuto senso un blitz: via il governo sanguinario del raiss, dentro le forze nuove. Siamo gli unici responsabili del nostro destino: quelli che hanno inneggiato a Saddam ieri e oggi, con l´aiuto dell´Occidente, dovrebbero sostituirgli la democrazia». Younis Tawfik avrebbe sposato «una causa vera». Invece, vede solo caos: «Se il signore di Bagdad cade, il mondo islamico ne fa un martire. Se costringe gli americani ad un confronto lungo, diventa un eroe». L´ipotesi dell´esilio? Lo scrittore scuote la testa: «Non accetterà mai. Finirà i suoi giorni in patria, lo conosco bene». Il 29 febbraio sarà in libreria il volume «L´Iraq di Saddam», ultimo lavoro del docente di letteratura araba all´università di Genova, edito da Bompiani. «La morsa dell´oppressione ha soffocato il mio popolo», ammette Tawfik. Ora teme che «tre giorni sotto la pioggia di trentamila missili faranno il resto radendo al suolo una civiltà millenaria». Quella narrata dalle foto di Massimiliano Mandel, «I fiumi del paradiso: il Tigri e l´Eufrate», in mostra al centro Dar-al-Hikma in questi giorni. Le telefonate dei parenti di Mussaib, una cittadina vicino Babilonia, a nord della capitale, portano l´eco di «potenti bombardamenti iniziati già da un paio di giorni». La comunità irachena torinese è in ansia, nessuna paura. Il rapporto con la città, temprato nel 1991 con «Desert Storm», è a prova di guerra. I connazionali dello scrittore di Mossoul non hanno nulla in comune con la straniera dell´omonimo romanzo. Integrati, con compagne e mogli italiane, amanti della «bagna caoda» locale senza tema di tradire falafel e kebab. Il dissenso con questa «escalation americana» è politico, non cela disagi sociali del tipo sofferti dagli immigrati senza dimora erranti tra i vicoli di Porta Palazzo, facili adepti per predicatori di odio antioccidentale. Younis Tawfik non ce l´ha con «gli Stati Uniti». Solo, da arabo, guarda «all´Europa con crescente simpatia». Non perché la creda priva d´interessi nell´area mediorientale: «L´unica centrale nucleare irachena, quella distrutta dagli israeliani, era francese. Chirac mira alle risorse della regione quanto gli americani». Tawfik scambia un sorriso e il piatto con l´amico Muhammad Lamsouni che, scherzando, lo candida a «futuro presidente iracheno». Per uno che da vent´anni non vede casa e continua a sognarla organizzando mostre e concerti tipo quello dei «Mesopotamia group» il 22 febbraio, «la differenza tra pace per il petrolio e guerra per il petrolio non è questione di sfumature». Tra connazionali l´atmosfera è grave.


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