Il cavallo e la torre
Missione oggi - 12-02-2003
IN MERITO ALLA GUERRA IN IRAQ:
IL CAVALLO E LA TORRE


Mentre le parole e gli atti della politica "pro-guerra" si ripetono come uno stanco rituale, segnaliamo le virtù necessarie a chi sceglie la strada della pace. Sono la memoria, la pazienza, la volontà e l’immaginazione.

Alle volte, davanti al pressing emotivo che le viene imposto dai grandi mezzi di comunicazione di massa per prepararla a condividere o subire un evento così catastrofico com’è una nuova guerra, la prima reazione spontanea che una persona qualsiasi può avere, è quella di esclamare: ci risiamo.
Anche per questa ragione, forse, le parole e gli atti della politica "pro-guerra", ci comunicano, a loro modo, la monotonia di uno stanco rituale, confessando la banalità culturale propria di una stagione di "democrazia a bassa intensità", qual è quella attuale.
Se gli uomini e le donne che fanno proprie queste ragioni, fossero dei giocatori di scacchi, la loro pedina privilegiata non potrebbe che essere la torre. Prevedibile nei suoi spostamenti, può avanzare o retrocedere solo su due direttrici: una verticale e l’altra orizzontale.
In fondo, come il movimento di questa pedina, anche le motivazioni dei bellicisti sono ripetitive, scontate, danneggiano una preoccupazione legittima (la pericolosità di un avversario), mettendo mano ad un’asfittica quanto dozzinale memoria storica, facendone un uso politico sfrontatamente caricaturale: come circa undici anni fa, Saddam è di nuovo la maschera di Hitler, un uomo "che – come sostiene George Bush – ha ucciso la sua stessa gente con le armi chimiche", mentre i suoi alleati occidentali giravano la testa dall’altra parte. Un mefistofelico despota che "minaccia o ricatta l'America (…) con le armi più pericolose del mondo", la cui tecnologia, però, gli è stata fornita dai paesi "civili e democratici"; un diabolico "dottor Stranamore" mediorientale, capace di progettare in ragione delle armi che possiede o potrebbe costruire e usare, inferni nucleari e deserti chimici, dimenticando i fornitissimi arsenali di Israele e statunitensi, oltre che cinesi, indiani e pakistani. Se questo è il personaggio, l’unica ragione che egli può intendere, non può che essere quella delle armi. Armageddon compresa.
Che cosa si può fare allora? Come abbiamo detto, il gioco della torre è pericoloso, ma è anche vulnerabile; le regole le affidano un compito semplice, ma proprio per questo rigido, tanto da esporlo alle possibili manovre di un avversario avveduto. Per cui, a chi intende opporsi alla guerra e alle sue motivazioni, vorremmo suggerire di immedesimarsi nell’altro, ipotetico giocatore della partita, facendo affidamento su di un’altra pedina: il cavallo. Infatti, la mossa del cavallo ha dalla sua una buona dotazione di varianti, spiazza la manovra del concorrente, e così facendo, a suo modo, lo mette sulla difensiva. Alle volte lo costringe addirittura a prendere atto dell’impossibilità di continuare la partita, a dare forfait.

LE VIRTÙ DI CHI SCEGLIE LA PACE


Quali sono le varianti o, per meglio dire, le virtù che potrebbero essere messe in campo da chi rifiuta la guerra come un inevitabile destino? A nostro parere, dovrebbero essere la memoria, la pazienza, la volontà, l’immaginazione.
In primo luogo, la memoria di ciò che è stato, come antidoto di una cultura del presente, dell’agire umano come eterna emergenza, privo di profondità e d’orizzonte, cioè di senso. Sarebbe inutile cercare delle risposte nel passato (la storia non è una maestra, assomiglia piuttosto a una matrigna), ma di certo esso ci potrebbe aiutare a formulare meglio le domande per l’oggi e a ricercare soluzioni meno scontate.
Proprio la seconda guerra del Golfo (1991) è stata la più evidente dimostrazione che quel conflitto non è servito a risolvere alcun problema: infatti, dov’è finita la Conferenza internazionale di pace per il Medio Oriente? E la fine del conflitto israelo-palestinese? E il disarmo dell’area? Ciò che è invece successo, è sotto gli occhi di tutti: lo scontro omicida tra soldati di Tel Aviv e il popolo dei campi profughi, non ha mai raggiunto un punto così alto di violenza, di distruzione dell’Altro e quindi di una parte della loro stessa umanità. La ricerca di una soluzione di tutti i principali problemi dell’area mediorientale e del Golfo non è nemmeno iniziata, mentre tutti gli stati della regione, dopo il ’91, si sono impegnati in una forsennata corsa agli armamenti nella quale, guarda caso, gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo d’avanguardia, mostrando la stessa generosa disponibilità avuta con Saddam nel decennio precedente. Riusciremo mai a percepire la sofferenza di almeno uno dei 1.732.000 cittadini iracheni di ogni età morti fino ad oggi a causa dell'embargo imposto dall'Onu a Baghdad, in una guerra lunga 12 anni e ancora in atto?
La seconda variabile è la pazienza: l’azione nonviolenta non è il fatto di un momento. È ricerca paziente della verità nascosta nell’intelligenza creativa, che nasce dall’esperienza concreta dei popoli e delle persone; è costruzione di relazioni là dove l’atto della spada nucleare lacera e annienta; è coscienza critica della complessità dei fenomeni e delle soluzioni contro semplificazioni e unilateralismi; è processo che ha il tempo dell’Esodo, entro cui si esercita la disponibilità all’ascolto, al dialogo, al sacrificio, e che agisce giorno dopo giorno, ininterrottamente
La terza variante è quella della volontà: mettere in discussione non solo la guerra, ma la sua stessa legittimità (art. 11 della Costituzione e Carta delle Nazioni Unite), dispiegando sul piano collettivo tutte le forme possibili di disobbedienza e di obiezione a tutte quelle norme o scelte politiche che si scontrano con i principi costituzionali e con i diritti dell’uomo, dei popoli e con il loro comune sentire. E sul piano individuale, un cambiamento di mentalità, di abitudini, di scelte quotidiane.
La quarta e ultima virtù: l’immaginazione. Chi si oppone alla guerra, ma soprattutto alle sue cause strutturali, deve saper far valere ogni giorno il futuro che desidera, non come un’utopia da realizzare seguendo schemi ideologici astratti, quanto piuttosto un orizzonte di valori e di principi verso i quali compiere un passo in avanti, in buona compagnia. Insomma: "È necessario poter immaginare altro da ciò che è, per poter volere; e bisogna volere altro da ciò che è, per liberare l’immaginazione" (Castoriadis).

MISSIONE OGGI
novembre 2002

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 manuela    - 18-02-2003
il mondo degli ideali non esiste, è la realtà che ci pervade per cui dietro e dopo tanti ragionamenti , guardando i fatti senza veli e senza prevenzioni, bisogna agire. E' da ipocriti non agire ma solo blaterare, con le parole non si aiutano i popoli che soffrono.