breve di cronaca
La scienza in piazza contro questo governo
L'Unità - 12-02-2003

Con una manifestazione che non ha precedenti né in Italia, né nell'intero Occidente, alcune migliaia di scienziati scendono oggi in piazza a Montecitorio per protestare contro il ministro, Letizia Moratti e il governo Berlusconi. Sono tanti. Sono di gran lunga la parte più avanzata del paese perché si confronta, giocoforza, ogni giorno con il meglio dell'intelligenza e dell'innovazione del pianeta. Si battono non per difendere qualche privilegio personale, ma contro il declino culturale ed economico del nostro paese. Eppure una tempestiva e tempestosa raffica di interventi su svariate testate cerca di dipingerli come un manipolo di conservatori, insipienti e corporativi. L'ultimo scoglio sulla rotta, altrimenti libera, della riforma e dell'efficienza. E allora forse vale la pena ribadire punto per punto perché, nel metodo e nel merito, professori e bistrattati ricercatori degli Enti pubblici e delle università sono oggi in lotta.

1. Il governo Berlusconi ha tagliato i fondi pubblici per la ricerca. E poiché eravamo già al limite della sopravvivenza, il taglio è risultato piuttosto drastico. Tanto che sono dovute saltare molte collaborazioni internazionali (con buona pace per l'immagine del paese e per la possibilità di continuare a essere in luoghi cruciali per la produzione di nuova conoscenza). Ricordiamo che l'Italia, con ormai lo 0,9% del Pil, è tra i fanalini di coda nella spesa relativa per la ricerca tra i paesi Ocse. Spende, in media, la metà dei paesi europei. E un terzo rispetto a Stati Uniti e Giappone. La Corea del Sud, con un Pil che è la metà di quello italiano, ci supera non solo in termini relativi. Ma persino in termini assoluti. Non è un caso che l'Italia sia l'unico tra i paesi Ocse che vanta un deficit nella bilancia dei pagamenti dell'alta tecnologia. Nell'era della competizione globale e ormai privi della leva della svalutazione della lira, spendere meno in ricerca scientifica e tecnologica significa condannare il paese al declino. Culturale ed economico.

2. Il governo Berlusconi ha decretato il blocco delle assunzioni nel comparto pubblico, incluse università ed Enti di ricerca. E poiché uno dei grandi problemi della ricerca pubblica italiana è l'età media eccezionalmente elevata degli scienziati (prossima ai 50 anni negli Enti pubblici, prossima ai 60 tra i professori delle università), il blocco delle assunzioni si traduce subito in blocco del turn over e in mancanza di linfa giovane. E si tradurrà tra pochi anni in una diminuzione netta del numero di ricercatori disponibili. Detta in altri termini: tra qualche anno o andremo nel Terzo Mondo per reclutare scienziati o chiuderemo i nostri pochi laboratori.

3. Il governo Berlusconi non ha in alcun modo avviato a soluzione un problema in verità antico: la carenza di ricerca scientifica nel Mezzogiorno d'Italia. Con due conseguenze. Che lo stato italiano evita accuratamente di reclutare i suoi scienziati lì dove è massima la disoccupazione intellettuale. Ed evita di corroborare con iniezioni di nuova conoscenza e innovazione la fragile struttura produttiva del Sud d'Italia.

4. La riforma Moratti degli Enti pubblici di ricerca ha sferrato un potente attacco all'autonomia della scienza. Ora è difficile per chi non è addentro ai fatti della scienza capire l'importanza di quel bene astratto che è l'autonomia dei ricercatori. Basta però leggere il libro di un sociologo (e filosofo) francese, Pierre Bourdieu, intitolato «Il mestiere dello scienziato» e appena uscito per i tipi della Feltrinelli, per capire che l'autonomia della scienza è, al tempo stesso, la fonte della creatività scientifica e il bene più prezioso che gli scienziati, da Galileo in poi, hanno «conquistato a poco a poco nei confronti del potere religioso, politico, economico e, in parte almeno, nei confronti delle burocrazie dello Stato». Difendere l'autonomia della scienza (che non significa indipendenza) dalla politica, come fanno gli scienziati oggi in piazza, non è difendere un privilegio corporativo, è difendere l'essenza stessa dell'impresa scientifica.

5. La riforma Moratti annuncia una profonda rielaborazione degli indirizzi di ricerca che somiglia molto a una profonda distorsione. La riforma, per esplicito riconoscimento di chi l'ha formulata, cercherà di dare all'impresa scientifica italiana un'impronta utilitaristica e una netta connotazione di mercato. Ovvero premierà le attività scientifiche «più utili», non le attività scientifiche «più valide». Sono stati anche spiegati i motivi. L'Italia non può permettersi il lusso di investire nella ricerca di base, che non produce conoscenze immediatamente spendibili sul mercato. Occorre fornire alle imprese italiane, che storicamente non hanno una vocazione per la ricerca, uno strumento di innovazione. Ora in questi capisaldi teorici del progetto Moratti vi sono due gravi errori. Il primo è ritenere che possa esservi un buon sviluppo tecnologico senza ricerca scientifica di base. Per aver commesso questo errore, il Giappone è da oltre un decennio in una fase di recessione economica di cui non si intravede la fine. Per non aver commesso questo errore, gli Stati Uniti d'America, che tre lustri fa sembravano sull'orlo del declino, hanno riaffermato clamorosamente la loro leadership tecnologica ed economica. Il secondo errore consiste nel ritenere che si possa conferire per decreto una vocazione per la ricerca a una struttura produttiva che questa vocazione, da almeno quattro decenni, non ce l'ha. Non è trasformando gli scienziati del Consiglio Nazionale delle Ricerche o dell'Istituto Nazionale di Fisica della Materia in tecnici industriali che l'industria italiana inizierà a perseguire uno «sviluppo attraverso la ricerca». Occorre ben altro. Occorre una vera riforma del nostro sistema economico, non del nostro sistema scientifico.

6. Il governo Berlusconi sta sistematicamete commissariando gli istituti pubblici di Ricerca. Ha imposto un commissario all’Enea, al Cra, all'Asi, e da ultimo al Cnr (commissariamento revocato dal Tribunale amministrativo). Ha di fatto imposto la chiusura per adsorbimento dell'Istituto nazionale della materia (Infm). Solo le veementi proteste internazionali hanno impedito analoga chiusura per adsorbimento della Stazione Zoologica di Napoli. E tutto questo mentre i rettori delle università italiane sono dimissionari per protesta. Insomma, il governo Berlusconi sta terremotando il nostro sistema pubblico di ricerca. Un sistema delicato, in cui la follia distruttrice di pochi mesi produce danni recuperabili solo dopo molti decenni. I primi effetti negativi di questo terremoto già si vedono. I migliori cervelli fuggono all'estero: Giovanni Bignami, apprezzato direttore scientifico dell'Asi, ha riparato in Francia. Il cardiochirurgo Ignazio Marino da Palermo è ritornato negli Usa. Il professor Giorgio Parisi, fisico di grandissima fama, da Roma minaccia di trasferirsi a Parigi. E intanto una parte cospicua delle collaborazioni internazionali dell'Italia sono in sofferenza: spesso per mancanza di una controparte credibile in Italia.
Concludendo. Gli scienziati che scendono oggi in piazza per questi e altri motivi, non sono dei conservatori, insipienti e corporativi. Ma saggi grilli parlanti: coscienza razionale di un paese che vedono velocemente avviato verso il declino. Sono degli autentici progressisti. Perché, se dobbiamo dar ragione a Pierre Bourdieu, quella della Moratti non è una riforma. È una controriforma.


Pietro Greco

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 ilaria ricciotti    - 17-03-2003
Mi sono già espressa in merito a tale gravissimo problema, ma a quanto pare esso non interessa molto a quella classe docente impegnata un po' troppo nel difendere ciò che è già stato approvato. Anche la ricerca passa attraverso la scuola, ed allora mi chiedo come mai nessuno dei docenti italiani osi commentare questo articolo e prendere una posizione. Ciò che ribadisco è che bisogna iniziare a raccogliere le firme, tramite Fuoriregistro, così come abbiamo fatto per altre problematiche molto importanti.
Gli scienziati ed i ricercatori italiani non possono scendere in piazza da soli e portare avanti questa battaglia in modo corporativo. Noi abbiamo bisogno di loro come loro hanno bisogno di noi. I popoli uniti ottengono qualcosa, separati non otterranno nulla.
Pertanto invito i comitati della ricerca a proporre iniziative, in modo da coinvolgere anche noi comuni mortali.