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La globalizzazione antimoderna.
Piero Sansonetti - 06-02-2003
Il libro di Bertinotti


La dimensione naturale nella quale vive e prospera il capitalismo globalizzato - quello dei nostri giorni - è la dimensione della crisi e della guerra. Un’opposizione forte a questo capitalismo può esistere solo se è in grado di uscire da questa dimensione. E imporre la sua dimensione naturale, che è quella della pace. Dentro la quale possono porsi in modo concreto e finalmente risolutivo le due grandi questioni, che nel Novecento la sinistra ha toccato mille volte ma mai afferrato davvero: la questione del potere e la questione della proprietà. Fuori della dimensione della pace l’opposizione è condannata a rendere eterna la sua sconfitta, a commettere di nuovo tutti gli errori del secolo passato, a guardare da spettatrice la crisi del capitalismo che è una crisi in grado di riprodursi e di alimentare se stessa all’infinito e non è affatto destinata a concludersi con un crollo.



Più o meno mi pare che sia questa la tesi del libro che hanno scritto Fausto Bertinotti e Alfonso Gianni (Per una pace perpetua, edizioni Ponte alle Grazie, pagine 209, euro 13,00) che è in libreria in questi giorni. Il libro è scritto in forma di intervista, o piuttosto di dialogo tra Gianni e Bertinotti e affronta i principali problemi politici, storici e ideologici che stanno dietro la questione della pace. Con uno sguardo ben fisso sull’attualità (la guerra imminente degli Usa contro l’Iraq e la questione più generale della globalizzazione) ma con uno sforzo per riprendere il filo della storia del pacifismo e del dibattito su pace e guerra, violenza o non-violenza, riforme o rivoluzione, putchismo o radicalismo, dalla notte dei tempi a oggi (soprattutto dall’inizio del novecento ad oggi). Il risultato è un testo di riflessione molto serio e molto interessante, che pone un grande numero di problemi, cioè i grandi problemi strategici che oggi si pongono di fronte alla sinistra - e le sbarrano il cammino, e chiedono di essere risolti - in parte indicando una soluzione, in parte lasciandoli aperti. È un libro che offre notevoli strumenti di analisi. Come succede spesso nei lavori di Bertinotti, la parte di analisi politica è infinitamente più lucida e robusta della parte che contiene l’indicazione delle soluzioni. Il punto di forza del libro è sicuramente la riflessione sull’intreccio ormai inestricabile tra fase globalizzata del capitalismo e necessità della crisi e della guerra. Il punto più debole è - parafrasando Lenin - il Che fare. Bertinotti ci spiega con grande chiarezza tutto ciò che non va fatto, e questo è un merito notevole. Perde però la forza della sua lucidità quando Alfonso Gianni lo richiama al terreno concreto e domanda indicazioni positive. Qui Bertinotti si limita a indicare una direzione, ma non sa precisare la strada. La direzione è quella del superamento della contrapposizione tra rivoluzione e riformismo. Sono due formule superate, del secolo scorso. Bertinotti dice che la direzione da prendere è quella della opposizione politica e civile, della non violenza e della trasformazione. Dice che nella miscela tra queste tre categorie di lotta e di azione politica sta il futuro della sinistra. Si ferma qui: non fornisce la ricetta della miscela né si sofferma nei dettagli del significato della parola - pesantissima - «trasformazione».






Andiamo con ordine. Il libro contiene una analisi della globalizzazione che in modo estremamente succinto potremmo riassumere così: questa globalizzazione è contro la modernità. Essere contro la modernità è la sua caratteristica e la sua forza. È un paradosso? Bertinotti spiega perché non lo è: questa globalizzazione è contro la politica e contro la democrazia. Anzi, prevede l’estinzione della politica e della democrazia come condizioni per il suo pieno sviluppo. Lo sviluppo di questa globalizzazione avviene solo in una situazione di liberismo totale (dove cioè il mercato non sia limitato, e dove quindi la politica si faccia da parte e non ostacoli le forze produttive), e in una situazione che consenta la riunificazione delle sedi della decisione e dell’iniziativa economica (e dunque alla democrazia politica sia tolta la sovranità sulle decisioni).
Ma la politica e la democrazia sono invece gli elementi costituitivi, in termini storici, della modernità. Per capire cosa sta succedendo in questa aggrovigliata fase della storia bisogna partire da qui: dalla lotta che è aperta tra globalizzazione e concetto di moderno. Questa lotta ha prodotto i fondamentalismi e la militarizzazione. Il padre di tutti i fondamentalismi è il fondamentalismo del mercato, cioè l’attuale teoria liberista dentro la quale vive tutto l’Occidente. Il fondamentalismo del mercato provoca e alimenta tutti gli altri fondamentalismi, compresi quelli religiosi. Questo origina la crisi permanente dentro la quale vive questo sistema capitalistico. E da questa crisi permanente nasce la necessità della guerra come condizione naturale di svolgimento della storia e come sostituto della politica.
A questo punto si pone il tema della sinistra. Come si comporta la sinistra di fronte a questo scenario. E in che termini nasce l’esigenza della scelta non-violenta (che è il nocciolo e la parte essenziale del libro). Bertinotti e Gianni compiono un’ampissima escursione storica in tutto il novecento e anche nel secolo precedente. Da Marx in poi. Esaminano le vocazioni pacifiste, non sempre coerenti e organiche, che hanno attraversato dalle origini il movimento operaio. Raccontano delle fratture insanabili, avvenute sui temi di pace e guerra, tra comunisti e socialdemocratici. Dividono in quattro grandi cicli la storia del Novecento (fino alla grande guerra, poi gli anni ’20 e ’30, poi il dopoguerra, e infine quello attuale della globalizzazione dopo la caduta del muro di Berlino). E arrivano fino all’Onu, alla Costituzione italiana, al concetto di rifiuto della guerra come strumento politico e di governo maturato nelle coscienze dopo gli orrori «terminali» (o così credevamo) di Auschwitz e di Hiroshima. In questo racconto, che è molto interessante, il libro si sofferma a lungo anche sulle teorie pacifiste di Kant, sulla loro forza e sui loro limiti, e parla a lungo di Rosa Luxembourg della quale riporta una breve frase che mi pare molto bella e attuale e trascrivo: «Voi dite o mitragliatrici o parlamentarismo. Noi vogliamo un radicalismo un po’ più raffinato, non solo un grossolano aut-aut. È più comodo, è più semplice, ma è una semplificazione che non serve».
Nella parte finale Bertinotti definisce più precisamente i termini e i motivi della scelta non-violenta e pacifista (operando tutti i distinguo tra questi due concetti, che spesso si accompagnano ma non coincidono:il pacifismo non necessariamente è non violento).
È una scelta che per Bertinotti la sinistra deve compiere non per motivi ideologici o etici (i motivi che spingono alla non-violenza e al pacifismo gran parte dei movimenti di origine cristiana) ma perché dettata dall’analisi politica. La crisi degli stati nazionali e la militarizzazione del capitalismo globalizzato tolgono qualsiasi spazio realistico alle vie diverse da quelle non-violenta. Ma di per sé la via non-violenta rischia di restare pura testimonianza se non si innesta in politiche di opposizione e di trasformazione. È qui che Bertinotti si pone il problema di cosa fare del potere e di cosa fare della proprietà e lo indica come problema fondamentale della sinistra (e della politica) del secolo che si è aperto.

L'Unità

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