Il sogno di domani
Emanuela Cerutti - 20-10-2001
“ Un sogno non è mai interamente un sogno…non si può ipotecare il futuro”


Le parole di Arthur Schnitzler interrogano la mia quotidiana abitudine all’educare, stratificata come una cipolla, mai del tutto soddisfatta, mai impermeabile a quanto accade “là fuori”.
E là fuori, ultimamente, sembra essersi scatenata una tempesta primordiale, frullato destabilizzante di storia, politica, economia, sentimenti ed istinti, dolore e senso di colpa, senso di responsabilità, senso unico di troppe strade senza incroci.
Così la curiosità è inevitabile: quale bambino si nasconde dietro l’adulto di oggi? Quale adulto di domani si sta preparando? Quali veri e falsi modificheranno le sfumature d’azzurro nei prossimi cieli?
Ripenso alle origini, vissute, studiate, sfuggite.
Fin dai loro primi momenti i nostri cuccioli giocano. Esercitano serissimamente un’attività che pare non avere scopi immediatamente finalizzati: c’è addirittura chi la ritiene una forma di disimpegno, così priva di scelta e di ragione. Una fuga. Futuro pregiudizio non banale.
Non temuti, loro giocano e si allenano, con i primi sorrisi, a superare le difficoltà che man mano si presentano, e si arrabbiano perché l’equilibrio stabile è difficile da raggiungere, ma forse anche noioso: meglio accettarne uno provvisorio, che li rimette in posizione e li fa ricominciare.
Giocano, disposti a rischiare, in quel meraviglioso limbo fatto di ingenuità e di minimi freni inibitori, di entusiasmo, di coraggio.
I grandi, con sorrisi navigati, intanto analizzano, inquadrano, catalogano, congelano, tentando di frenare il tempo all’istante di un improbabile presente, mai in realtà tale.
Vorrebbero in tutta onestà far entrare il modo nella sfera di cristallo, che sforna modelli prefabbricati adatti ad ogni occasione, rende inutili le domande pericolose, fornisce sicurezze a prezzi convenienti.
Capitano, ogni tanto, giorni o notti nei quali le sicurezze si spezzano ed i Fridolin di turno si imbattono in un ignoto creduto inesistente. Pueri aeterni o Peter Pan da non confessare, proprio come i segreti di Pulcinella, sempre con quella sua espressione un po’ triste.
Capitano, e i costi non sono più tanto convenienti.
Forse l’adulto che ha smesso troppo presto di giocare è come un guerriero con l’armatura di cartone: niente riparo contro l’imprevisto, la provvisorietà.
Del gioco ha mantenuto la scorza, regole e sicurezze, ma ha perso il succo dolcissimo del dono totale, essenziale perché il cambiamento non sia comparsa, ma attore protagonista.
La scuola, Giano Bifronte, entra in discussione a questo punto ed accetta il confronto tra le diverse anime che la abitano.
Da una parte riconosce l’iperprotettività, la ristrettezza di norme, spazi, programmi, risposte, la proposta di innovazioni già un po’ in ritardo rispetto alla stagione.
Ammette di temere l’apertura, la ricerca, la creatività, la condivisione dei progetti, la problematizzazione, l’alternativa.
Vuole contenere il rischio entro limiti accettabili e comunque previsti. Evita paure, evita conflitti, evita l’impopolarità.
Preferisce la via breve della competitività alla via lunga dell’accordo. Cerca di allontanare il fallimento, rispedendo al mittente le proprie responsabilità.
Rassicura coprendo la memoria di schemi, i quaderni di plastica, il dubbio di risposte.
Dall’altra non rinuncia a giocare la carta dell’avventura e della fantasia, accetta la forza dei vissuti, si lascia possedere dai piccoli e grande soggetti che la attraversano.
Entra in dialogo con i territori delle storie e delle culture che bussano alle sue porte e permette loro di interrogarla, scrive sui muri parole quali disponibilità, cooperazione, aggregazione ed incolla sui registri fotografie colorate.
Scrive libri inediti e legge fiabe mai scritte.
Crea ogni giorno il proprio percorso, lavorando di cesello nell’intreccio degli stili cognitivi ed emozionali, accettando l’errore come passaggio naturale ed obbligato verso la tappa successiva.
Crea motivazione, attesa, coinvolgimento, riappropriazione, scoperta, affermazione del comune star bene come diritto inalienabile.
In questo dialogo tra limiti ed aperture, in questo raffronto tra esigenze e convinzioni, in questo continuo imparare ad imparare pone, oggi, le condizioni per il sogno di domani.
Vale la pena non chiudere la porta.

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