Incontri tra i mandorli
Emanuela Cerutti - 01-02-2003
Con il 1° febbraio inizia l'anno della Capra, secondo il calendario cinese: il Capodanno è festeggiato anche in Italia con sfilate di carri e maschere tradizionali, poca eco sui giornali, ma molta allegria nelle case e doni, avvolti in carta rossa, lo stesso colore delle lanterne e degli striscioni che addobbano le città.
Festa della primavera è l'altro suo nome, quanto basta per richiamare alla mente il profumo dei mandorli lungo lo Yangtze, mentre il freddo qui imprigiona le strade. Festa della primavera mentre la memoria è ancora occupata dalle immagini polacche di fine gennaio, dal silenzio che avvolge pensieri ed eventi, congelandoli in un passato che stenta a passare.


La campanella delle 11.59 suona durante una discussione tra ragazzi a proposito di certi "bulli" ("bulloni" secondo l'ultima versione) che non stanno al loro posto e bisognerebbe davvero che ci mettessimo insieme a fargliela capire, sì, facciamo cordone, ogni volta che buttano giù una giacca o scherzano, ci alziamo insieme e ci mettiamo intorno a loro, tutti intorno, ma non diciamolo alla biondina, perché quella spiffera tutto in due minuti.
Un minuto a volte è lunghissimo: insopportabile, se ti metti a pensare che stai parlando o tacendo di cose simili, dicono: sembra che non abbiamo imparato niente.


Sui mandorli le prime gemme, come non se ne vedevano sul viale di Sesto San Giovanni quel marzo del '44, quando Angelo, 17 anni allora, partecipava al grande sciopero, la più imponente prova di forza della Resistenza di fronte alle armate naziste, come è stato definito: "sciopero bianco all'inizio, perché eravamo stufi della guerra e la guerra la fanno le armi, dunque se noi smettiamo di produrle la guerra finisce e torniamo a mangiare".
Poi davanti ai cancelli della Falk "sono comparsi sacchi di sabbia, e dietro mitra puntati, e noi, senza organizzazione, tornavamo a casa e non ci lasciavamo spaventare", racconta, e dice "i fascisti" in un modo irripetibile, lui che non era un partigiano, non un ebreo, non un rom, solo un operaio stanco della violenza e delle ingiustizie. Lui a cui un "fascista" ha detto "tra un pò di questi non resterà più nessuno": di questi chi?
Tre giorni dopo la ripresa del lavoro, gli arresti, che del nazifascismo sono tra le espressioni più tragicamente tipiche, un incipit irreversibile. La sua permanenza a Mauthausen durò 15 mesi e bastò per aver voglia di dimenticare.
In Italia il numero dei deportati è stato di circa 40.000, di cui 10.000 ebrei, gli altri no. Gli altri e le altre, poche, solo "non allineati".


"ll fatto che un individuo sia buono o cattivo non riguarda soltanto lui, ma riguarda realmente l'intiera comunità, anzi, il mondo intiero" (Antiche come le montagne).
Forse qualche gemma si schiudeva quando il Mahatma Gandhi cadeva sotto i colpi di un estremista indù, il 30 gennaio 1948, a New Delhi, mentre si accingeva alla pubblica preghiera serale. Uno dei suoi, il direttore di un quotidiano, che esigeva la guerra contro il Pakistan per riunirlo all'India, l'espulsione dei musulmani dal Paese e il ritorno all'ortodossia religiosa tradizionale.
"Non vi è una sola virtú che tenda al benessere di un singolo individuo o si accontenti di questo. Viceversa, non vi è una sola colpa morale che, direttamente o indirettamente, non interessi molti altri oltre l'effettivo colpevole." (Ibidem)


Un anno, dicono i Cinesi, che si prospetta tranquillo ed equilibrato, stando alle caratteristiche dell'animale, uno dei preferiti per via del suo carattere dolce ed affettuoso, e dei più belli, secondo una cultura per la quale “bellezza” e “bontà” coincidono.
Don Vitaliano della Sala avrebbe qualcosa da ridire in proposito, lui che ha riscoperto nella teologia neoclassica e nel tomismo radici di disobbedienza e ritorni alla coscienza.
Lui che al Dio onnipotente preferisce il Dio onniperdente, piccolo come Davide ma capace di buttare a terra con un sasso il gigante di turno, capace di stare dalla parte degli ultimi.
Lui che al sovrastante verbo comune, quello delle "bombe intelligenti" o delle "guerre umanitarie", preferisce il linguaggio semplice della verità, in cui le parole raccontano la vita. Il "ripudio", ad esempio, non è il "rifiuto": rifiuto qualcosa che non condivido, ripudio qualcosa che ho conosciuto e non voglio più. Così i Padri e le Madri Costituzionali ci hanno insegnato. La guerra non la vogliamo più.
Perché sia un buon anno, direbbe don Vitaliano, e tutti lo ascolterebbero anche se fa "un po’ catechismo", bisogna che tutti rinuncino a qualcosa, opponendosi alla guerra più grande, quella globale e permanente che confonde e rimescola belli e brutti, buoni e cattivi, ma contrappone ricchi a poveri, diritti a privilegi, poteri a ragioni; quella che si appoggia su alleanze dispari, negazioni di qualunque legge fisica sui corpi in equilibrio; quella che diventa regola di se stessa cancellando lo sforzo del vivere civile.

L'internazionale della speranza, dice, e chissà che sotto i mandorli, lungo lo Yangtze, non stiano partendo le danze, al ritmo battente dei tamburi.




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 Rossella    - 03-02-2003
Bellissimo testo, ma parole...
Cosa fare in concreto? Come educare?
Sensibilizzare non basta... Anche noi, della mia e tua generazione, da piccoli siamo stati sensibilizzati, istruiti al ripudio di ciò che è negativo per l'uomo, al valore dell'obbedienza a certi principi religiosi-umani... Eppure molti (di noi ) sono cresciuti disobbedienti, sfattoni e disfattisti, sfiduciati e senza Fede, menefreghisti nei confronti degli insegnamenti di chi ha vissuto prima di lui/lei... Questi ( fra noi) sono gli stessi che oggi fanno la guerra... con l'assurda pretesa di fare la pace.
Sono io stessa un po' sfiduciata nelle parole, nelle manifestazione, nella raccolta di firme, nella Giornata della Memoria, nei commenti sulla pace e sulla guerra. Giusto parlare, esprimersi, opporsi... e poi?
Mi piacerebbe essere "educata ad educare".
Ross