Bilancio partecipativo
Salvatore Amura - 01-02-2003
Il modello partecipativo applicato in un comune della cintura milanese.



Nel 1988, a Porto Alegre, in un recesso del sud del mondo, prende avvio un’esperienza apparentemente di interesse solo locale, ma destinata, nel corso del tempo, ad assurgere a punto di riferimento per tutte le realtà interessate a innestare nel quadro della democrazia rappresentativa una massiccia componente di democrazia diretta.
La pratica del bilancio partecipativo si è così diffusa, come un contagio, alle più diverse latitudini, dando vita a uno spettro variegato di esperienze nelle quali il modello proveniente dallo stato del Rio Grande do Sul è rielaborato alla luce delle specificità locali. Assai rilevante, in tal senso, è anche il riferimento a esperienze che si sono sviluppate, in direzione del bilancio partecipativo, indipendentemente rispetto a Porto Alegre, in particolare la città di Christchurch in Nuova Zelanda e la Charente in Francia.
Al momento, circa duecento comuni, disseminati in diciotto paesi, hanno avviato, a diversi livelli amministrativi, esperienze di bilancio partecipativo. A tal proposito si possono citare i casi di Montevideo, Buenos Aires, Città del Messico, Barcellona, Parigi, grandi città nelle quali sono state attuate sperimentazioni, ancora assai limitate, di coinvolgimento diretto della cittadinanza nelle decisioni riguardanti la gestione del budget comunale o circoscrizionale.
Se l’Europa, dalla Spagna alla Germania, dall’Inghilterra alla Svizzera, appare particolarmente ricettiva nei confronti dell’idea del bilancio partecipativo, anche altri continenti si tentano di muoversi in tal senso, come testimoniano le esperienze avviate in Camerun, Senegal, Congo, Haiti o nello stato indiano di Kerala.
Per quanto riguarda l’Italia, forme di bilancio partecipativo sono sperimentate in alcune grandi città come Roma (X e XI circoscrizione), Venezia, Firenze, Napoli, Trento e Genova. Anche realtà insediative minori, comunque, si sono dimostrate in tal senso assai dinamiche.
Un ruolo pionieristico senza dubbio è stato svolto dal comune di Grottammare, in provincia di Ascoli Piceno. Nel 1994, su spinta del sindaco Massimo Rossi, i residenti sono stati coinvolti nelle decisioni riguardanti il piano regolatore.

In seguito, le procedure di coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni amministrative si sono stabilizzate, conducendo a scelte decisamente innovative in termine di ricostruzione del tessuto sociale del territorio e di promozione di un modello di sviluppo inclusivo improntato alla valorizzazione delle specificità locali in un’ottica di lungo periodo, in cui le ragioni dell’economia tentano di coniugarsi con le esigenze della solidarietà, della qualità della vita, della sostenibilità ambientale: progetti di cooperazione con il Sud del mondo, costruzione di centri polivalenti per migranti, giovani, anziani, restituzione all’uso agricolo di metà delle aree edificabili, limitazione del traffico sul lungomare, gestione democratica ed efficiente dei servizi.
Per quanto riguarda l’area milanese, si possono segnalare le iniziative dei comuni di Mezzago, Vimercate e di altre realtà amministrative della cintura Nord, partite con progetti di pianificazione dove i cittadini sono coinvolti in esperimenti di gestione del territorio.
Per quanto riguarda la cintura Sud, fondamentale è il ruolo svolto dall’amministrazione comunale di Pieve Emanuele, detta per questo scherzosamente Pieve Alegre, giunta a sviluppare un piano operativo per l’implementazione del bilancio partecipativo presentata in consiglio comunale il 15 maggio 2002.
Si tratta di un’esperienza a cui ho lavorato per ben otto anni, in qualità prima di consigliere comunale, in seguito di presidente del consiglio comunale. Il piano operativo, da questo punto di vista, rappresenta il punto di arrivo (che auspichiamo comunque base di ulteriori sviluppi) di un lungo processo centrato sul progressivo coinvolgimento della cittadinanza, di singoli e associazioni, nelle decisioni dell’amministrazione comunale. Il primo passo è stato quello di procedere a una vera e propria “rivoluzione delle carte”, volta a ridefinire strutturalmente il funzionamento dell’ente comunale, aprendolo alla partecipazione diretta dei cittadini.
L’attivazione di spazi partecipativi, infatti, non deriva solo dalla volontà degli amministratori ma esige una diversa strutturazione dei funzionamenti amministrativi, volta a favorire il coinvolgimento, la comunicazione, l’autonomia organizzativa e progettuale.
La rivoluzione delle carte, attraverso la stesura di nuovi statuti e regolamenti, si è rivelato un passaggio estremamente faticoso, in quanto presupponeva il superamento di abiti mentali radicati e di forme organizzative consolidate attraverso la mobilitazione, allo stesso tempo, di fantasia istituzionale e di un’adeguata cultura giuridica capace di formalizzare i nuovi indirizzi.
L’istituzione delle consulte, la ridefinizione del ruolo dei consiglieri di quartiere, direttamente coinvolti nelle commissioni consiliari, delle modalità di comunicazione dell’organismo comunale, dei rapporti fra i singoli enti: questi alcuni dei risultati della rivoluzione delle carte.
Alla fase di ridefinizione istituzionale è seguito il tentativo concreto, nella pratica, di attribuire a uno spettro il più possibile ampio e articolato di forze sociali poteri di indirizzo sulle scelte, anche di natura economica, dell’amministrazione comunale. In tal senso, per scongiurare ogni chiusura burocratica o corporativa, si è teso a tutelare la possibilità di intervento di gruppi di carattere informale, non strutturati in associazione ma aggregati intorno a poli di interesse.

Di particolare importanza, poi, a Pieve Emanuele, è stato il coinvolgimento dei bambini: A partire dai bebefici offerti dalla legge 285, una norma che offre un arco di finanziamenti alle scuole per progetti che attribuiscano ai bambini un concreto potere di orientamento delle scelte riguardanti, per esempio, la strutturazione dello spazio della scuola e degli immediati dintorni, l’arredamento, le decorazioni, la disposizione delle strutture, le attività didattiche e di svago.
In breve, il coinvolgimento decisionale dei bambini ha oltrepassato le mura della scuola per diffondersi, grazie all’attivazione delle istanze comunali, sul territorio, con l’obiettivo di porre il bambino al centro della progettazione dei luoghi del suo abitare.
Per rendere possibile l’emergere delle esigenze e dei desideri dei bambini, al di là di ogni semplificatoria soluzione “spontaneistica”, si è provveduto a definire il ruolo di specifici operatori, detti “facilitatori”. Ovviamente, il protagonismo riservato ai bambini, ha avuto per effetto l’estensione della partecipazione alle iniziative comunali di genitori nonne o altre figure a essi legate. Simbolo della possibilità di una presa di parola pubblica di un soggetto solitamente concepito solo in termini passivi è il Consiglio comunale dei bambini, il cui parere consultivo obbligatorio è richiesto per ogni decisione che coinvolga i minori.
Di tale istituzione, si deve anche sottolineare il forte valore pedagogico, in quanto permette ai bambini di esperire direttamente, in tenera età, modalità di presa di decisione collettiva, di partecipazione, di negoziazione, certamente utili per l’educazione di cittadini politicamente consapevoli e capaci di concepire l’agire collettivo come soluzione ai problemi posti dalla convivenza in società.
L’amministrazione comunale di Pieve Emanuele ha sempre concepito il proprio operare per un ampliamento dei quadri della democrazia reale in un orizzonte non certo localistico. Tale spirito a condotto alla partecipazione diretta al Genova social forum, al Forum sociale internazionale di Porto Alegre o al Cantiere del nuovo municipio tenutosi a Roma il 4 e 5 maggio 2002, per fare il punto sulle pratiche e i modelli di coinvolgimento diretto della cittadinanza sviluppatesi in Italia sulla scia dell’esperienza di Porto Alegre..
È in tale contesto che matura un documento come La Carta del nuovo municipio ( scarica qui: ), in quanto testo estremamente significativo del ricco dibattito sull’autogoverno cittadino e l’inscrizione di sempre maggiori spazi di partecipazione diretta nei quadri della democrazia rappresentativa.

Il testo è ospitato nel libro di Cristina Artoni
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L’alternativa dal Basso – Shake Edizioni Underground



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