breve di cronaca
Dell'attualità di Auschwitz
Liberazione - 27-01-2003


Avevo dieci anni quando uno zio antifascista e socialista, tanto giovane quanto impegnato, mi mise in mano il "Diario di Anna Frank", con poche decisive parole di commento. Fu la scoperta dell'orrore assoluto, incisiva e penetrante per il fatto che mi veniva rivelata da una adolescente nella quale mi identificavo. Ho sempre pensato retrospettivamente che da quel gesto in apparenza così minuto siano discesi l'orientamento e l'impegno a sinistra, la partecipazione al ‘68 e al femminismo, l'inclinazione antirazzista della mia ricerca antropologica. Non so se oggi vi siano ancora zii che trasmettono ai nipoti, in modo così sobrio ed efficace, l'eredità della memoria: viviamo un tempo di lacerazioni e fratture, ingarbugliato e opaco, in cui esile o reciso è il filo della comunicazione fra le generazioni, in cui sommovimenti epocali e dislocazioni degli schieramenti e degli attori politici hanno reso più arduo orientarsi e scegliere. Ma proprio oggi si fa più urgente il lavoro della memoria e più necessario il tentativo di rintracciare le mappe che trascendono la contingenza per restituirle più nitide e leggibili. E' a questo che può servire il Giorno della memoria, opportunamente quanto tardivamente istituito dal Parlamento italiano, data di un calendario civile che, nella ricorrenza della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, ci ricorda che lo sterminio, prodotto tanto terrificante quanto coerente della modernità europea, non è una ferita rimarginata: come ha scritto fra gli altri Zygmunt Bauman (Modernità e Olocausto) sulla scia di Horkheimer e Adorno (Dialettica dell'illuminismo), oggi sappiamo di vivere in un tipo di società che lo rese possibile «e che non conteneva alcun elemento in grado di impedire il suo verificarsi».
E' questa la lezione di Auschwitz e la sua bruciante attualità: lo sterminio, «gigantesco esercizio di ingegneria sociale», per usare ancora le parole di Bauman, è figlio della "civiltà" europea, un figlio partorito dalla razionalità strumentale e alimentato dai mezzi potenti, la burocrazia e la scienza, messi a disposizione dalla modernità. In quanto tale, esso non è archiviabile, non appartiene al passato ma al nostro presente. Esso ci dice che la lunga storia europea dell'antisemitismo e del razzismo non è chiusa una volta per sempre: ce lo ricorda ogni giorno non solo lo stillicidio "ordinario" e/o istituzionale di dichiarazioni, discriminazioni e atti razzisti contro gli stranieri, ma anche l'allarmante ripresa a livello internazionale di una "destra plurale" (per usare la formula di Guido Caldiron, nel libro che ha lo stesso titolo), la quale ha come cifra comune il negazionismo e l'antisemitismo, impliciti oppure del tutto espliciti, rivendicati, addirittura propagandati rumorosamente e impunemente.

Le leggi razziali, la persecuzione e lo sterminio delle popolazioni ebraiche, e con esse dei rom e dei sinti, mai sufficientemente ricordati, la segregazione e l'annientamento degli omosessuali, degli oppositori politici, dei soggetti sociali indocili, deboli o malati, compiuti dal nazismo con metodicità burocratica e serialità industriale, certo furono resi possibili da una temperie e da circostanze storiche ben definite. E dunque opportuno è il richiamo di chi ci invita a non fare della persecuzione e dello sterminio un'essenza metafisica sottratta alla storia e all'interpretazione storiografica. Nondimeno, l'antisemitismo continua ad essere un modello paradigmatico che ci consente di comprendere non poche cose intorno al razzismo dei nostri giorni. Infatti, come ci ricorda Alberto Burgio nell'introduzione a un volume collettaneo (Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d'Italia: 1870-1945), gli ebrei hanno costituito la "perniciosa sintesi" di tutte le dimensioni che assume la razzializzazione dell'altro. L'antisemitismo è dunque il paradigma non solo del razzismo biologico, ma anche del "razzismo senza razze". La tendenza propria al razzismo dei nostri giorni, non a caso definito differenzialista, ad abbandonare l'argomento della "razza" in favore di un culturalismo che in realtà naturalizza le stesse culture (come le "etnie", le "identità", le "differenze", le "civiltà"…) ha il suo antecedente esemplare nella definizione degli ebrei come "razza storica" o "razza mentale", fatta propria da Hitler ed enfatizzata fra gli altri da Julius Evola, ideologo del razzismo fascista (vedi P. A. Taguieff, La forza del pregiudizio). L'odierna riduzione dell'immigrato musulmano a "estraneità radicale", a tipo «culturalmente ed etnicamente inintegrabile» (così lo definisce il politologo liberal Giovanni Sartori, in un inquietante libretto, Pluralismo, multiculturalismo e estranei) ha il suo prototipo nella definizione dell'ebreo data dall'antisemitismo nazifascista. Infine, la stessa struttura mentale paranoica che vede l'altro come il nemico interno, annidato nelle pieghe della nostra società, ove complotta e attenta all'ordine sociale - si pensi all'attuale ondata di islamofobia, esacerbatasi dopo l'11 settembre e la guerra permanente - è rappresentata esemplarmente nell'antisemitismo.

Tutto ciò ci imporrebbe una seria riflessione sulle rotture e le continuità, le analogie e le differenze fra i razzismi, una riflessione che purtroppo non fa ancora parte della coscienza civile italiana. Infatti, in Italia, come più volte ha rimarcato fra gli altri David Bidussa, la vicenda dell'antisemitismo e del razzismo è stata considerata come un corpo estraneo e analizzata come un evento non legato alla storia nazionale. Di qui, anche, discendono tanto la difficoltà e la riluttanza della società italiana a riconoscere, prendere coscienza e analizzare il "proprio" razzismo, quanto la sua debole reattività verso le forme, anche le più scoperte, di xenofobia e di antisemitismo. L'una e l'altro sono oggi in allarmante crescita, anche grazie a un governo che ha incorporato gli imprenditori politici del razzismo e alla polarizzazione che si è determinata dopo l'11 settembre e la proclamazione della guerra illimitata e permanente.

E a questo proposito, io ritengo che le polemiche, legittime anche quando massimamente aspre, sul ruolo del governo israeliano in carica dovrebbero attentamente guardarsi dal rischio di assumere l'ideologia e il lessico che è alla base di ogni razzismo: interpretando le vicende storiche in termini di "scontro fra civiltà", assumendo il linguaggio della "razza" o dell' "etnia", leggendo gli eventi presenti in chiave di scontro fra essenze metafisiche immutabili, imputando indistintamente agli "ebrei" come ai "musulmani" responsabilità politiche che vanno attribuite a ben precisi soggetti e interessi storici che si scontrano nell'arena internazionale.

Anche a questo dovrebbe essere utile il Giorno della memoria: non solo a rammemorare le vicende dello sterminio, ma anche a compiere un esercizio di interpretazione critica del presente, sobria e rigorosa, attenta a decostruire le visioni, i linguaggi, le strutture simboliche che tendono a naturalizzare la storia e la società, e a fare dell'Altro - un altro mutevole che di volta in volta si incarna in questi o quegli indesiderabili - l'indistinto capro espiatorio di tensioni e conflitti sociali, di interessi e scontri geopolitici (vedi R. Gallissot, M. Kilani, A. Rivera, L'imbroglio etnico). Così che "mai più Auschwitz" non resti retorico esorcismo, ma divenga quotidiano impegno intellettuale, civile e politico.



Annamaria Rivera


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